Hanno detto di lui

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Una sera di fine estate, da poco conoscevo Carmelo, ero sceso a cercare qualcosa in cantina. Stavo per risalire quando lo vidi, seminascosto dal corpo della scala di servizio che da noi è esterna, fermo a fissare il cielo, da solo. Aveva come spesso gli capitava, i gomiti poggiati sui braccioli della sedia e le mani unite una dentro l'altra, poste sotto il mento a sorreggere la testa. Era una sera limpida e si vedevano bene tantissime costellazioni. Forse era lì da un'ora ed era come affascinato dalla bellezza dello spettacolo. Scambiammo due parole e lo invitai a finire la sera da noi. Quella sera rifiutò con gentilezza. Credo che avesse un Ospite più importante.
Osvaldo

Era difficile - racconta don Silvano - quando si andava a trovarlo, non andare al sodo della questione: non rendeva banale niente. Anche partendo dalle cose semplici lui aiutava sempre ad andare al nocciolo della questione, perché si riferiva quasi naturalmente, con semplicità, alla Scuola di Comunità o a certi momenti significativi della sua vita, come è stato soprattutto il fatto della dialisi. Un paio di volte sono capitato lì durante la dialisi, ebbene riusciva sempre a fare arrivare il discorso, con tanta gente intorno, a qualcosa di stupefacente, di serio.

La dottoressa Silvana Grillo, moglie del nefrologo che l'aveva in cura, ricorda come non fosse impedito neppure dalla fatica, dal malessere fisico:

"Alla fine della dialisi gli scendeva sempre la pressione e questo gli dava un malessere notevole, però era come se lui non si soffermasse mai su questo: andava oltre, chiedeva sempre come stavano gli altri, ma non formalmente. Chiedeva come stavo come stavano Carlo e i miei figli, e magari questo accadeva quando aveva appena finito di dire che era stato proprio male".

Anche don Stefano ha detto: "Io ho conosciuto moltissimo Carmelo, ma in verità bisogna dire le cose come sono: io l'ho conosciuto come Carmelo, non pensavo che fosse un santo". "E adesso?" gli chiediamo. Adesso sì, per quello che ha fatto, che ha vissuto, che ha confessato".

Carmelo e il sorriso inspiegabile

Conoscere frequentare Carmelo per lungo tempo ha molti significati; vorrei cercare di dirne alcuni. Per vivere così presenti a se stessi e tutti gli altri (familiari, amici) in una condizione di grande fatica fisica e psicologica bisogna essere vivificati da dentro dal profondo del proprio essere come da sorgente alimentata continuamente, incessantemente e Carmelo lo era in modo evidente in tutti i suoi giorni, di cui alcuni durissimi. Mi ha sempre stupito la qualità di quel sorriso lo sguardo che poneva sulla persona che incontrava o più spesso, che lo raggiungeva. L'assenza del lamento, la concentrazione costruttiva sui rapporti con gli amici, con me , spesso distratta. Il tempo prezioso, tutto il tempo rimasto investito nella gioia di continuare ad incontrarti a parlarti anche della concretezza delle cose quotidiane in modo ve Carmelo stava ancorato in modo stupefacente a Cristo, questa salvezza meravigliava e meraviglia me a distanza di anni dopo un percorso di malattia nel quale ho sperimentato quanto questa salvezza non sia scontata ma va chiesta, sempre. Vivere una grande fatica o dolore può svuotare, annichilire ma non ne ricordo che questo sia trapelato nei nostri incontri non ne ricordo alcuna traccia. Carmelo stava in carrozzina o nel letto in modo "dinamico" nel senso che era coinvolto pienamente in tutto ciò che accadeva intorno a lui. La vita della mia grande famiglia, dagli amatissimi nipoti che seguiva, alla nascente impresa di Renato alla vita della comunità locale di tutto il movimento Comunione e Liberazione, tutto era oggetto di attenzione e amorevolezza. La paradossale situazione di un handicap che diventa vitalità capace di generare altre vitalità.
Cecilia

"Di Lui... è stato detto" e stava loro sottomesso"... O uomo... degnati di seguire il tuo stesso creatore... segui Dio per la via sicurissima dell'umiltà" (S. Bernardo - Omelia in lode della Vergine Maria). La testimonianza di Carmelo è stata ai miei occhi caratterizzata da questa sottomissione a Colui che aveva incontrato e dall'umiltà, "la via di salvezza sicura" la chiama S. Bernardo. Questa sottomissione era anche affidamento, affidamento alla compagnia in cui Lui è presente. lo ricordo Carmelo in questa casa dove lui ha abitato proprio così. Spesso ( trovavamo a casa di uno ora dell'altro nel condominio a giocare a "scopone" . Lui arrivava sulla sua carrozzella e, tra una giocata ben ponderata e l'altra, la conversazione non era mai banale. Mi ricordo anche quando lui, dal terzo piano, scendeva al primo in ascensore a trovare la mia ultranovantenne madre, ma il segno più significativo di questa sua umiltà e sottomissione a Dio sta nel ricordo del primo dell'anno 1994 (otto giorni dopo Dio l'avrebbe chiamato a sé). Allo scoccare dello gennaio eravamo insieme a giocare, la notte era illumini dai fuochi d'artificio e i "botti" tuonavano ... non andammo sul balcone per timore che qualche botto arrivasse fino a noi ... stavamo brindando e Carmelo ci disse, con il cuore pieno di gratitudine, "Non avrei mai immaginato nella mia condizione di arrivare fino al 1994".
Giuseppe Mineo

Caro Carmelo, sono passati dieci anni ed il tempo fa ricordare con più ampia lucidità i primi dieci. Tu sai. Quanti incontri, quante persone ma un unico desiderio: seguire la strada indicata che a te è già familiare nella sua compiutezza. Chiedi per me, guidami per mano, fallo per quella sola povera volta che prendendoti in braccio mi hai insegnato come esserti amico.
Gaetano

Carmelo ha testimoniato più di noi il senso religioso, anche con la propria sofferenza. Quindi dà essere aiutato da noi eravamo noi aiutati da 'lui. Grazie Carmelo un abbraccio nel Signore.
Michele

Ripensando al nostro rapporto con Carmelo vengono in mente alcune esperienze vissute, senza le quali non sarebbe stato possibile un'amicizia così significativa. La scoperta dell'esperienza cristiana come adesione ad un avvenimento presente, capace di condividere la vita degli uomini, ci ha portati da Carmelo per fargli compagnia in modo semplice (giocavamo a carte, parlavamo di politica). Eravamo inadeguati, ma certi che avrebbe potuto trovare il senso della sua condizione. Non è possibile pensare a lui senza l'esperienza di unità vissuta in Comunità '67. Un esempio: noi andavamo in oratorio o nei quartieri a far giocare i bambini, poi, spesso, finivano a casa sua: era parte della nostra vita! Grande è sempre stata la disponibilità della sua famiglia, sempre pronta ad accogliere le persone che andavano a trovare Carmelo. Dentro la Comunità Cristiana Carmelo era diventato testimonianza per noi e occasione d'incontro per altri. Proprio "l'Associazione Carmelo Caporale" che condivide la condizione di tante persone è, secondo noi, la testimonianza più grande della sua vita: è possibile per ogni uomo ora incontrare il significato, la bellezza che Carmelo ha vissuto, pur nella sua infermità.
Elena, Gino, Gigia, Tris

Da quando abitavamo nello stesso stabile Carmelo spesso la sera veniva a trovarci e ci si faceva compagnia parlando della nostra vita: dall'educazione dei figli, il rapporto di coppia, la politica, lo sport etc.. Era sempre molto desideroso di conoscere soprattutto quando avevamo partecipato ad incontri comuni o agli esercizi, ci provocava con le sue domande aiutandoci ad andare più a fondo dell'esperienza di fede che stiamo vivendo.
Gigia e Tris

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Carmelo è che dopo 10 anni dalla sua morte egli è più che mai presente. Non penso a lui come a una persona che non c'è più, ma che è con me, con noi, che agisce nella mia vita, anche se fisicamente non lo vediamo più. Poi penso ai ricordi che mi sono rimasti più vivi durante i 15 anni in cui abbiamo avuto la fortuna di averlo come vicino di casa. Il suo sorriso la pace che trasmetteva quando gli si parlava, ma in particolare le belle conversazioni che facevamo_ quando io scendevo in cortile nelle ore più calde e soleggiate (in primavera soprattutto) per aspettare i miei bambini che tornavano da scuola. Allora, in quei rari momenti di incontro a tu per tu (quando lo vedevo in casa c'erano sempre i nipoti o altri familiari) mi raccontava con abbondanza di particolari la storia di tutte le piante che c'erano in giardino. "Ecco, vedi, questo biancospino (e mi par di sentirlo ancora): è un regalo di Battesimo di Elisabetta oppure - quella rosa: mi è stata regalata da una amica quando abitavo ancora in via Marsala" e poi mi raccontava del fico e dell'albero dei cachi e così via. Mi sembra più felice del solito in quei momenti, si godeva l'aria tiepida e si stupiva per la bellezza del creato che pur nella piccola e semplice manifestazione del nostro giardino gli parlava di Dio...
Silvana Magni Cerutti

Avevo circa 15 anni quando ho conosciuto Carmelo di circa 7/8 anni di più "vecchio" di me. Ai tempi frequentavo l'oratorio. Alcuni "grandi" ci hanno proposto di fare compagnia qualche pomeriggio alla settimana a un ragazzo "paralizzato"... Mi accorsi subito che la faccenda era molto seria e che se volevo viverla positivamente avrei dovuto essere vero innanzitutto con me stesso. Carmelo a quei tempi era ancora abbastanza arrabbiato per quello che gli era successo, perciò la maggior parte del tempo che passavamo con lui era dedicato a raccontarci un po' di cavolate, fumare e scherzare. Pensandoci bene però notavo l'amore di cui era circondato: la mamma, il papà, i fratelli, amici più grandi e oggi capisco come abbia potuto passare da quella arrabbiatura iniziale alla santità di cui tutti abbiamo avuto testimonianza...
Enzo Liberali

Nel dicembre del 2002 fui colpita da dolori fortissimi scapolo omerali e alla colonna vertebrale, Alla fine di marzo 2003 il reparto ematologico della clinica Humanitas diagnosticò una forma gravissima di leucemia plasmo cellulare: i miei famigliari furono informati della gravità e che probabilmente avrei avuto pochi mesi di vita. In quel momento così difficile per me pensai a Carmelo, che non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, ma solo attraverso la lettura del libro riguardante la sua vita e la testimonianza dei famigliari, in particolare di Ines, e lo pregai intensamente e con tanta fiducia di concedermi la grazia della guarigione, per poter ancora stare insieme un po' di tempo ai miei carissimi nipotini. A settembre del 2003 alla rivalutazione dopo quattro cicli di chemioterapia VA D, i medici hanno trovato che la leucemia plasmo cellulare era in remissione completa morfologica (sparita), Alla mia domanda, rivolta al medico, se fosse un miracolo della scienza o di altro genere, il medico mi ha testualmente detto "non saprei rispondere a questa domanda, per noi è un risultato ottimo", Sono certa che questa grazia che ho ricevuto è opera di Carmelo e non cesserò mai di ringraziarlo, e farò conoscere, nei limiti delle mie possibilità questa mia testimonianza. Vi abbraccio tutti!
Lidia Cantù

(I testi e le immagini sono tratte Da «Obbedienza e pace», mostra realizzata dall'Ass.Carmelo Caporale)

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