La testimonianza neotestamentaria...: Gesù e la Chiesa
La testimonianza neotestamentaria sull'origine e la natura
della Chiesa: Gesù e la Chiesa
Partiamo dal fatto che l’annuncio di Gesù riguardava
direttamente non la Chiesa, ma il regno di Dio (o «regno dei
cieli»).
Lo dimostra una circostanza puramente
statistica: il regno di Dio ricorre nel Nuovo Testamento
centoventidue volte: di queste, ben novantanove nei vangeli
sinottici, novanta delle quali si trovano in parole di Gesù.
Possiamo così comprendere l’affermazione di Loisy, divenuta
col tempo popolare: Gesù ha annunciato il regno, ed è;
venuta la Chiesa.
Ma una lettura storica dei testi
dimostra che questa contrapposizione tra regno e Chiesa non
è; obiettiva. Secondo la concezione giudaica, difatti, la
specificità del regno di Dio consiste nel radunare e
purificare gli uomini per questo regno. «Proprio perché
riteneva prossima la fine, Gesù dovette voler radunare il
popolo di Dio del tempo della salvezza».
Nella
profezia postesilica, la venuta del regno è; preceduta dal
profeta Elia o dall’«angelo» rimasto anonimo, il quale
prepara il popolo per tale regno. Giovanni Battista, proprio
perché è; l’annunciatore del Messia, riunisce la comunità
della fine dei tempi e la purifica. Così pure la comunità di
Qumran, proprio a motivo della sua fede escatologica, si era
riunita come comunità della nuova alleanza. Per questo J.
Jeremias conclude con questa formulazione: «Ciò dev’essere
puntualizzato fortemente: tutta l’opera di Gesù mira solo a
raccogliere il popolo escatologico di Dio».
Di questo popolo Gesù parla in molte immagini, in particolare
nelle parabole della crescita, nelle quali il «presto»
dell’escatologia ravvicinata, caratteristica di Giovanni
Battista e di Qumran, sfocia nell’adesso della cristologia.
Gesù stesso è; l’opera di Dio, la sua venuta, la sua
signoria. «Regno di Dio» in bocca a Gesù non significa
qualche cosa o qualche luogo, ma l’agire attuale di Dio.
Perciò non è; errato tradurre l’affermazione programmatica
di Mc 1,15 «Il regno di Dio è giunto»: Dio è giunto. Di qui
emerge ancora una volta la connessione con Gesù, con la sua
persona: egli stesso è la vicinanza di Dio. Dove è Gesù, ivi
è il regno.
A tale riguardo, la frase di Loisy va
così modificata: è stato promesso il regno, ed è venuto
Gesù. Solo in questo modo si comprende rettamente il
paradosso di promessa e compimento.
Ma Gesù non è mai solo. Egli è anzi venuto per riunire quelli
che erano dispersi (cfr. Gv 11,52; Mt 12,30).
Perciò
tutta la sua opera sta nel radunare il popolo nuovo.
Sicché abbiamo già due elementi essenziali per la futura
nozione di Chiesa, e cioè: nel nuovo popolo di Dio, nel
senso di Gesù, è insita la dinamica per cui tutti divengono
una cosa sola, quell’andare gli uni verso gli altri andando
verso Dio. E inoltre il punto di raccolta interiore del
nuovo popolo è Cristo; esso, d’altro canto, diventa un
popolo solo attraverso la chiamata di Cristo e attraverso la
risposta alla chiamata, alla persona di Cristo…
L’altro rilievo ci introduce già nel prossimo tema: i discepoli
chiedono a Gesù una loro preghiera comune. «Presso i gruppi
religiosi dell’ambiente circostante, un proprio ordine di
preghiera costituisce infatti un essenziale segno distintivo
della comunità» Perciò la richiesta di una preghiera esprime
la consapevolezza da parte dei discepoli di essere divenuti
una nuova comunità facente capo a Gesù. Qui essi sono come
la cellula primigenia della Chiesa, e ci mostrano al tempo
stesso che la Chiesa è; una comunità unificata
essenzialmente a partire dalla preghiera. La preghiera con
Gesù ci da la comune apertura a Dio.
Di qui seguono automaticamente altri due passaggi.
Anzitutto
dobbiamo tener conto del fatto che la comunità dei discepoli
di Gesù non è un gruppo amorfo. In mezzo a loro c’è il
nucleo compatto dei Dodici, accanto al quale, secondo Luca
(10,1-20), si colloca altresì la cerchia dei settanta o
settantadue discepoli. Va tenuto presente che solo dopo la
risurrezione i Dodici ricevono il titolo di «apostoli».
Prima di allora sono chiamati semplicemente «i Dodici».
Questo numero, che fa di loro una comunità chiaramente
circoscritta, è; così importante che, dopo il tradimento di
Giuda, viene nuovamente integrato (At 1,15-26). Marco
descrive espressamente la loro vocazione con le parole: «e
Gesù ne costituì Dodici» (3,14). Il loro primo compito è;
quello di formare insieme i Dodici; a ciò si aggiungono poi
due funzioni: «che stessero con lui e potesse inviarli a
predicare» (Mc 3,14). Il simbolismo dei Dodici è perciò di
decisiva importanza: è; il numero dei figli di Giacobbe, il
numero delle tribù d’Israele. Con la formazione del gruppo
dei Dodici Gesù si presenta come il capostipite di un nuovo
Israele; a sua origine e fondamento sono prescelti dodici
discepoli. Non poteva essere espressa con maggiore chiarezza
la nascita di un popolo che ora si forma non più per
discendenza fisica, bensì attraverso il dono di «essere con»
Gesù, ricevuto dai Dodici che da lui vengono inviati a
trasmetterlo. Qui è già possibile riconoscere anche il tema
di unità e molteplicità, dove nell’indivisibile comunità dei
Dodici che solo in quanto tale realizzano il loro simbolismo
— la loro missione — domina certamente il punto di vista del
popolo nuovo nella sua unità.
Il gruppo dei settanta o settantadue, di cui parla Luca, integra
questo simbolismo: settanta (settantadue) era, secondo la
tradizione giudaica (Gn 10; Es 1,5; Dt 32,8), il numero dei
popoli del mondo. Il fatto che l’Antico Testamento greco,
nato in Alessandria, sia stato attribuito a settanta (o
settantadue) traduttori doveva significare che con quel
testo in lingua greca il libro sacro di Israele era
diventato la Bibbia di tutti i popoli, come in effetti è;
poi avvenuto, avendo i cristiani adottato tale traduzione.
Il numero di settanta discepoli manifesta la pretesa di Gesù
nei confronti dell’intera umanità, che come tale deve
formare la schiera dei suoi discepoli; essi stanno a
indicare che il nuovo Israele abbraccerà tutti i popoli
della terra.
La preghiera comune che i discepoli hanno ricevuto da Gesù ci
mette su un’ulteriore traccia. Duarante la sua vita terrena
Gesù aveva partecipato insieme ai Dodici al culto del tempio
di Israele. Il Padre nostro era il primo inizio di una
speciale comunità di preghiera con e a partire da Gesù.
Inoltre nella notte, prima della passione, Gesù compie un
altro passo in tale direzione quando trasforma la Pasqua di
Israele in un culto totalmente nuovo, che logicamente doveva
portare fuori dalla comunità del tempio e con ciò fondare
definitivamente un popolo della «nuova alleanza». Le parole
di istituzione dell’eucarestia, sia nella tradizione
marciana sia in quella paolina, hanno sempre a che fare con
l’alleanza; esse rimandano al Sinai e alla nuova alleanza
preannunziata da Geremia. I sinottici e il vangelo di
Giovanni stabiliscono inoltre, sia pure in modi diversi, il
nesso con l’evento pasquale, e infine richiamano anche le
parole del Servo sofferente in Isaia. Con la Pasqua e il
rito dell’alleanza sinaitica vengono recepiti i due atti
fondativi di Israele attraverso i quali esso divenne e
diviene sempre nuovamente un popolo. Il nesso di questo
sfondo cultuale originario, su cui si basava e viveva
Israele, con le parole-chiave della tradizione profetica
fonde passato, presente e futuro nella prospettiva di una
nuova alleanza. Il senso del tutto è; chiaro: «Come in
passato l’antico Israele venerava nel tempio il proprio
centro e la garanzia della propria unità e nella
celebrazione comunitaria della Pasqua realizzava in maniera
viva tale unità, così ora questo nuovo banchetto deve essere
il vincolo di unità di un nuovo popolo di Dio. Non c’è più
bisogno di un luogo centrale costituito dall’unico tempio
esteriore… Il corpo di Cristo, che è; il centro del
banchetto del Signore, è; l’unico nuovo tempio che congiunge
in unità i cristiani ben più realmente di quanto possa fare
un tempio di pietre».
Allo stesso ordine di idee appartiene un’altra serie di testi
della tradizione evangelica. Tanto Matteo e Marco come
«anche Giovanni tramandano (naturalmente in diversi
contesti) l’espressione di Gesù, secondo la quale egli
ricostruirà in tre giorni il tempio distrutto e lo
sostituirà con uno migliore (Mc 14,58 e Mt 26,61; Mc 15,29 e
Mt 27,40; Gv 2,19; cfr. Mc 11,15-19 par.;Mt 12,6). Sia nei
sinottici che in Giovanni è chiaro che il nuovo tempio, “non
fatto da mani d’uomo”, è; il corpo glorioso di Gesù
stesso…». Ciò significa: «Gesù annuncia il crollo del culto
antico e con esso dell’antico popolo e ordinamento
salvifico, e promette un nuovo culto più elevato, al cui
centro ci sarà il suo stesso corpo glorioso».
Ne segue che la fondazione della santissima eucaristia nella
sera che precede la passione non può essere vista come una
qualsiasi azione più o meno isolata. Essa è; la stipulazione
di un patto e, come tale, la concreta fondazione del nuovo
popolo, che diviene tale attraverso il suo rapporto di
alleanza con Dio. Potremmo anche dire: in virtù dell’evento
eucaristico, Gesù coinvolge i discepoli nel suo rapporto con
Dio e pertanto anche nella sua missione che ha di mira «i
molti», ossia l’umanità di tutti i luoghi e di tutti i
tempi. Questi discepoli diventano «popolo» attraverso la
comunione col corpo e sangue di Gesù, che è al tempo stesso
comunione con Dio. L’idea veterotestamentaria dell’alleanza,
che Gesù accoglie nella sua predicazione, riceve un nuovo
centro: la comunione col corpo di Cristo. Potremmo dire: il
popolo della nuova alleanza diventa popolo a partire dal
corpo e dal sangue di Cristo, ed è solo a partire da questo
centro che è popolo. Può essere chiamato «popolo di Dio»
perché, per la comunione con Cristo si apre il rapporto con
Dio, che l’uomo non è in grado di stabilire da sé.