Meditazione Sulla Chiesa 2
Da quanto abbiamo detto emerge già un preciso suggerimento:
nel riflettere sul problema della Chiesa dobbiamo guardarci
da alcune dissociazioni pericolose. Ne abbiamo evitata una.
Dobbiamo ora segnalarne altre.
Non sono mai mancati, in ogni epoca, spiriti chimerici, o
ribelli alle onerose condizioni dell’unità cattolica, pronti
ad opporre a questa Chiesa visibile, temporale e gerarchica,
quale esiste in mezzo a noi, una specie di Chiesa
invisibile, tutta «interiore», tutta «spirituale», «comunità
luminosa di Dio diffusa in tutto l’universo». Solo questa
vasta communio sanctorum, ideale luogo di incontro di tutte
le comunità cristiane come di tutte le anime sante, sarebbe,
rigorosamente parlando, la Chiesa di Dio. Essa sola sarebbe
divina. Essa sola sarebbe oggetto di fede. La prima, che è
«corporale», non sarebbe che una «creazione umana». Non è
essa, infatti, sempre e inevitabilmente, gretta e impura?
Non si divide forse fatalmente nel corso dei tempi in
raggruppamenti diversi e spesso contrastanti? Infine, le
esigenze necessarie al buon ordine della comunità non le
impongono tutto un apparato umano di governo che non ha
nulla a vedere con la santità del Vangelo?
Sono queste, press’a poco, le obiezioni luterane che si
ritrovano più o meno alla base di certe concezioni
«ecumeniche» al di fuori del cattolicesimo. Dobbiamo
riconoscere che secondo una sapienza puramente naturale,
avrebbero il loro peso. Tuttavia, accettare questo modo di
vedere, o distinguere con Leibniz «il tempio di Dio» e «il
tempio degli uomini», o affermare con Calvino che la Chiesa
è «quel gruppo di fedeli che Dio ha scelto ed eletto per la
vita eterna» e che «può sussistere senza apparenza
visibile», significa ipostatizzare un sogno e tentare di
separare ciò che Dio ha congiunto, non soltanto introdurre
dappertutto l’anarchia dottrinale, quale Melantone era
costretto a deplorare. Ci precluderemmo in tal modo la
comprensione del «disegno eterno» che Dio «ha realizzato per
mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» e saremmo infedeli,
per ragioni puramente umane, a tutta la Scrittura.
Certo, «la struttura sociale della comunità cristiana, benché
sia tale da mostrare la sapienza del suo divino Architetto,
è tuttavia di ordine del tutto inferiore se la si paragona
ai doni spirituali di cui essa è dotata e di cui essa vive».
Ma nelle sue linee essenziali è anch’essa di istituzione
divina. Se crediamo veramente che la Chiesa da noi
professata nel canto del Credo è al tempo stesso una
comunità universale ed una comunità visibile, non possiamo
più, senza tradire la nostra fede, contentarci in seguito di
ammettere che la Chiesa universale è resa visibile e viene
concretizzata per ognuno di noi dalla comunità particolare
alla quale apparteniamo, indipendentemente dalla separazione
delle diverse comunità particolari. Sarebbe anche questo un
modo di risolvere la questione della unità ricorrendo ad una
Chiesa invisibile. Sarebbe ancora fare della «speculazione
platonica» invece di ascoltare Gesù Cristo. «Dal giorno
seguente alla morte di Gesù», esisteva e viveva una Chiesa,
quale Gesù l’aveva istituita.
La Chiesa attuale deve essere in evidente continuità con la
comunità dei primi discepoli, che, fin dal primo giorno, si
presenta come un gruppo ben determinato, sociale,
organizzato, con i suoi capi, i suoi riti, le sue usanze, e,
ben presto, con una sua legislazione. Attraverso una
successione reale ed ininterrotta, essa deve essere unita
alla «radice della società cristiana». Non è tacciando
questa successione di «profana», di «meccanica» o di
«giuridica», che se ne eliminerà l’esigenza. Che si dia
pure, se si riesce, un senso preciso al termine
d’apostolicità «pneumatica» opponendolo ad ogni idea di
succéssione «storica». In ogni modo, sin dalle origini, le
cose non sono mai state interpretate cosi. Noi crediamo
piuttosto a sant’Ireneo che ci mostra gli Apostoli nell’atto
di affidare ai vescovi le Chiese di cui avevano la
responsabilità. Se la Chiesa visibile di oggi non è la,
Chiesa «apostolica», non continua realmente la missione del
Cristo e non è la sua Chiesa.
Del resto, «se c’è una sola anima non ci può essere che un
unico corpo». Corpi multipli e divisi non possono costituire
una Chiesa unica. La supposizione che possano esistere varie
società cristiane indipendenti, con l’«unità dello spirito»,
è «totalmente estranea al pensiero di san Paolo», ed è
contraria a tutta la storia cristiana primitiva. Se la
Chiesa è una realtà concreta, deve essere necessariamente un
organismoche si possa in qualche modo «vedere e toccare»,
così come si poteva vedere e toccare l’Uomo-Dio durante la
sua vita terrena. La Sposa di Cristo è unica, ed è una
Chiesa «che si vede, che si sente, che si crede,. che
insegna, che decide, che battezza». Tutto ci obbliga a
riconoscerlo: secondo l’energica formula del P. Louis Bouyer
che riecheggia una formula di sant’Ignazio di Antiochia,
«una Chiesa invisibile equivale in realtà all’assenza della
Chiesa»: senza la gerarchia che la riunisce, l’organizza e
la guida, «non si può parlare di Chiesa». Chi si rifiuta di
seguire a questo proposito la logica paradossale
dell’Incarnazione, come potrà ancora seguirla sul piano
dell’economia sacramentaria? Oltretutto, non sarà tentato di
abbandonarla in ciò che concerne la persona stessa di Gesù
Cristo?
D’altra parte, se è vero che la Chiesa, nel suo aspetto
visibile, «rivela tracce evidenti della debolezza della
nostra condizione umana, ciò non deve attribuirsi alla sua
costituzione giuridica, ma piuttosto alla deplorevole
tendenza al male dei suoi singoli membri, tendenza che il
suo divino Fondatore permette anche nei membri più
ragguardevoli del suo Corpo mistico per provare la virtù sia
delle pecorelle che dei pastori e perché in tutti si
accrescano i meriti della fede cristiana».
La Chiesa si presenta nella sua struttura come un connubio non
soltanto di visibile e di invisibile, ma, nel visibile
stesso, di divino e di umano: «Christus… nostram salutem
operatus est, in quantum fuit Deus et homo...Oportet igitur
et ministros Christi homines esse, et aliquid divinitatis
ejus participare secundum aliquam spiritualem potestatem».
Questa legge, ripetiamolo, costituisce un aspetto
fondamentale del mistero della Chiesa. Dimentichiamo troppo
facilmente quale sorgente di forza essa sia per noi. Eppure
l’autore dell’Epistola agli Ebrei ci esorta a ricordarci dei
nostri capi defunti, mediante i quali ci fu trasmessa la
Parola di Dio; e non è a caso che aggiunge immediatamente,
senza alcuna transizione: «Gesù Cristo è il medesimo ieri ed
oggi e lo sarà eternamente». È per mezzo degli uomini che ci
guidano e ci ammaestrano con un’autorità divina che ci viene
assicurato il più prezioso fra tutti i beni: l’indefettibile
saldezza nella fede in Cristo e nella partecipazione alla
Sua vita. Ma la stessa legge, per coloro che non cercano di
sottrarvisi rifugiandosi in una specie di indifferenza,
comporta, in compenso, un aspetto spesso doloroso. La storia
lo dimostra chiaramente: ci sono dei pastori abili, ma non
mancano gli incapaci; c’è il buon pastore, ma c’è talvolta
anche il cattivo. Appartenga o no alla gerarchia, un
cattolico zelante può essere un mediocre cristiano:
l’espressione può essere contestabile, ma essa è stata
imposta da una esperienza fin troppo comune. Ciò che rende
possibile la santità apre anche la porta alla più atroce
impostura. Inoltre, dove c’è comunità di uomini, è fatale
che essi, pur aiutandosi, si facciano reciprocamente
soffrire. E la sofferenza sarà tanto più grande quando essi
siano legati tra di loro da un vincolo così profondo! Tutte
le forme coscienti od inconsapevoli della malizia umana
assumono allora un carattere molto più odioso. La calunnia
trova in certi ambienti ecclesiastici un terreno
particolarmente favorevole, e una volta che vi ha messo
radice, si nutre non soltanto del peggio ma anche del
meglio. Essa prolifera qui come altrove, e come altrove è
quasi sempre inafferrabile. Perfino un sincero e reciproco
desiderio di bene, dello stesso bene, non riesce ad evitare
gli urti tragici: succede anzi che li provochi, come si vede
nella vita dei santi. E quali profonde ed impensate ferite,
che non trovano riscontro nell’esperienza puramente umana,
diventano possibili quando, in questa associazione di
carattere unico, gli uni hanno la paurosa facoltà di
raggiungere gli altri in quel segreto punto di congiunzione
in cui si incontrano l’anima e lo spirito! Quando esiste,
anzi, un potere così forte e così penetrante, di fronte al
quale non si tratta soltanto di subire, pur con pazienza, ma
di consentire, e di consentire volentieri a ciò che sarebbe,
da parte di qualsiasi altro potere, una intollerabile
violazione! Perché è fino a questo punto che, anche nella
sua pratica più comune, giunge l’obbedienza cattolica.
Lungi dall’essere una sconcertante eccezione, questa
sofferenza è un fatto normale. Ordinariamente, anche se non
sempre riveste forme acute, questa sofferenza è senza dubbio
assai più frequente -s’intende per il cristiano preoccupato
di una vera vita di Chiesa- di quelle provenienti dagli
uomini che sono fuori della sua cerchia. In ogni caso, il
suo carattere inevitabilmente paradossale ce ne rende
l’accettazione più penosa, e può ferirei ben più
intimamente. Ma essa è, nello stesso tempo, generatrice di
gioia. «Umiliandoci sotto la potente mano di Dio», essa ci
prepara «al tempo della sua visita». Talvolta può anche far
sorgere doveri gravi e delicati, che dobbiamo saper
discernere con penosa ricerca; ma le lacerazioni che essa
opera, sotto l’azione dello Spirito, volgono sempre a
profitto dell’unità meglio realizzata e meglio amata. E,
infine, proprio questa sofferenza, più di tutte le nostre
speculazioni e le nostre chiacchiere, è indispensabile al
nostro progredire nella intelligenza del Mistero della
Chiesa.
Senza introdurre una perniciosa dissociazione tra il visibile
e l’invisibile, come avviene spesso nello scisma o
nell’anarchia spirituale, senza sottoscrivere il concetto
inconsistente di «cattolicità evangelica» caldeggiato da un
ecumenismo liberale, senza opporre neppure i carismi alla
gerarchia, o lo «spirito» alla «autorità», si può correre
talvolta lo stesso rischio, se non si è vigilanti,
distinguendo pericolosamente «Chiesa visibile» e «Corpo
mistico» di Cristo. Alcuni, senza averlo positivamente
voluto, ne sono rimasti presi, dato il carattere
disarticolato e frammentario della speculazione teologica.
Da una parte, infatti, pareva che la Chiesa avesse
sufficientemente definito o almeno descritto se stessa senza
ricorrere abitualmente all’idea del Corpo mistico. In una
serie di documenti solenni, essa aveva affermato e precisato
tanto la sua istituzione divina quanto alcuni tratti
essenziali della sua struttura esterna -sebbene anche questo
lavoro non sia stato affatto ultimato nei suoi concili. I
trattati de Ecclesia, anche quelli di maggior valore, in uso
fino a poco tempo fa, si limitavano generalmente a questo
aspetto delle cose, dominati come erano in primo luogo dalla
preoccupazione di stabilire solidamente i titoli e le
prerogative della gerarchia cattolica, e poi di sostenerne i
diritti contro le usurpazioni o le negazioni della società
civile. Il loro punto di vista, benché dottrinale, restava,
per cosi dire, dal principio alla fine più apologetico me
mistico. I loro autori miravano più a difendere e
consolidare i bastioni di Gerusalemme che ad introdurre i
fedeli nel cuore della Città. La maggioranza s’atteneva
essenzialmente allo schema tracciato nel secolo XVI da san
Roberto Bellarmino nelle sue celebri Controversie, come alla
tradizione scolastica creata nel secolo XVIII dai primi
manuali; e, naturalmente, ancor più vi si attenevano gli
autori di catechismi e di trattati di pastorale.
Senza dubbio, era stata aperta una larga via tradizionale fin
dall’inizio del secolo scorso, da Johann Adam Moehler- non
soltanto il Moehler dell’Unità, ma quello della Simbolica.
Moehler aveva attinto la maggior parte della sua ispirazione
dai Padri della Chiesa, e deve anche qualcosa a Fénelon. Ben
presto trasse nella sua orbita un gruppo di Gesuiti del
Collegio Romano, come Giovanni Perrone che l’aveva difeso
nel 1841, il quale lo fece conoscere ai propri alunni. Nel
1853-1854, Carlo Passaglia diede al «Corpo mistico» un posto
centrale nel suo poderoso trattato De Ecclesia Christi,
pieno d’una linfa patristica ancora tutta fremente. Sulle
sue orme continuarono Klemens Schrader, che fu, per qualche
tempo, suo intimo collaboratore e Jean Baptiste Franzelin,
il più grande dei suoi discepoli. Un loro alunno, Matthias
Joseph Scheeben, «uomo di genio» morto troppo presto, come
lo stesso Moehler, per giungere a darei la misura di tutte
le sue possibilità, espose con profondità nel 1865 il
mistero della Chiesa Corpo di Cristo nella sua opera sui
Misteri del Cristianesimo. Più tardi si scorgerà nella sua
opera «un’insufficiente chiarificazione teologica del
rapporto tra il mistero del Corpo della Chiesa e la sua
struttura gerarchica»; cionondimeno quest’opera, nel suo
insieme, ha segnato una felice direttiva.
Bisogna tuttavia riconoscere che questa direttiva non è stata
che poco seguita. Durante il Concilio Vaticano I, quando i
Padri presero conoscenza dello schema, redatto senza dubbio
inizialmente da Schrader, il cui primo capitolo era
intitolato: «Ecclesia est corpus Christi mysticum», un certo
numero di essi rimase interdetto da un simile modo di
esprimersi. Parecchi si dichiararono contrari; alcuni,
ricordando l’abuso fattone dai giansenisti al Sinodo di
Pistoia, incominciarono a temere che favorisse l’eresia.
Dopo il Concilio la situazione rimase la stessa. Nel 1873 il
sulpiziano Brugère, dopo aver descritto la Chiesa, nel suo
aspetto esteriore, affermava che sarebbe stato opportuno
considerarsi anche «dal di dentro e nella sua relazione col
Cristo», ma nel suo solido trattato di 434 pagine,
s’accontentò di una mezza pagina per abbozzare questo nuovo
punto. Lo sforzo successivo di Dom Gréa (1885) e di alcuni
altri, come pure la pubblicazione postuma nel 1887 del corso
di Franzelin, non ebbero sul principio un miglior successo
di quello di Scheeben.
All’inizio del nostro secolo, la rinascita «tomista»
danneggiata da un’interpretazione gretta della Tradizione e
da una conoscenza troppo frammentaria dello stesso san
Tommaso, non poteva favorirlo gran che. Non s’accordava
allora che un’attenzione alquanto distratta ai richiami di
Leone XIII del 1896 nell’enciclica Satis cognitum e a quelli
della Divinum illud del 1897.
Certamente il Corpus Cbristi mysticum, come non mancava nei
trattati dello stesso Bellarmino, non era totalmente assente
nei nuovi, né in altri manuali precedenti; ma non lo si
nominava in genere che sporadicamente. L’idea non veniva
messa nel dovuto rilievo, non entrava profondamente nella
struttura dell’opera, anzi, spesso non vi veniva inserita
che come un corollario o un’appendice; oppure la si trovava
quasi subissata dalla enumerazione delle «figure» della
Chiesa contenute nei Libri santi. Contrariamente a quanto
avevano desiderato nel 1870 i teologi dello schema de
Ecclesia, non si ricorreva affatto a tale idea, almeno
esplicitamente, nel determinare «la ragione intima della
Chiesa». Può darsi fosse, in più d’un caso, solo questione
di presentazione; tuttavia la tendenza generale era di
mettere in risalto il carattere metaforico dell’espressione,
a un punto tale da moderare il realismo della dottrina da
essa. affermata. La figura biblica appariva in grado solo di
rendere l’idea d’una società, senza dubbio soprannaturale
nella sua origine come nel suo fine, con mezzi ugualmente
soprannaturali a sua disposizione, ma senza una vera e
propria unità mistica. L’opposizione manifestata, nonostante
tutta la solida tradizione patristica e tomista,
all’ammettere che lo Spirito Santo era lui stesso l’anima di
questo grande corpo, sembra davvero si debba considerare,
almeno presso parecchi, quale un sintomo di questo stato
d’animo. Ancora verso il 1930 il padre Maurice de la Taille
scriverà: «Benché questo punto di vista (della Chiesa Corpo
di Cristo) sia tanto familiare ai Padri, benché sia tanto
centrale in san Tommaso, è ben lontano dall’occupare lo
stesso posto nelle scuole di teologia dei nostri giorni».
Si sarebbe dunque potuto credere che Schrader avesse
completamente fallito, quando aveva concluso un paragrafo
della sua dissertazione sul Corpo mistico di Cristo con
quest’esortazione: «Tale è il sublime carattere della
Chiesa, che dev’essere presentato alla mente dei fedeli
perché si scolpisca profondamente nel loro animo: e non sarà
per nulla esagerato insistervi». A più d’uno dei teologi del
tempo passato, come avvenne a un certo Padre del Concilio
Vaticano I, questa concezione sembrava invece atta a
favorire una deleteria «esuberanza di fantasia», dalla quale
la purezza della dottrina avrebbe potuto soffrir danno; e
quindi venne respinta come «astratta e mistica».
D’altra parte, press’a poco nello stesso tempo, si stava
compiendo uno sforzo notevole per approfondire il trattato
de Gratia, valorizzando maggiormente la cosi detta grazia
«abituale» e liberandolo dal punto di vista troppo
individualista che vi aveva a lungo prevalso. Un’abbondante
letteratura spirituale esponeva e sviluppava i risultati di
questo sforzo nella loro applicazione alla vita del
cristiano. Si era portati così a rimettere in primo piano
-bisogna riconoscerlo, talvolta con un po’ di confusione-
l’idea di una Vita unica, di un unico organismo di grazia,
di una comunione di tutti con tutti nel Cristo.
Ora, a tale scopo, la Tradizione, tanto greca che latina,
offriva molte ricchezze da sfruttare, specialmente nei suoi
commenti sull’idea paolina del «Corpo di Cristo» con grande
frequenza questi commenti non contenevano alcun riferimento,
almeno esplicito, alla Chiesa visibile. L’introduzione del
vocabolo «corpo mistico», il cui esatto significato non era
stato sempre ben compreso, aveva contribuito in molti casi a
polarizzare l’attenzione sul carattere spirituale e
interiore del grande mistero esposto da san Paolo. In questa
situazione, non c’è da meravigliarsi che non sempre si
pensasse a unire direttamente tra di loro questi due grandi
temi dottrinali, studiati in due trattati distinti. E quando
accadeva che ci si pensasse, non si vedeva sempre con
chiarezza come riuscirvi. «Tendenza giuridica» da una parte,
«misticismo» dall’altra: la sintesi della ecclesiologia si
cercava senza riuscire a trovarsi.
Parecchi, inoltre, vivamente preoccupati dal problema della
salvezza degli infedeli, pensavano di potervi trovare una
soluzione, sia utilizzando la tradizionale distinzione del
«corpo» e dell’ «anima» della Chiesa in modo imprudente e
talvolta inesatto, che finiva per separarli, sia
distinguendo «Chiesa giuridica» e «Chiesa della carità», o
Leibkirche e Geistkirche, o «società gerarchica» e «comunità
di grazia», oppure ancora -tutte queste distinzioni dicono
la stessa cosa- la realtà visibile della Chiesa
istituzionale e la realtà, profondamente più estensibile,
del Corpo mistico. Non mancavano del resto, in un modo o
nell’altro, di mettere il secondo termine in rapporto di
dipendenza, o anche di «identità mistica» con il primo.
Siffatte distinzioni non erano dunque date come assolute.
Non volevano essere delle disgiunzioni; e lo spirito che le
dettava non era per nulla paragonabile allo spirito che
aveva fatto opporre alla società ecclesiastica una Chiesa
invisibile, come si oppone il divino all’umano. La prima di
esse figurava fino a ieri nei trattati più classici e veniva
persino proposta con una certa insistenza in alcuni dei
nostri catechismi. Erano distinzioni determinate da un
problema reale, che il teologo non può né eludere, né
risolvere in modo negativo. Si può dire che la soluzione
ricercata e proposta con queste formule era per lo più
sostanzialmente corretta, anzi l’unica corretta: furono
sufficienti alcune leggere correzioni di vocaboli per
renderle accettabili, senza cambiarvi nulla di essenziale.
Ma tuttavia non erano molto appropriate. La loro
terminologia era troppo scarsamente tradizionale, ed il
punto di vista che le reggeva, troppo soggettivo. Non erano
sufficientemente protette contro interpretazioni ed
utilizzazioni esagerate. Nella migliore delle ipotesi, esse
rischiavano di svigorire la verità primitiva che san Paolo
aveva cosi fortemente espressa in queste parole, tanto
semplici quanto misteriose: Corpus Christi, quod est
Ecclesia, e che comporta, tra le altre conseguenze, quella
per cui ogni salvezza, senza eccezione e nonostante ogni
apparenza contraria, viene per mezzo della Chiesa.
Ora è a questa fondamentale verità che, fugando ogni «vano
timore», l’Enciclica Mystici Corporis Christi, preparata
essa stessa da tutta una serie di ottimi studi, la cui
pubblicazione si era fatta più intensa da una quindicina di
anni, doveva, nel 1943, riportare l’intelligenza cristiana:
«La dottrina del Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa,
dottrina attinta originariamente al labbro stesso del
redentore e che pone nella sua vera luce il gran bene, mai
abbastanza esaltato, della nostra strettissima unione con sì
eccelso Capo, è tale senza dubbio che, per la sua eccellenza
e dignità, invita tutti gli uomini che son mossi da divino
Spirito, a studiarla e, illuminandone la mente, fortemente
li spinge a quelle opere salutari che corrispondono ai suoi
precetti».
È dunque questa dottrina, è questa verità prima che deve
costituire una pietra angolare della riflessione teologica
sulla Chiesa di Cristo.
Pur senza volerla minimamente contestare, senza volersi
allontanare in nulla da una esatta teologia, alcuni si
preoccupano di distinguere dalla realtà soprannaturale della
Chiesa cattolica ciò che essi chiamano la sua «realtà
sociologica» o la sua «situazione sociologica». Si tratta
per lo più di laici, osservatori attenti del loro tempo e
preoccupati di riforme sociali. Teoricamente, la loro
distinzione è impeccabile. In pratica, essa è talora molto
utile, perfino necessaria. A coloro che la propongono si può
forse rimproverare una sola cosa: una ortodossia cosi
perfetta, cosi facilmente sicura, che rassomiglia in modo
strano all’indifferenza per tutto ciò che nella Chiesa non è
oggetto, precisamente, della loro «sociologia».
C’è infatti un modo di essere pregiudizialmente e per
principio «sottomessi al dogma», che non è altro che un
rifiuto di interessarsi al suo contenuto, cioè alla verità
rivelata. Si è allora «troppo indifferenti sulla religione,
per volersi prendere la briga» di aver un parere su quanto
essa insegna. L’essenza della fede si riduce «a non osare
contraddire i misteri incomprensibili, riguardo ai quali una
certa qual vaga sottomissione non costa niente»; per questo
ci si riferisce una volta per tutte «a coloro che passano
per maestri», si dichiara di «mettere rispettosamente da
parte il deposito delle verità dogmatiche, e di non aver
coraggio di discuterle». Come dimostra molto bene
quest’ultima frase, un simile atteggiamento pratico tende,
per forza propria, all’errore dottrinale che relega tutti i
misteri della fede in una regione separata
dall’intelligenza, in una specie di esilio, dal quale non
possono più essere, per nulla, la luce della nostra vita.
Comunque sia, nell’intreccio così complesso e così cangiante
delle cose ecclesiastiche, nell’attività degli uomini di
Chiesa, nei costumi e nel comportamento dei vari ambienti
cattolici, in tutto ciò che Dom Gréa definiva «l’abito
mutevole degli accidenti e delle istituzioni», la
«sociologia» di cui qui si tratta, trova, beninteso, un
campo di studio immenso e sempre rinnovato. Come il Verbo,
incarnandosi, si è sottomesso per tutta una parte di se
stesso all’esame della storia, anche a quella che si serve
di metodi puramente profani, cosi la sua Chiesa è ugualmente
esposta alle analisi della sociologia.
Il fatto è che la sociologia, non contenta di analizzare, si
trasforma volentieri in critica. Intendiamoci: sul piano
teorico ciò è perfettamente legittimo, e in alcuni casi,
anzi, estremamente salutare. Ma l’unione tra l’umano ed il
divino è cosi delicata che, a spingere inconsideratamente la
critica, si corre con facilità il rischio, in casi ben più
numerosi, di rassomigliare al figlio che insulta la madre.
Chiamandola «Chiesa sociologica» non si farebbe altro che
accentuare una dicotomia sospetta, senza riuscire ad evitare
l’odiosità dell’insulto. È necessario inoltre ricordare che
l’umano stesso, in quanto è essenziale alla struttura ed
alla vita della Chiesa quale Gesù Cristo l’ha voluta, è
anche esso di origine divina; o, come dice un teologo -la
formula non è molto elegante ma ha il vantaggio di contenere
la parola controversa- c’è già «una incarnazione
sociologica del Corpo di Cristo» che fa parte della sua
essenza. Dimenticando ciò, verrebbe reintrodotta, col
pretesto questa volta non più della teologia ma della
scienza, una dissociazione nefasta.
Eccola dunque questa unica Chiesa, umana e divina ad un tempo
anche nel suo stesso aspetto visibile, «senza divisione né
confusione», ad immagine stessa del Cristo di cui essa è
misticamente il «corpo». Noi non diremo neppure, come faceva
Schrader, che essa comporta un aspetto visibile e sociale in
quanto società gerarchica, ed un aspetto mistico in quanto
Corpo di Cristo, È nelle profondità stesse del suo essere,
nella sua intrinseca ed infrangibile unità, è all’interno
del Corpo mistico stesso, che bisognerà distinguere i
molteplici elementi di cui essa si compone e gli aspetti
diversi sotto i quali è possibile considerarla.
Infatti la sua unità è complessa, e varia la sua ricchezza:
Circumdata varietate. Una simile indagine formerebbe
l’oggetto di un intero trattato sulla Chiesa. Altri se ne
sono assunto, in tutto o in parte, l’impegno. Noi ci
limiteremo a mettere in rilievo quella dualità di aspetti
che ci pare fondamentale: alla sua luce, molte altre
distinzioni si chiarificano o si rettificano, svaniscono
molte apparenti anomalie; e molti testi tradizionali, a
prima vista contraddittori, si armonizzano.
È nello stesso vocabolo Chiesa, in questa «parola cosi colma
di misteri», che noi troviamo inscritta questa dualità di
aspetti.
Il vocabolo infatti può essere inteso tanto al passivo quanto
all’attivo. In questa grande «assemblea» che è la Chiesa
cattolica si può considerare, da una parte, la voce che
convoca, o la forza che riunisce, con tutti i suoi organi,
con tutti gli «strumenti» di cui essa dispone a tale scopo;
e, dall’altra, l’assemblea ormai costituita, ossia l’insieme
di coloro che si trovano cosi riuniti, è con le loro diverse
caratteristiche. La storia ci dimostra che questi due ordini
di considerazioni furono presenti in tutti i tempi e che
sempre furono ritenuti ugualmente essenziali. La loro
dualità si materializza ai nostri occhi nella duplice
traduzione latina del vocabolo ecclesia: convocatio da un
lato, e congregatio dall’altro. «La Chiesa, dice per esempio
san Cirillo di Gerusalemme, è cosi chiamata perché convoca
tutti gli uomini e li riunisce in un solo tutto». D’altra
parte, Teodoro di Mopsuestia vede nella Chiesa «tutta
l’assemblea dei fedeli che servono Dio in modo ortodosso».
Sant’Ambrogio vi scorge la moltitudine «riunita dei popoli
pagani» e sant’Agostino, nelle Chiese sparse ovunque sulla
terra, vede «l’assemblea dei popoli e delle nazioni». Dirà
Ugo di San Vittore: «Quid est Ecclesia, nisi multitudo
fidelium, universitas christianorum?».
Ambedue le definizioni si ritrovano in sant’Isidoro di
Siviglia, che le ha rese classiche in Occidente. Ecclesia
convocans et congregans, Ecclesia congregata et convocata;
«convocazione divina» e «comunità dei convocati»: i due
sensi possono ugualmente richiamarsi all’autorità di san
Paolo. Sant’Agostino li registra tutti e due in un medesimo
passo. Il senso attivo è il principale; ma il secondo non è
né meno essenziale né meno importante. È quello maggiormente
utilizzato da san Tommaso e ribadito ad esempio dal
Franzelin. Se lo si dimenticasse, o semplicemente lo si
indebolisse, ci si metterebbe sulla strada pericolosa di un
«monofisismo pratico».
Ci sarebbero altresì dei gravi inconvenienti a riservare il
nome Chiesa all’una o all’altra di queste due accezioni.
Oltre al fatto che vi si oppone un uso venti volte secolare
e sempre vivo, ambedue queste accezioni sono richieste da
tutto ciò che la Chiesa ci insegna di se stessa. Tutte e due
si uniscono per integrare l’idea di Chiesa; tutte e due, più
o meno esplicitamente, sono contenute nelle definizioni
classiche. L’Ecclesia de Trinitate, la cui missione
gerarchica ha la sua origine nelle stesse Processioni
divine, è nel medesimo tempo ed indissolubilmente, sotto
l’altro aspetto, l’Ecclesia ex hominibus.
Noi professiamo infatti che la nostra Chiesa è santa -creao
sanctam Ecclesiam- e che è la Chiesa dei santi -Ecclesia
sanctorum. Queste formule non significano evidentemente che
tutti i suoi capi siano santi e che nel suo seno non
esistano peccatori; esse significano invece, sempre per un
riferimento a Colui che solo è «il Santo», che da una parte
essa è la Chiesa santificatrice e dall’altra è la Chiesa
santificata dallo Spirito Santo, la Chiesa dei santificati:
di coloro cioè che furono «chiamati ad essere santi» e lo
sono realmente diventati nel Cristo. Essa è la Chiesa che
dona il battesimo della rigenerazione, e la Chiesa che lo
riceve. È una società gerarchica, nella quale alcuni membri,
in virtù di una scelta che non è soltanto di Dio, sono messi
«in possesso di poteri sacri», al fine di perpetuare in
mezzo a noi le funzioni stesse del Cristo. Ma essa è anche
una comunità di grazia, nella quale esiste un’altra
«gerarchia», del tutto interiore questa, e frutto della sola
elezione divina: la gerarchia della santità. È un potere di
riconciliazione, e nello stesso tempo è la famiglia di tutti
i riconciliati.
Èun duplice mistero, di comunicazione e di comunione: mediante
la comunicazione dei sacramenti, delle cose sante, essa è
una comunione di santi. Èun ovile, ed è un gregge. Èuna
madre, ed è un popolo: la madre che ci genera alla vita
divina , l’insieme di tutti coloro che partecipando, in
gradi diversi, a questa vita, formano il «Popolo di Dio». La
Chiesa è dunque nostra madre -ed è noi stessi. È un seno
materno, ed è una fraternità.
In base a parecchie di queste accezioni accoppiate si può
egualmente dire, nell’uno e nell’altro caso, che noi siamo i
membri della Chiesa; ma nel primo caso si dovrà dire inoltre
che siamo i suoi figli o i suoi sudditi. Il titolo stesso di
Sposa, che indica sempre la sua intima unione con Gesù
Cristo, può significare due cose, secondo i casi: o la
Potestà .che partecipa della maestà e della santità del
Cristo, che esercita la sua autorità e distribuisce le sue
grazie S5; oppure, correlativamente, la pecorella perduta
che il Buon Pastore riporta sulle sue spalle: l’Umanità, un
tempo miserabile e dispersa, che il Cristo è venuto a
strappare dalle «vie tortuose», ed ha reso vergine con un
bacio, facendone la Sposa pudica del suo Spirito; la schiava
umiliata che Egli ha liberato dalle dimore diaboliche per
introdurla nella vera Terra Promessa; la peccatrice che si
prostra ai suoi piedi per ungerglieli e rialzarsi purificata
59, la sposa sempre fragile che Egli non cessa mai di
redimere dalla sua prostituzione spirituale e di purificare
ogni giorno unendola a Sé, come canta la Liturgia
dell’Epifania: «Hodie caelesti Sponso iuncta est Ecclesia,
quoniam in Jordane lavit Christus eius crimina».
Come appare evidente, questi due aspetti perfettamente
irriducibili sono tuttavia in stretta connessione tra di
loro. Sono implicati l’uno nell’altro e questa sostanziale
identità nella diversità dei punti di vista si esprime molte
volte in formule paradossali, La stessa Chiesa, si dirà per
esempio, è ad un tempo la Sposa del Cristo e la figlia.
Oppure con sant’Ambrogio, che utilizza un pensiero di
Origene: questa Chiesa, che fu dapprima nel peccato, si
salva mediante i figli che essa genera castamente nella fede
e nella carità. O ancora, con san Beda il Venerabile: «Ogni
giorno la Chiesa genera la Chiesa», San Cirillo
d’Alessandria, nel corso di uno stesso paragrafo, definisce
successivamente la Chiesa come «la madre dei credenti» e
come «la moltitudine» o «il gregge dei credenti». In un
senso analogo, l’inno parigino della Dedicazione canta
l’autorità materna di Colei che il suo Sposo ha tratto
dall’antica miseria:
Christus enim, norma iustitiae, Matrem nostram desponsat
hodie, quam de lacu traxit miseriae, Ecclesiam!
Questa mutua implicazione comporta anche, evidentemente, un
senso irreversibile. Non ci son figli senza una madre, non
c’è popolo senza i suoi capi, non c’è santità acquisita
senza un potere e senza un’opera di santificazione, non c’è
unione effettiva nella vita divina senza una trasmissione di
questa vita, non c’è «comunione dei santi» senza una
comunicazione di cose sante. E non c’è neppure assemblea
costituita, senza una costituzione che comporta una
gerarchia. O, in fine, per riprendere i due vocaboli la cui
antitesi ha fatto fortuna nella filosofia sociale e di cui
si è talvolta abusato, ma che possono essere, con i
necessari correttivi, applicati al caso della Chiesa, non ci
può essere nessuna comunità realizzata (Gemeinschaft) senza
una società (Gesellschaft) nella quale e mediante la quale
essa si realizzi.
Si vede chiaramente l’affinità di queste spiegazioni con le
distinzioni classiche proposte dai nostri catechismi tra due
categorie di persone in seno alla società ecclesiastica;
distinzioni che, senza coincidere esattamente, evocano tutte
una stessa fondamentale dualità, essenziale alla sua
struttura: pastori e gregge, Chiesa docente e Chiesa
discente, Chiesa che governa e Chiesa governata; laici e
chierici; gerarchia e semplici fedeli; ministri e soggetti
dei sacramenti; o ancora, come si diceva un tempo,
sacerdotes e idiotes. Quanto abbiamo precedentemente detto
mira appunto a giustificare e consolidare queste distinzioni
-ma sempre mantenendo il principio dell’unità: perché
«l’integrità del Cristo significa l’unità indivisibile del
Capo e del corpo, in plenitudine Ecclesiae», e, per
conseguenza, anche l’unità indivisibile di tutti coloro che
fanno parte di questo corpo. Nella prospettiva in cui ci
siamo posti non si tratta del resto di due parti, di due
gruppi. Si tratta della Chiesa stessa, la cui realtà
misteriosa trascende sempre tutti coloro che le appartengono
e che le vengono da ogni parte. Essa si attualizza e si
localizza nei loro raggruppamenti, ma non ne viene né
frammentata né moltiplicata, perché essa rimane sempre una
realtà più grande di quello che essi non siano nella loro
realtà empirica.
Essa è dunque qualcosa di più, nella sua unità, che la
«semplice somma dei pastori e del gregge». Senza sussistere
alla maniera di una idea platonica, essa è tuttavia qualcosa
di ben diverso da un semplice :aggregato. L’Appello divino
che la realizza ed il Principio divino che l’anima la
rendono sempre anteriore e superiore a tutto ciò che è
possibile discernere e distinguere in essa. La Chiesa è
nata, si può dire, dagli Apostoli; ma gli Apostoli furono a
loro volta generati dalla Chiesa. Ora è questa Chiesa tutta
intera che, nella sua unicità e nella sua unità, è
indissolubilmente, benché sotto due aspetti diversi, società
gerarchica e comunità di grazia.
Il primo di questi due caratteri, quello che la rende
santificatrice, le viene da Dio solo. Perciò lo possiede in
pienezza fin dal primo istante della sua esistenza e lo
trasmette sempre nella sua integrità, qualunque sia il
valore umano o la situazione morale degli «strumenti» di cui
Dio si serve in essa: Cum enim boe datur quod Dei est,
sanctum dal etiam non saneta conscientia. In questo senso
essa è tutta santa ed indefettibile. «La Sposa di Cristo non
può essere macchiata; è pura e senza corruzione; essa non
conosce che una dimora e con casto pudore custodisce la
santità di un solo focolare». La sua dottrina è sempre pura,
e sempre viva è la sorgente dei suoi sacramenti. Viceversa,
il secondo carattere, fine e frutto del primo, è un tesoro
che ogni individuo può perdere: il cristiano spera umilmente
da Dio solo la perseveranza finale.
Nel corpo intero della Chiesa, questo tesoro è sempre
suscettibile di crescita e di diminuzione. L’opera della
grazia varia in intensità secondo le epoche e secondo le
anime, e noi non possiamo mai dame un giudizio sicuro. Per
la santità vi sono dei tempi di fioritura più abbondante, o
più profonda; e questa fioritura inoltre può essere più
appariscente o più nascosta.
Non immaginiamoci dunque la Chiesa, alla maniera dei
Donatisti, come un raggruppamento di «perfetti», o di santi
predestinati. La Chiesa è quaggiù, e tale rimarrà fino alla
fine, una comunità mista: frumento ancora mescolato alla
paglia, arca contenente animali puri ed impuri, nave piena
di cattivi passeggeri che sembrano sempre sul punto di farla
naufragare. Non è la giustizia, davanti a Dio o davanti agli
uomini, che fornisce il criterio di appartenenza al Corpo
mistico cioè alla Chiesa. Gli «infedeli» di buona fede e di
buona volontà, o anche i cristiani dissidenti -la cui
situazione è tuttavia ben diversa sono semplicemente
«ordinati» ad essa da «un certo desiderio ed aspirazione
incosciente»; non possono dirsi suoi membri, nel senso
pieno e forte di questa parola, reapse. Invece, i peccatori
che non l’hanno rinnegata continuano a farne realmente
parte, e noi sappiamo bene che essi sono l’immensa
maggioranza. Senza vivere secondo il Vangelo, credono
tuttavia ancora al Vangelo per mezzo di essa; e questo
vincolo, che non sarebbe certo sufficiente per costituire la
Chiesa, basta, anche se indebolito all’estremo limite,
perché questi peccatori ne rimangano membri, sia pure
«infermi», «aridi», «putridi», o anche «morti». La Santa
Chiesa li tollera con pazienza. Quanto ai migliori dei suoi
figli, sono anch’essi solo in via di santificazione, e la
loro santità è sempre precaria. Tutti devono fuggire
continuamente la malizia del secolo rifugiandosi nella
misericordia di Dio.
È dunque con voce unanime, come ci ricorda il Catechismo
romano seguendo il Concilio di Trento, che questa Chiesa,
costituita da noi, deve quotidianamente dire, senza
eccezione: «Dimitte nobis debita nostra». Deve implorare
ogni giorno la forza e la pietà del suo Salvatore. Ogni
giorno della sua esistenza terrena è per essa un giorno di
purificazione, ed ogni giorno deve lavare la sua veste nel
Sangue dell’Agnello, «fino a quando sia purificata dal fuoco
del cielo e consumata in Dio».
Perciò quando i primi secoli cristiani, adottando un termine
biblico e paolino, hanno parlato della «Chiesa dei Santi»,
non hanno forgiato il concetto orgoglioso di una Chiesa,
grande o piccola, formata esclusivamente di puri; come
quando parlavano della «Chiesa celeste», essi non
misconoscevano affatto le condizioni della sua esistenza
sulla terra. Non opponevano assolutamente una specie di
assemblea spirituale qualsiasi alla Chiesa gerarchica, ma
designavano questa come la «Chiesa vera», cioè come la
Chiesa della Nuova Alleanza, ideale e concreta nello stesso
tempo. Affermavano con ‘questo che tutti coloro che sono
entrati nella Chiesa sono stati consacrati a Dio. Essi
testimoniavano la loro fede nei frutti del battesimo ed
esprimevano la loro convinzione che tutta la vita del
cristiano, che è «santa per chiamata divina», deve esserne
illogico sviluppo. Essi proclamavano, ancora con san Paolo,
che la condizione cristiana obbliga alla santità. In loro,
dunque, non c’era né mancanza di esperienza umana, né, come
nei settari che essi combattevano, disprezzo della grande
assemblea.
Nonostante alcune espressioni destinate a mettere in rilievo
la contraddizione esistente tra la professione di
cristianesimo e lo stato di peccato, essi sapevano benissimo
che se la Chiesa, in se stessa, è «senza peccato», essa non
è mai, nei suoi membri, «senza peccatori». Essi dicevano con
sant’Ambrogio: Non in se, sed in nobis vulneratur Ecclesia;
ma soggiungevano immediatamente con lui, dimostrando così
chiaramente che la Chiesa in noi è ancora la Chiesa:
Caveamus igitur, ne lapsus noster vulnus Ecclesiae fiat.
Come tutta la realtà cristiana di cui essa è l’espressione
sintetica, l’Ecclesia Sanctorum, considerata nella piena
accezione del termine, era ai loro occhi essenzialmente
escatologica. Non che essi la considerassero come puramente
futura, anzi. L’escatologico infatti non è assente dal
presente, così come il trascendente non è estraneo all’umile
realtà di questo mondo. Al contrario, esso lo fonda e al
tempo stesso l’attira, ne è la sostanza nutritiva ed
esercita in esso una forza per adesso ancora velata. Essi
sapevano però che la perfezione della Chiesa è riservata
all’al di là. La «Chiesa dei santi» ne è quaggiù una
anticipazione, ed essa non sarebbe che una illusione se non
fosse speranza: sperandum substantia rerum.
Con ciò si trova illuminata e approfondita la visione, già
intravista nel capitolo precedente, di una Chiesa che
trascende i limiti del tempo per espandersi secondo la
misura stessa dell’eternità. Se è vero, come abbiamo detto
innanzi, che tutto quanto in essa appartiene all’ordine dei
mezzi non è destinato a sopravvivere al fine da esso
procurato, non è meno vero che questo fine è ancora la
Chiesa stessa. Più ancora, ne è la pienezza ed il totale
compimento. Come sant’Ignazio di Antiochia gridava la sua
convinzione di non poter essere veramente, pienamente uomo,
se non dopo il suo ingresso nel soggiorno della pura luce,
così la Chiesa sa che non realizzerà la perfezione del suo
essere che alla consumazione del mistero pasquale. Se noi
esitassimo forse ad ammetterlo, o se non concepissimo la sua
perennità che prolungando nell’al di là i tratti della sua
struttura temporale, ciò significherebbe che la consideriamo
solo nella sua condizione di Chiesa militante. Non sapremmo
contemplarla nella sua condizione di Sposa perfetta e
«gloriosa», senza più «né macchia né ruga», quando, stretta
tutta intera al suo Sposo, essa sarà pura «assemblea di
santi», e, in Lui, trasparente «comunione di santi».
Questo duplice aspetto dell’unica Chiesa nel suo stato
presente è esattamente evocato dalla dottrina paolina del
«Corpo di Cristo».
Certo, nessuna delle altre espressioni che la Scrittura usa
deve essere sistematicamente scartata; anzi, nessuna potrà
essere trascurata senza danno, perché ognuna ha il suo
significato voluto da Dio. Senza presentarsi come un tutto
logico, esse si completano, si correggono, si equilirano
vicendevolmente, concorrendo cosi tutte a darci della Chiesa
non un’idea esauriente -ipotesi assurda- ma una conoscenza
adatta alla nostra capacità. Difatti, per sapere come
comprenderle, «quali elementi ritenere, in quale senso
svilupparle, è necessario tener presente il commento vivente
che la Chiesa stessa ci offre; è necessario prendere per
guida lei stessa». Ora, essa ci indica precisamente, fra
tutte, come privilegiata, in connessione intima con
l’immagine della Sposa, l’espressione del «Corpo del
Cristo»; e non è impossibile individuare le ragioni di una
tale scelta.
Qualunque lettore delle Epistole non può fare a meno di
notarlo: con questa espressione metaforica, l’Apostolo
designa un certo organismo che egli concepisce come
eminentemente reale ed i cui membri sono al contempo ben
distinti ed uniti. Questo corpo è una società visibile e
organicamente strutturata, in cui regna una certa
«ripartizione del lavoro», giacché le funzioni dei suoi
membri sono, per esempio, di insegnare, di governare, o di
fare dei miracoli, di discernere gli spiriti: si tratta
della duplice differenziazione, «gerarchica» e
«carismatica». Ma esso è, nello stesso tempo, una comunità
di vita intima e misteriosa, perché in esso tutte le
diversità e le opposizioni naturali di coloro che lo
compongono, per reali e irriducibili che siano per se
stesse, si annullano. Nella diversità stessa delle loro
funzioni, tutti, «abbeverati di un solo Spirito», non sono
più che una cosa sola in Cristo Gesù. Esso è, come qualcuno
ha detto, l’insieme unificato di queste funzioni «presentate
come la concorde epifania di un medesimo Spirito»; esso non
designa un aspetto della Chiesa, e tanto meno una realtà
«che si possa contrapporre a ciò che noi chiamiamo oggi la
gerarchia», ma appare piuttosto «come la rivelazione della
sua realtà profonda».
La metafora paolina condensa in sé un duplice significato; per
cui è possibile riconnetterle i due insegnamenti
complementari che si trovano non soltanto nell’Apostolo ma
anche nei Vangeli ed in tutto il Nuovo Testamento. In essa
vengono, per così dire, a riunirsi e intrecciarsi insieme
tutti i temi biblici relativi alla Chiesa. Il «Corpo di
Cristo» infatti è realmente la Casa costruita dal grande
Architetto sulla roccia della fede di Pietro, in cui ognuno
trova la sua dimora e il suo impiego; ma è anche la Vigna in
cui una medesima linfa anima il tronco ed i rami.
Da una parte esso è «l’unità di una totalità»; tutti i
cristiani che lo compongono, «assimilati al Cristo sono lo
stesso Uno». Contrariamente ai Principati ed alle Potestà
che, vinti, Egli tiene sotto i suoi piedi, «la Chiesa non fa
che una cosa sola con Lui» e la supremazia che Egli esercita
su di essa è una supremazia di santificazione e di amore.
Gesù Cristo «sostiene la Chiesa, Egli vive nella Chiesa»; il
Capo «è della stessa natura delle sue membra, nelle quali
infonde forza, movimento, energia», di modo che i due nomi
di Chiesa e di Cristo sembrano intercambiabili come lo si
vede in san Paolo; l’espressione «Cristo mistico» trova qui
il suo fondamento, e sant’Agostino potrà dire, con uno dei
paradossi significativi a lui tanto cari: «Cristo prega per
mezzo di Cristo». Ma d’altra parte, questo stesso Corpo
possiede un Capo che ne è distinto, che lo domina, che
dirige la sua crescita senza crescere egli stesso, che è un
organo di comando, cosicché dal corpo al Capo è evidente
soprattutto ora il vincolo di subordinazione. La Chiesa non
è soggiogata, ma è sottomessa. Gesù Cristo la guida e la
governa, e senza cessare di dirigerla misteriosamente. Egli
stesso, la fa inoltre dirigere e governare visibilmente «da
colui che fa le sue veci sulla terra: perché, dopo la sua
gloriosa Ascènsione in cielo, essa non poggia più soltanto
su di Lui, ma anche su Pietro, come su un fondamento
visibile per tutti».
Ma il pensiero dell’Apostolo non racchiude soltanto i due
aspetti della Chiesa già presenti nel suo stato terreno di
corpus mixtum. Esso comprende ancora il suo divenire e il
suo compimento. Nell’uno e nel. l’altro stato, è infatti
sempre il medesimo corpo che san Paolo offre alla nostra
contemplazione, e, più ancora, alla nostra ‘partecipazione.
Questo Corpo che è la Chiesa, che vive e si sviluppa
quaggiù, di cui si potrebbe tracciare la storia, egli ce lo
mostra mentre si costruisce e cresce fino al giorno -che non
splenderà più sulla terra e che ci proietterà al di là della
storia- in cui avrà raggiunto la pienezza della sua statura:
«Uomo perfetto», Corpo perfetto di tutti i santi insieme,
tutti uniti, e questa volta perfettamente uniti, nello
stesso Cristo 104, «Corpo che ci è preparato», dirà san
Cirillo d’Alessandria invertendo la prospettiva, come fece
san Giovanni parlando nell’Apocalisse della nuova
Gerusalemme che discende dal cielo nella Gloria di Dio 105,
E tuttavia è sempre lo stesso Corpo, e non c’è che una sola
Gerusalemme, la Città santa che intese l’annuncio profetico:
«Sorgi, risplendi, o Gerusalemme! La Gloria del Signore si è
levata su di te, su di te risplenderà il Signore e la sua
gloria si vedrà in te!».
Riassumendo: se nelle sole Epistole di san Paolo -come del
resto in nessun altro autore sacro preso isolatamente-non si
trova una dottrina della Chiesa assolutamente completa,
possiamo tuttavia dire che il concetto paolino del «Corpo di
Cristo», quale emerge dai testi successivi dell’Apostolo,
appare il più atto a integrare tutti gli elementi di questa
dottrina. Se non costituisce, a rigore di termini, una
definizione, esso fornisce almeno una «immagine analogica
privilegiata per condurci ad una esatta comprensione della
natura della Chiesa». Esso può essere applicato alla Chiesa
in ognuno dei suoi stati, terreno o celeste, e in ognuno dei
suoi aspetti, istituzionale e mistico, e ci consente di
mostrarne la profonda unità. Tra l’Ecclesia universalis e il
corpus universorum l’equivalenza è perfetta .
Oggi l’epiteto «mistico» viene comunemente aggiunto a «Corpo
di Cristo», Esso serve ad indicare ancora meglio, per
sovrappiù, che è veramente tutta la Chiesa,
indivisibilmente, che è mistero, Anzi, senza essere paolino,
questo aggettivo sintetizza felicemente il pensiero di san
Paolo che accostava talmente la Chiesa ed il «Mistero» da
fare dell’una il contenuto concreto dell’altro. Così noi
possiamo dire, servendoci delle parole stesse dell’enciclica
Mystici Corporis, che «per definire, per descrivere questa
vera Chiesa di Gesù Cristo -quella che è santa, cattolica,
apostolica, romana- non si può trovare nulla di più bello,
nulla di più eccellente, nulla infine di più divino, di
questa espressione che la designa come il Corpo mistico di
Gesù Cristo».