Meditazione Sulla Chiesa 1

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La Chiesa cattolica. Nel suo significato originario questa espressione non vuol dire altro che «l’Assemblea universale». E'  la comunità perfetta, dislocata nel tempo e nello spazio, di tutti coloro che aderiscono a Gesù Cristo come loro Salvatore, e, per mezzo di Lui, sono congiunti con Dio. Una fidelium universalis Ecclesia, dirà nel 1215 il quarto Concilio Lateranense. Ecclesia cattolica, id est universalis, spiega san Tommaso. Ed il redattore del Martirio di Policarpo, nel secondo secolo, chiamava Nostro Signore Gesù Cristo «il pastore della Chiesa universale sparsa su tutta la terra».

Seguendo san Tommaso e numerosi altri autori, col nome di Chiesa si potrebbe intendere quell’immenso organismo che comprende, con gli uomini, le schiere degli angeli e che si estende anzi a tutto il cosmo.

Ma anche presa in una accezione meno vasta, «la Chiesa di Dio» non conosce, in linea di principio, alcun limite « né di tempo né di spazio». Essa è aperta a tutti, raccoglie da ogni parte i suoi fedeli « abbraccia tutta l’umanità». Fin dal suo primo giorno, quando tutti i suoi membri erano contenuti nel ristretto cenacolo di Gerusalemme, essa si estendeva già, col miracolo delle lingue, a tutti i popoli della terra. Sapeva già di averli avuti in eredità. Non appena incontrò l’idea dell’oikumene, se l’appropriò. Essa non tollera nessun ostacolo alla sua espansione, non si arresta di fronte a nessuna barriera geografica o sociale. La frontiera stessa del nostro mondo visibile non riesce a limitarla, poiché, secondo una terminologia da molto tempo tradizionale, la Chiesa si divide in tre gruppi, che rimangono in costante reciproca comunione: militante quaggiù, la Chiesa è aspettante o sofferente nel purgatorio e già trionfante nel cielo, ma d’un trionfo ancora incompleto, in attesa del giorno al di là dei giorni, in cui sarà tutta quanta trionfante dopo l’avvento glorioso del Signore.

E' assolutamente necessario che ognuno di noi prenda coscienza di queste dimensioni della Chiesa. Quanto più ne saremo consapevoli, tanto più ci sentiremo dilatati nella nostra esistenza e realizzeremo così pienamente, in noi stessi, per noi stessi, il titolo che noi pure portiamo di cattolici.

Il vero credente non è solo nella sua fede. La sua dipendenza dagli altri può anche essere una prova; ma quanto più questa solidarietà è per lui una forza! Egli è entrato col battesimo nella grande famiglia cattolica, condivide con tutti i suoi membri la medesima ed unica speranza, ha inteso lo stesso appello, fa parte del medesimo corpo. È arruolato in questo «esercito in marcia sulla via dove si trova la salvezza, Gesù Cristo». È inserito in «questa assemblea universale», riunita «da ogni nazione, da ogni tribù, da ogni popolo e da ogni lingua», assemblea che è nel medesimo tempo, una tradizione precisa, un potere ben definito, una realtà concreta, vivente e sviluppatesi nelle condizioni terrene, «una vocazione comune, sostenuta da una organizzazione infinitamente complessa e capillare», un vincolo ovunque riconoscibile.

Ineguagliabile ricchezza! Nulla di simile è mai stato realizzato, anzi, neppure concepito dagli uomini. Quando si parla di una Chiesa buddista, per esempio, o di una Chiesa taoista, lo si può fare soltanto in base a una remota analogia. Meravigliosa e multiforme ricchezza! Se la volessimo esplorare in ogni suo aspetto non si finirebbe più. Contempliamo almeno un istante questa grande colata di venti secoli. Zampillata dal costato aperto del Cristo sul Calvario, temprata al fuoco della Pentecoste, la Chiesa avanza anch’essa come fiume e come incendio. Ci raccoglie, uno dopo l’altro al suo passaggio, per far scaturire in noi delle nuove sorgenti di acqua viva, e per accendervi una nuova fiamma. La Chiesa è una istituzione che perdura, in virtù della forza divina ricevuta dal suo Fondatore. Più che una istituzione, è una Vita che si comunica. Su tutti i figli di Dio che essa raduna, imprime il sigillo dell’Unità.

Ora succede talvolta, in certe ore privilegiate, che di questo mistero di vita e di unità, a noi presente nella fede, abbiamo una percezione più netta. Allora, tra tutti coloro che la Chiesa incorpora a se stessa, noi percepiamo una misteriosa e profonda parentela d’anima.

Come sono diversi fra loro gli uomini! Tempo, clima,cultura, ambiente: tutto li separa. Da qui l’irriducibile diversità di problemi, di preoccupazioni, di gusti, di modi d’esprimersi. Le mentalità non soltanto si oppongono, il che sarebbe ancora un modo di incontrarsi, ma sono spesso estranee le une alle altre. E' uno dei compiti dello storico mettere in luce queste differenze. Quando si accinge a questo lavoro, la durata finisce per apparirgli, attraverso la sua stessa continuità, come una forza di rottura e di accecamento.

Solidali le une con le altre, le generazioni non sono per questo meno isolate le une in rapporto alle altre. La medesima natura di cui tutti sono partecipi non impedisce agli uomini, per una specie di fatalità, di ignorarsi e di misconoscersi nelle creazioni stesse del loro genio; e questo persistente legame della natura non fa che sottolineare, per contrasto un distacco profondamente contrario all’aspirazione della natura stessa. Queste constatazioni generano nello storico, se è al tempo stesso un uomo avido di comunione umana, una inguaribile malinconia… Ma era un fare i conti senza la Chiesa. Perché ecco l’improvvisa e meravigliosa novità: coloro che parevano più estranei tra di loro e che tutto doveva irrimediabilmente dividere, eccoli improvvisamente riavvicinati. Eccoli fratelli che vibrano all’unisono, rispondono al medesimo appello, in comunione nello stesso amore. Un medesimo sangue scorre nelle loro vene. Figli della stessa Chiesa, hanno tutti ricevuto in eredità lo stesso Cristo. Nutriti nella medesima fede, sono «abbeverati dello stesso Spirito» che dona loro una spontanea identità di reazioni, ed a questo segno si riconoscono tutti tra di loro.

Come sono lontani da noi, per esempio, nonostante alcuni elementi di cultura che per il loro tramite sono giunti fino a noi, gli Alessandrini del III secolo, o gli Africani del V! Come ci sentiamo spaesati a loro contatto! Se le nostre curiosità erudite ed i nostri metodi di lavoro non ci avessero un po’ familiarizzati col loro mondo, quanto ci parrebbe strana la mentalità che si manifesta nelle loro opere! Quanto irreali e fastidiosi la maggior parte dei loro problemi! Ciò che allora destava l’interesse più appassionato, oggi ci lascia indifferenti; e questa indifferenza stessa, a ben pensarci, ci pesa perché avvertiamo che da loro a noi qualcosa è morto che non è in nostro potere rianimare… Se ci sforziamo di leggerli, per mestiere spesso, più che per gusto, o per gusto di mestiere, noi rimestiamo dei segni astratti e freddi, decifrando, analizzando, ricostruendo, senza veramente capire… Non riusciremo dunque mai ad avere in mano altro che questa cenere archeologica?

Ma ecco, ad una svolta di pagina, sorge un Nome. Come un lampo, dissipa l’oscurità circostante. Mille particolari gli si dispongono attorno, si ordinano gerarchicamente. Ben presto, tutto partecipa della sua ricchezza. Tutto riprende vita. Non è più soltanto lo storico che, in noi, comprende e si commuove. Affiorano delle sfumature di sentimenti che, sin nella delicatezza stessa dello loro espressione, eguagliano in perfezione le nostre. Nel loro amore a Gesù, un Origene, un Agostino, sono veramente nostri contemporanei. Sono padri, sono fratelli nostri. Per quanto in seguito si approfondisca e si estenda la nostra ricerca, in qualsiasi direzione essa si orienti, si rinnova sempre la stessa esperienza. Dovunque, una stessa «intenzione» opera una identica convergenza; e se è vero che un popolo è «un gruppo di esseri ragionevoli, uniti fra loro dall’amore verso uno stesso oggetto», i cristiani di tutti i tempi e di tutte le nazioni, d’ogni razza e di ogni civiltà, formano un sol popolo unito dall’amore per il Cristo. Ovunque troviamo questi testimoni del Cristo, che «L'amano senza averLo visto», ai quali il padre de Grand­maison, con un senso così profondo della comunione cattolica, ha voluto fare un posto al termine dell'opera monumentale da lui consacrata a Gesù Cristo. Dappertutto il loro sguardo è lo stesso, fisso in Colui che, rivelando loro Dio nella carne, li ha distolti dagli idoli: Lui solo l'avrebbe potuto fare. Ritroviamo dovunque lo stesso accento: Bernardo di Chiaravalle, Francesco d'Assisi, Ignazio di Loyola, e più vicino a noi, Charles de Foucauld, Pierre Lyonnet... Nella diversità quasi infinita delle espressioni, risuona ovunque questo stesso «cantico nuovo» che tutti hanno imparato a cantare dalla stessa Madre nel giorno della loro «nuova nascita». Per tutti, ai loro occhi, il nome di Gesù è un'alba serena, ai loro orecchi è il richiamo stesso della vita; e tutti proclamano che venir meno all'amore di Cristo non è soltanto una malattia, ma addi­rittura la morte. Tutti scorgono in quest'amore «una fioritura di grazia e di giovinezza»; tutti sanno che donandoLo loro «come fratello, maestro, compagno, come prezzo di riscatto e come ricompensa», Dio ha dato una risposta esauriente a tutte le loro domande, e che in Gesù Egli ha rivelato tutto e tutto ha donato. In questo modo tutti i membri della grande «famiglia del Cristo» si riconoscono e si chiamano. L'illet­terato si incontra con il filosofo; la monaca, chiusa nel monastero, non differisce sostanzialmente da colui che porta «la sollecitudine di tutte le chiese»; la voce del martire cinese del XX secolo si confonde con la voce del martire siriaco del II secolo. È la Tradizione della Chiesa che sostiene tutto questo immenso concerto, è la sua «forza operante» che lo dirige. Esso non è frutto di mimetismo o di un accordo penosamente cercato. La voce dell'unico Spirito, che parla all'unica Sposa, risuona in fondo ad ogni coscienza. Ovunque risponde la stessa fede, la stessa speranza, lo stesso amore. E' l'espressione esteriore di un'unità fondamentale, il di­vampare di un'unica Fiamma!

Venti secoli di durata -di una durata che man mano si estende, si concentra- è un'espressione ancora troppo inadeguata della realtà della Chiesa. Consacrando un volume alla Chiesa cattolica, il padre Sertillanges ha potuto intitolare uno dei suoi capitoli: «La Chiesa prima della Chiesa». Con questa formula non faceva altro che esprimere una tradizione costante. Alcuni teologi sono giunti persino ad affermare che solo un insostenibile errore poteva misconoscere una esistenza della Chiesa an­teriore all'epoca dell'Incarnazione. Per molto tempo si è usato distin­guere nella Chiesa, come in tutta l'economia salvifica, due regimi: il regime della nuova e quello dell'antica Legge. Infatti fin dalla prima generazione cristiana, i discepoli di Gesù, per quanto fossero esultanti per la «novità cristiana», erano anche consapevoli di antichi titoli di nobiltà. Sapevano che la salvezza loro annunciata non era per nulla il frutto di una qualche «subitanea improvvisazione», come ben presto avrebbero sostenuto alcuni eretici. Ne fa fede lo stesso vocabolo Chiesa, con il quale viene designato il loro raggruppamento, nei Vangeli. negli Atti degli Apostoli, nelle Epistole di san Paolo. E' il vocabolo specifico che fu usato, nella traduzione greca della Bibbia, per designare l'Assemblea degli Israeliti riuniti attorno a Mosè, nei tempi lontani dell'Esodo. «La Chiesa di Dio» -- termine che fu inizialmente applicato alla comunità cristiana di Gerusalemme e in seguito venne esteso alle altre comunità locali ed infine alla Chiesa universale -- è esattamente il «Qehal Jahweh», quella comunità del deserto, alla quale fa cosi spesso allusione il Vangelo secondo san Giovanni. Gesù stesso, servendosi per designare la sua Chiesa della parola aramaica corrispondente «Qehilla», volle senza dubbio indicare la continuità con essa. Entrare nella Chiesa, voleva dire dunque essere introdotti in questa assemblea venerabile, essere aggregati alla «dignità israelitica», israelitica dignitas. Radunato da ogni parte, scelto tra le nazioni infedeli per adorare e servire l'Altissimo, il popolo cristiano, popolo della «nuova alleanza», sostituisce l'antico Israele come popolo di Dio, o meglio, come il ramo selvatico innestato sull'olivo buono, esso non è più ormai che una cosa sola con quella parte dell'antico Israele che ha riconosciuto il Messia, Ecco dunque, definitivamente costituito, il popolo della «nuova alleanza», il popolo «dell'eredità», che i profeti avevano annunciato. Esso è la «vera razza israelita, la vera discendenza di Giuda, di Giacobbe, di Isacco e di Abramo». Esso è lo sviluppo di quel «piccolo resto» di cui avevano parlato gli stessi profeti, di quel piccolo resto «del più piccolo di tutti i popoli», che Jahweh aveva promesso di riunire dopo la sua dispersione e che ora si concentra tutto quanto in Gesù. La Chiesa, che è il luogo del suo adunarsi, è sempre l'«Israele di Dio».
Anzi, per misurare alla luce della fede tutte le dimensioni del mi­stero della Chiesa, bisognerà risalire più indietro ancora nel passato. Persino gli «antichi patriarchi appartenevano già a questo stesso corpo della Chiesa di cui noi facciamo parte». Risalendo oltre Mosè e l'al­leanza del Sinai, al di là delle promesse stesse fatte ad «Abramo nostro padre», bisogna spingere il nostro sguardo fino alla prima alba del mondo. «Sacramento della salvezza dell'uomo», la Chiesa non esce da qualche «nuovo consiglio» della Divinità, né da qualche «tardiva misericordia»: la si trova per quanto si vada indietro nel tempo; esisteva prima della legge mosaica, sotto la «Legge naturale». Essa esiste «ab exordio saeculi». Sempre ci fu un popolo di Dio. Sempre ci fu una Vigna, che il Padre non ha mai cessato di coltivare. Nell'unione di Adamo e di Eva è già prefigurata l'unione di Cristo e della sua Chiesa: è questo, ci dice l'Apostolo, «un grande mistero» - il mistero stesso che doveva essere totalmente rivelato «nella pienezza dei tempi». Ma anche questa idea di una «prefigurazione» non è ancora pienamente sufficiente. Ed insufficiente è persino l'idea di un reale inizio in Adamo. Perché se Gesù Cristo, nell'umiltà della sua carne è venuto molto più tardi, Egli è tuttavia, come insegna ancora san Paolo, il «primogenito di tutta la creazione».

Ora, ciò che è vero di Lui lo è anche della Chiesa, sua Sposa. Lun­gamente preparata come Lui dalla storia del popolo ebraico, prefigurata fin dal paradiso terrestre, in realtà essa è, come Lui, più antica ancora. Occorre vederla in Dio, prima dell'inizio del mondo: «essa vi fiorisce con il Cristo, dalla Volontà del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». In quella misteriosa Saggezza che presiede con il Creatore alla creazione stessa, si deve ravvisare anche la Chiesa.

Erma non aveva dunque torto di contemplarla in visione sotto le sembianze di una donna anziana: perché secondo la spiegazione datagli dalla sua guida, il Pastore, «essa è stata creata per prima, prima di ogni cosa». Vale a dire, che il mondo «è stato fatto per essa». «Il Dio che ha tratto gli esseri dal nulla, che li ha fatti moltiplicare e crescere», ha fatto tutto questo «per la Santa Chiesa». Esprimendosi in tal modo, Erma non faceva che applicare alla Chiesa, secondo la grande legge della trasposizione cristiana, quello che Israele pensava di se stesso. Origene userà ben presto lo stesso linguaggio, fondandosi sia sull'Apostolo che sul Salmista:

Non crediate che la Sposa, cioè la Chiesa, esista soltanto dalla venuta del Salvatore nella carne; essa esiste dall'inizio del genere umano, anzi, fin dalla creazione del mondo; o meglio, e san Paolo ne è garante, prima ancora della stessa creazione del mondo. L'Apostolo dice infatti: «Egli ci ha scelti nel Cristo prima della creazione del mondo perché noi fos­simo santi e immacolati al suo cospetto, predestinandoci nell'amore all'adozione a figli». Ed è ancora scritto nei Salmi: «Ricordati, o Si­gnore, della tua Chiesa che hai riunita, fin dall'inizio». Le prima fonda­menta della Chiesa sono dunque state poste fin dal principio. Per questo l'Apostolo dice ancora che la Chiesa è fondata non soltanto sugli apo­stoli ma anche sui profeti, e Adamo stesso è annoverato tra i profeti.

La nostra esplorazione non è ancora ultimata. Dopo aver fissato il nostro sguardo sempre più indietro nel passato, dobbiamo ancora proiet­tarlo sempre più avanti nell'avvenire, fino alla fine dei secoli-«a tempore iusti Abel usque ad ultimum electum, ad initio mundi usque ad finem».

Queste formule, di cui è gremita la tradizione, sarebbero male in­terpretate se, basandosi su di esse, si volesse far consistere la vera Chiesa nella serie invisibile dei profeti, dei predestinati. Ma la possibilità di un abuso non deve renderci ciechi di fronte alla verità in esse contenuta. Lo stesso limite da esse indicato deve ancora essere trasceso, come era stato trasceso quello dell'inizio del mondo. Novissima prima. Ciò che è primo nel disegno di Dio, è poi ciò che costituisce la realtà definitiva. Clemente Alessandrino lo esprime magnificamente: «Come la volontà di Dio è un atto e si chiama mondo, così la sua intenzione è la salvezza degli uomini, e si chiama Chiesa». Di questa Chiesa, come del Cristo, si deve dunque proclamare che «il suo regno non avrà mai fine». Le «Nozze dell'Agnello» saranno eterne. L'abbiamo già intravisto: essere salvato, per ogni eletto, non è altro che essere per sempre accolto in seno a questa Chiesa, per la quale egli è stato creato, nella quale è stato pre­destinato,in seno alla quale è amato. Perché il Cristo ha amato la sua Chiesa. Egli si è offerto in sacrificio per essa, se l'è acquistata col Suo Sangue; ed è partecipando a questo mistero d'amore, nell'unità in cui esso trova la sua consumazione, che noi stessi siamo amati e salvati.

Certo, se non si considera che il suo aspetto visibile e terreno, divinamente istituito per procurarci la salvezza, si deve dire che essa è una realtà che passa. Non può durare più a lungo della fede che la fonda e dei «sacramenti della fede». Essa passa dunque, così come passa «la figura di questo mondo». Passa, come Gesù stesso, nella sua individualità terrena, circoscritta in un punto dello spazio e del tempo, ha voluto passare; più ancora anzi, come Egli vuole sempre passare dal momento che è per noi «la Via». Di essa, come di Lui, si dirà dunque ancora, in una prospettiva rovesciata: propter nos homines et propter nostram salutem. Si aggiungere con Pio XI: «Gli uomini non sono creati per la Chiesa, ma la Chiesa è creata per gli uomini», e si vedrà allora in essa un mezzo, provvisorio come tutti i mezzi. Inoltre tutto ciò si presterà utilmente a dimostrare che nel cristianesimo l'essere personale non è mai subordinato o sacrificato ad alcun organismo collettivo, come lo è invece l'individuo nei confronti della società secondo tante teorie umane; nel suo seno, l'essere persona non è affatto assorbito, ma elevato. Tutta­via, in realtà, non è la Chiesa che passa, ma la «sua figura», la forma che attualmente essa riveste ai nostri occhi. Il suo fine, infatti, coincide sostanzialmente col fine delle persone che la compongono; ed è in essa soltanto che queste trovano la loro integrale pienezza. Non possiamo perciò limitarci a questa prospettiva incompleta.

Per trascenderla integrandola ad un tempo, bisogna distinguere come tre tempi principali e come tre stati successivi della Chiesa. Una prima trasformazione si è compiuta il giorno in cui l'Israele secondo la carne cedette il posto all'Israele secondo lo spirito: passaggio dal primo stato al secondo, figura anticipata di un'altra trasformazione, cioè di quella trasfigurazione gloriosa che dovrà compiersi alla fine dei tempi, quando la Chiesa della terra, passando al suo stato definitivo, diventerà il Regno dei Cieli.

Allora diventerà ciò che essa è. Perché da sempre essa è in germe, sostanzialmente, questo regno. già adesso, nel suo attuale stadio terreno, ne reca in sé la promessa eterna. Ne costituisce l'inaugurazione, e ne assicura la presenza .attuale ed operante in mezzo a noi. Fin d'ora, la Chiesa, «pellegrina sulla terra», è già «radicata nei cieli». Di essa, presa nella sua totalità, secondo la sua condizione presente, si può dire ciò che san Giovanni dice di ognuno di noi, con una formula paradossale che traduce felicemente il paradosso inerente alla situazione cristiana o a ciò che è stato definito come «tensione escatologica»: «Ciò che noi saremo», e che è già realizzato allo sguardo divino, «non è ancora apparso». Fin d'ora, ce lo garantisce l'Epistola agli Ebrei, benché siamo ancora in cammino, nella ricerca e nell'attesa, abbiamo avuto accesso alla montagna di Sion, alla Città del Dio Vivente, alla Gerusalemme celeste, nella quale noi siamo già divenuti i concittadini degli angeli. O, se si preferisce, questa santa Gerusalemme è già scesa dal cielo in mezzo a noi. Proprio essa, nel tempo presente, è quaggiù «madre nostra».

Rimane ancora tutto da consolidare e tutto da scoprire, perché «la vanità di questo mondo» non è ancora dissipata e noi siamo tuttora pel­legrini gementi, ma nulla di sostanziale è ormai più solo da attendere. Tutto ciò che nella Chiesa è di ordine sacramentale, rispondente alla nostra condizione terrena, è destinato a scomparire davanti alla realtà definitiva di cui è il segno efficace. Ma ciò non deve essere inteso come l'annullamento di una cosa di fronte ad un'altra:- sarà invece la manife­stazione della sua «verità». Sarà la sua epifania gloriosa ed il suo compimento.

Sarà forse bene soffermarci un momento sul senso esatto di questa necessaria trasfigurazione. Mutatis mutandis, la parola dell'Apostolo: Praeterit figura mundi huius, trova qui la sua applicazione. «Tutti noi, dice ancora san Paolo, saremo trasformati». Il nostro tempo ha felicemente reagito contro un certo spiritualismo che era più sulla linea del dualismo platonico che su quella del Vangelo. Esso ha ritrovato una migliore comprensione del dogma della risurrezione dei morti, e quindi non subisce più la tentazione di vedere in questo dogma un semplice complemento rivelato, di non grande importanza, ad una dottrina di immortalità naturale. Conviene rallegrarcene, pur badando a conservare una giusta misura e non seguire ciecamente una moda antiplatonica, senza tener conto di tutti i dati scritturistici.

La nostra epoca però resiste difficilmente ad un altro tipo di sedu­zione. E' stato recentemente criticato-e, in linea di principio, giustamente- «lo sforzo appassionato» di un certo numero di cristiani di oggi, rivolto «ad appagare tutta l'aspirazione umana, sia pure rischiarata dal Vangelo, entro i flammantia moenia mundi». Se essi rivendicano ancora il titolo di «figli della risurrezione», sembrano intenderlo come se esso dovesse renderli una seconda volta «figli della terra» e non del cielo. Recentemente si è addirittura giunti al punto di stabilire un'equi­valenza tra la speranza cristiana e la seguente aspirazione di un poeta:

...Ma io, che non son nient'altro che figlio della Donna, languisco di rivedere e voglio di nuovo afferrare tutto ciò che mi ha fatto ardere di pena e di piacere.

In siffatto atteggiamento, i cui fautori non dovrebbero essere designati con sconsiderata leggerezza, non è sempre facile sceverare ciò che pur essere seria carenza di spirito di fede, da ciò che pur essere pura e semplice immaginazione puerile, che rinnova nel nostro tempo quelle confusioni di ordini già verificatesi più di una volta nei secoli passati. ma che non comportavano allora lo stesso pericolo di oggi. Vi si ritrovano stranamente riuniti uomini che sognano una futura felicità terrena dotata di caratteri trascendenti, ed altri che, con opposto orientamento ma con analoga contraddizione, vogliono conservare alla felicità trascen­dente i caratteri più terreni. Da una parte e dall'altra sembra si sia per­duto, o almeno affievolito, il senso della trascendenza dell'ultimo fine, i cui beni preparati dal Signore per coloro che l'amano consistono tutti in «cose che l'occhio umano non ha mai veduto, e l'orecchio non ha mai udito», in «cose che non sono mai entrate nel cuore dell'uomo». Sia da una parte come dall'altra, vi è la stessa difficoltà a comprendere la por­tata di questa «renovatio» che il Giorno del Signore dovrà portare con sé. In alcuni affiora il rifiuto, o quanto meno il timore, di passare attra­verso il grande fuoco del Giudizio, che deve operare le necessarie purificazioni; sembra che, affascinati da un Avvenire alla cui costruzione hanno consacrato le loro energie migliori, non possano più risolversi a lasciar convertire l'attesa umana in speranza cristiana; tutta l'escatologia. cristiana si degrada allora in una vasta utopia. In altri constatiamo o una: incapacità a respingere certe grossolane concezioni senza sentirsi presi da: turbamento o da uno scrupolo nel far ciò, come se fosse necessario credere alla permanenza eterna di funzioni o di soddisfazioni animali per essere certi di credere alla risurrezione! Come se non fosse la liberazione da. queste schiavitù, legate alla debolezza ed alla corruzione della carne mor­tale, che costituisce, precisamente, «la gloria della risurrezione del corpo». Essi, al contrario, tengono alloro esercizio come se fosse uno dei privilegi della vita beata nel corpo risuscitato. Pare talvolta che si voglia prendere alla lettera l'immagine del festino escatologico, come se i banchetti non fossero compresi in prima linea tra quei «terrena» che noi domandiamo costantemente a Dio di poter disprezzare, e come se la Mensa del Regno non dovesse far dimenticare tutti i nutrimenti terrestri! Sono convinti che non potremmo ottenere quella perfetta conoscenza del mondo di cui dovranno godere gli eletti, se esso non venisse materialmente offerto, nell'atto della manducazione; al nostro senso del gusto. Respingono l'insegnamento cosi chiaro e così fondato nel quale san Tommaso riassume la dottrina più comune, attribuendolo global­mente, contro ogni evidenza, ad una fisica superata. Non ascoltano sant'Agostino quando si sforza di far comprendere all'uomo carnale che i suoi désideri di bere e di mangiare sono desideri d'ammalato che gli impediscono di accedere alla Gioia, e ancor più quando mette in guardia. quanto allo stato dei corpi risuscitati, contro temerarie curiosità.

Lasciando da parte i particolari di queste opinioni, contrarie ma pur interferenti, è comunque evidente che per effetto di una tentazione che non si è mai completamente spenta, assistiamo, nel nostro tempo, ad un risveglio in forme nuove, virulenti o benigne, delle vecchie fantasie mil­lenariste. Assistiamo di nuovo ad un afflosciarsi e ad un insipidirsi della speranza cristiana nelle coscienze.

Ora, può darsi che si insinui in alcuni un'analoga illusione nei con­fronti della Chiesa. «Preoccupati di valorizzare il suo organismo visibile» e «ciò che in essa è istituzione o mezzo di grazia», certuni giungono, per esempio, a fare del culto sacramentale «una specie di fine a sé». Du­rano fatica ad ammettere che nel giorno del suo trionfo la Chiesa abbandoni «il suo. rivestimento storico e mortale», ossia «tutto quell'aspetto di se stessa per cui essa è attualmente... lo strumento della propria crescita ed è solidale con la condizione terrena dei suoi membri». Per meglio consolidare, a loro parere, l'autorità di coloro che sono quaggiù i rappresentanti di Gesù Cristo ed i successori degli Apostoli, essi giun­gono talvolta sino a voler eternizzare in certo qual modo, non soltanto -come è giusto- il segno sacro del carattere che essi hanno ricevuto ma, in una forma che essi stessi non sono in grado di precisare, anche l'esercizio del loro potere.

Sono questi, bisogna pur dirlo, altrettanti modi ancora carnali di concepire le realtà della fede. Sono altrettanti frutti di una illusione che intacca la purezza della fede. Infatti, come dichiara energicamente san Bonaventura, non si può applicare l'analogia del regime della terra al regime della Gerusalemme celeste: «dicendum, quod non est simile». Secondo l'esplicito insegnamento di san Tommaso, tutto l'ordine dei sacramenti e dei loro «caratteri» si riferisce «al culto della Chiesa presente», tanto che, se ci dovessimo limitare a considerare la gloria futura e non gli atti che convengono allo stato presente della Chiesa, il «carat­tere» sacramentale sarebbe incomprensibile. Questo ordine concerne «il culto esteriore, che non sussistere più nella Patria, dove non si farà più nulla in simbolo ma tutto nella nuda realtà». Non si sminuisce la sua funzione e non se ne abbassa la grandezza, determinandone l'esatta natura ed il campo specifico d'applicazione. Casi pure non si contestano i titoli, né si minano i fondamenti dell'autorità legittima, dichiarandola relativa alla nostra condizione di «pellegrini» (viatores). Quale attività essa potrebbe ancora esercitare quando «Dio sarà tutto in tutti»? È sul «corpo della Chiesa militante» che Dio le ha conferito autorità; atten­tano al principio gerarchico coloro che, inseriti nel tempo, pretendono sottrarsi in un modo o nell'altro alle condizioni del tempo, e non quanti precisano che dette condizioni hanno i limiti del tempo stesso. «Appartiene infatti all'essenza della Chiesa fino alla risurrezione avere il ministero ecclesiastico che la rende visibile».

Quando Gesù prometteva, a coloro che avessero tutto abbandonato per seguirlo, che nel Regno futuro essi siederebbero «su dodici troni, giudicando» con Lui, «le dodici tribù d'Israele», Egli non proiettava affatto nell'eternità la gerarchia ecclesiastica della terra, benché si rivol­gesse, di fatto, a coloro che Egli aveva scelto per fondarla. Esegeti e teologi discutono per sapere se questa parola riservava un privilegio al solo gruppo dei Dodici Apostoli o se più genericamente essa istituiva, riferendosi ai Dodici, il privilegio comune a tutti i santi. Ci si può anche chiedere se essa si riferiva direttamente all'«al di là», o se non riguardava invece una situazione ancora terrena, un ordine nuovo che potrebbe coincidere con l'inaugurazione della Chiesa. In ogni caso essa non fondava un potere che, nel cielo, sarebbe analogo a quello che la gerarchia esercita quaggiù. Nella promessa fatta ai Dodici si può almeno vedere l'indicazione o l'applicazione particolare ed eminente di quella che, nel medesimo passo, è fatta a chiunque avrà tutto abbandonato per l'amore del Cristo. La Tradizione è unanime nell'interpretare in tale senso que­sta promessa del Cristo e cosi la intende ancora oggi la Chiesa.

Ispirandosi a san Paolo che scriveva ai Corinzi: «Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? Non sapete che noi giudicheremo gli Angeli?», la sua Liturgia estende a tutti i giusti la prerogativa dei Do­dici. Essa l'accosta a ciò che di tutti loro diceva il libro della Sapienza: «Essi giudicheranno le nazioni e regneranno sui popoli ed il Signore regnerà su di essi per sempre». Quelli che hanno seguito Gesù sono coloro che l'Apocalisse chiama i «vincitori»: a tutti costoro, il «Testi­mone fedele e veridico» promette di farli sedere con Lui sul suo trono.

Riassumendo, senza giungere a dire con il Gaetano che tutto l'aspetto societario della Chiesa, tutto ciò che costituisce la sua struttura attuale, sarà semplicemente «bruciato», si può almeno pensare con il padre Liégé, «che il divenire della Chiesa e le strutture che avranno edificato la sua realtà eterna saranno assunte con la storicità personale nella comunità gloriosa sotto una forma nuova e del tutto interiore». Si può dire con il padre Humbert Bouessé: «Il carattere, immutabile nella sua essenza, è impresso per sempre nell'anima del sacerdote; tuttavia, il sacerdozio sacramentale cesserà nelle sue funzioni, come cesserà la Chiesa sulla terra... Nella luce della città celeste, i segni non avranno più alcuna funzione». Come il mondo visibile resta ancora sprovvisto, ai nostri occhi mortali, «della sua divina interpretazione, cosi -sono espressioni del grande Newman- la Santa Chiesa, nei suoi sacramenti e nel suo ordine gerarchico, rimarrà fino alla fine del mondo soltanto come un simbolo di quei fatti celesti che riempiono l'eternità».

«Che cosa è l'olocausto? E' quando tutto brucia, ma col fuoco divino... Chi parla è il corpo di Cristo, è l'unità di Cristo: “Entrerò nella tua casa con olocausti”. Il tuo fuoco consumi completamente tutto ciò che è mio, sicché niente di ciò che è mio rimanga in me, ma tutto sia tuo. Questo accadrà nella resurrezione dei giusti... “Allora accadrà ciò che sta scritto: nélla vittoria è stata assorbita la morte”. La vittoria è come un fuoco divino... tutto quanto è retaggio della vita mortale sarà consu­mato, e noi conseguiremo la perfezione della vita eterna. Allora si avran­no veramente gli olocausti».

«Quando sarà giunto il compimento, l'uso dei sacramenti cesserà...». Occorre dare a questo assioma tutta l'ampiezza che la Tradizione gli attribuisce. Nella nuova Gerusalemme le mediazioni umane, che svolgono ora una funzione capitale e assolutamente necessaria, non avranno più ragione d'essere. Tutti allora intenderanno direttamente la voce di Dio, tutti saranno spontaneamente «docili». Tutti vedranno direttamente il volto di Dio. In questo «regime di perfetta interiorità», la conoscenza di Dio, «perfetta e gloriosa», colmerà tutti gli eletti, «come le acque che coprono il fondo dei mari». In ognuno di essi zampillerà la Sorgente della Vita. «Tutta la Città si identificherà con il Tempio», e non vi sarà altro Tempio che il Signore stesso, né altra luce per rischiararlo che l'Agnello. Non ci sarà più l'altare degli olocausti, ma sol­tanto l'altare dei profumi, e la Chiesa tutta intera non sarà più che una sola ostia di lode in Gesù Cristo. Nel giorno del Signore, quando sarà realizzata nella sua perfezione la «catholica societas», tutto si ritroverà, come in Dio stesso, ad un tempo unificato, interiorizzato, eternizzato, perché «Dio sarà tutto in tutti».

Guardiamoci dal restringere con la grettezza delle nostre idee il po­tere che il Signore ha di trasfigurare la sua Sposa. Lasciamoci guidare dalla santa audacia della fede. Non siamo restii a credere quello che la nostra immaginazione è impotente a raffigurarsi. Mortifichiamo il nostro desiderio pensando che anch'esso è troppo meschino: perché, occorre ripeterlo ancora, «l'occhio dell'uomo non ha mai visto, il suo orecchio non ha mai inteso, il suo cuore non ha mai concepito ciò che Dio prepara a coloro che Egli ama...». L'aver «preso sul serio l'Epifania» di Palestina o la Pentecoste non ci impedisca di prendere ugualmente sul serio la futura Parousia. Cantiamo ancora una volta, in anticipata celebra­zione del secondo e definitivo passaggio:...Et antiquum documentum Novo cedat ritui!

«La santa Chiesa ha due vite; una nel tempo, l'altra nell'eternità». Non separiamo queste due vite: non consideriamo la Eccklesia deorsum come estranea alla Ecclesia sursum . Sappiamo riconoscere, attraverso la diversità dei suoi stati successivi, la, continuità dell'unica Chiesa, come riconosciamo l'unità del Cristo nella sua vita terrena, nella sua morte e nella sua risurrezione gloriosa. Prima di diventare la Sposa, nei tempi che precedettero l'incarnazione, la Chiesa era ancora soltanto la fidan­zata. E tale rimane, in parte, fino alla consumazione dei tempi. I mistici sponsali di Nazareth e del Calvario esigono ancora il complemento dell'ultima Parousìa. Nuptiae sunt Agni, cum Ecclesia Domino in thalamo regni caelestis sociabitur.

Tuttavia la Chiesa ha già ricevuto dei pegni, che nessuna fidanzata ha mai ricevuto: Colui che si è promesso ad essa, le ha fatto dono del Suo Sangue. Pur distinguendo, come è necessario, la via e il termine -e a confonderli si correrebbe un grosso rischio--dobbiamo saperne com­prendere la continuità profonda e saper vedere l'immanenza dell'uno nell'altra. Nel Tabernacolo di Mosè dobbiamo già riconoscere il Tempio di Salomone. Se, la Chiesa, come il mondo, passa e al tempo stesso rimane; e del mondo rimane, per la Vita, quanto la Chiesa acco­glie in sé.

Senza dubbio si può ugualmente dire, con san Giovanni Crisostomo. che si tratta per noi di passare dalla Chiesa presente a quella dei Beati, dalla Città che noi formiamo quaggiù a quella che è nei cieli. È un modo di esprimersi, questo, che non soltanto è comodo e naturale, ma anche adatto a mettere in rilievo il radicale cambiamento che abbiamo poco fa ricordato. Non è male, e può anzi essere utile e necessario, guardare una stessa verità da due punti di vista opposti. Non diceva anche san Paolo, paragonando i nostri corpi ad una dimora, che se la nostra casa terrena si dissolve, noi ne attendiamo un'altra da Dio nei cieli? Altri testi ispirati non ci parlano forse di «cieli nuovi» e di «terre nuove»? Tuttavia queste varie espressioni non ci devono trarre in inganno. Portano sem­pre in se stesse il loro correttivo. «Né la sostanza né l'essenza della creazione devono essere annientate» precisa sant'Ireneo; ciò che deve cessare è la «sua forma temporale». Ecce nova facio omnia: non si tratta di novità pura e semplice, ma -ed è cosa ben più grande- di rinnovamento totale in una soggiacente continuità; d'un tale rinnovamento che esclude ormai ogni invecchiamento. Si tratta d'una «rigenerazione», d'un «ristabilimento di tutte le cose».

Ora, se tutto ciò è vero dei nostri corpi carnali, e di tutta la creazione di Dio, non è meno vero, sul suo piano, della Chiesa, seconda creazione e Corpo del Cristo. In realtà -diciamolo in attesa di precisare meglio nel capitolo seguente la fondatezza di una tale asserzione- non c'è che una sola Chiesa, una eademque Ecclesia. La Chiesa attuale, che vive e progredisce a fatica nel nostro povero mondo, la Chiesa «pellegrina» e militante, la Chiesa ogni giorno umiliata in cento modi, è la stessa Chiesa che vedrà Dio faccia a faccia e sari immersa nella Sua Gloria. Nelle profondità del suo essere, è già fin d'ora la «Città di Dio». Per la virtù della fede, che anticipa la visione, è già fin d'ora «introdotta nelle stanze del Re». «È questa, oggi, la sua speranza: essa vivrà eternamente. Questa Gerusalemme che noi vediamo attualmente sulla terra deve essere rapita in cielo; come Elia fu trasportato su un carro di fuoco, così anch'essa sarà trasportata; sposa gloriosa, essa sarà sollevata più in alto di Elia». Più ancora, questa santa Gerusalemme è, fin d'ora, «nel mistero» e «in speranza», la Gerusalemme Celeste. La Madre che noi abbiamo sulla terra -Ecclesia mater super terram- è già per noi una Madre Celeste -Mater caelestis- e le porte che essa ci apre sono già le «porte celesti». Ancora una volta il bronzo sarà mutato in oro ed il ferro in argento; ma, attraverso questa nuova tramutazione, sussisterà sempre la stessa Città di Jahweh, la Sion del Santo d'Israele. Haec caelestis, et illa caelestis. Haec Hierusalem, et illa Hierusalem. Anche quello che nella Chiesa è transitorio, dobbiamo amarlo come il mezzo unico, l'organo indispensabile, lo «strumento» provvidenziale e al tempo stesso il «pegno d'attesa, la figura passeggera, la promessa della Comunione futura».

(Testo estratto da: Henri De Lubac, Meditazione sulla Chiesa, Vol 8, Jaca Book, pp 27-47)

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