L'autodesignazione della Chiesa come écclesìa
Dopo questo breve sguardo agli atti fondativi della Chiesa da
parte di Gesù, dobbiamo ora rivolgere la nostra attenzione
alla formazione della Chiesa apostolica. A tale scopo vorrei
seguire due piste testuali che, risultando dalla struttura
che abbiamo osservato nell’azione di Gesù, portano al cuore
della testimonianza apostolica: l’espressione «popolo di
Dio» e l’idea paolina del «corpo di Cristo». Di per se
l’espressione «popolo di Dio» designa nel Nuovo Testamento
quasi esclusivamente il popolo di Israele e non la Chiesa.
Per quest’ultima viene impiegato il vocabolo écclésiaa, che
è poi passato in tutte le lingue neolatine ed è divenuta la
denominazione specifica della nuova comunità nata dall’opera
di Gesù. Perché è stato scelto questo termine? Che cosa si
afferma di questa comunità con tale espressione? Dal ricco
materiale che la ricerca più recente ha riunito sulla
questione, vorrei estrapolare una sola osservazione. Il
vocabolo greco, che sopravvive nel latino «ecclesia», deriva
dalla radice veterotestamentaria «qahal», abitualmente
tradotta con l’espressione «assemblea di popolo». Tali
«assemblee», nelle quali il popolo si costituiva come entità
cultuale e, a partire dal culto, come entità giuridica e
politica, esistevano tanto nel mondo greco quanti in quello
semitico.
La «qahal» veterotestamentaria si differenzia però
dall’assemblea plenaria greca, costituita da cittadini con
diritto di voto, in un duplice senso: alla «qahal»
partecipavano anche le donne e i bambini, che in Grecia non
potevano essere soggetti attivi della vita politica. Ciò
dipende dal fatto che in Grecia sono gli uomini che con le
loro decisioni stabiliscono quel che si deve fare, mentre
l’assemblea d’Israele si riunisce «per ascoltare l’annuncio
di Dio e darvi il proprio assenso». Questa concezione
tipicamente biblica dell’assemblea del popolo deriva dal
fatto che l’adunanza al Sinai era vista come modello e norma
di tutte le successive adunanze; dopo l’esilio, essa venne
ripetuta solennemente da Esdra come rifondazione del popolo.
Ma per la continuazione della dispersione e il ritorno della
schiavitù, sempre di più divenne nucleo centrale della
speranza di Israele una «qàhàl» proveniente da Dio stesso,
una nuova convocazione e fondazione del popolo. La preghiera
per questa convocazione — per la nascita dell’ecclesia —
appartiene al forte patrimonio della preghiera
tardo-giudaica.
Risalta, dunque, il significato del fatto che la Chiesa nascente
scelga appunto il nome di Chiesa. Essa dichiara in tal modo
che in noi questa preghiera si è adempiuta. Cristo, morto e
risorto, è il Sinai vivente; quelli che si accostano a lui
formano l’assemblea eletta e definitiva del popolo di Dio
(cfr. per es. Eb 12,18-24).
Si capisce così perché
non sia stata usata la comune definizione di «popolo di Dio»
per designare la nuova comunità, ma sia stata scelta quella
che indicava il centro spirituale ed escatologico del
concetto di popolo. Questa nuova comunità si forma soltanto
nella dinamica dell’adunanza originata da Cristo e sostenuta
dallo Spirito Santo, e il centro di tale dinamica è il
Signore stesso, il quale si comunica nel suo corpo e nel suo
sangue. L’autodesignazione come «ecclesia» definisce il
nuovo popolo nella continuità storico-salvifica
dell’alleanza, ma anche da quel momento in poi, nella chiara
novità del mistero di Cristo. Se va detto che «alleanza» in
origine comporta essenzialmente il concetto di «legge», di
giustizia, ciò significa allora che la «nuova legge»,
l’amore, diventa il centro decisivo, la cui misura estrema
fu posta da Cristo con la sua dedizione fino alla sua morte
sulla croce.
A partire da qui possiamo comprendere l’ampiezza di significato
del termine «ecclesia» nel Nuovo Testamento. Esso indica sia
l’assemblea cultuale, sia la comunità locale, sia la Chiesa
di un più vasto ambito geografico, sia infine la stessa e
unica Chiesa di Gesù Cristo. Questi significati si integrano
perciò senza residui l’uno nell’altro, poiché tutto è
sospeso al centro cristologico, che si concretizza
nell’assemblea dei credenti alla mensa del Signore.
E' sempre il Signore che nel suo unico sacrificio riunisce a
sé il suo unico popolo.
In tutti i luoghi si
verifica l’assemblea dell’unico popolo. Questa
considerazione è sottolineata da Paolo con estrema chiarezza
nella lettera ai Galati. Rifacendosi alla promessa fatta ad
Abramo, egli rileva con metodi interpretativi tipicamente
rabbinici che quella promessa, in tutti e quattro i punti
nei quali ci viene comunicata, si rivolge a un singolare,
cioè «alla tua discendenza». Dunque, conclude Paolo, vi è
sempre un portatore unico e non diversi titolari della
promessa.
Ma come si concilia ciò con la volontà
divina di salvezza universale?
Attraverso il
battesimo — risponde Paolo — noi siamo stati inseriti in
Cristo, ricomposti in un unico soggetto insieme con lui; non
più molti, uno accanto all’altro, ma «uno solo in Cristo
Gesù» (Gal 3,16.26-29). Solo l’autoidentificazione di Cristo
con noi, solo il nostro fonderci in lui ci rende portatori
della promessa: il traguardo ultimo dell’assemblea è quello
della completa unità; è il divenire «uno» con il Figlio, che
permette nel contempo di entrare nell’unità vivente di Dio
stesso, perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28).