Il cuore della Chiesa (l'Eucarestia)
Due fatti devono ora attirare la nostra attenzione: il legame
che san Paolo stabilisce tra la dottrina della Chiesa e
quella dell’Eucaristia, e l’aggiunta, relativamente tarda,
dell’epiteto «mistico» all’espressione paolina di «Corpo di
Cristo». Essi sono in stretta connessione l’uno con l’altro.
Il loro esame ci permetterà di giungere al cuore del mistero
della Chiesa.
Nell’antichità cristiana si parla sovente di un «corpo
spirituale» o di un «grande corpo» di Cristo; di un «corpo
totale», di un corpo «universale» o «comune», di un corpo
«vero e perfetto» di cui Cristo è «il Capo mistico» e di cui
i cristiani sono le «mistiche membra». Si parla anche dello
stuolo dei Santi come di una «Chiesa mistica», o del
«mistero del Corpo di Cristo», o della «unione mistica» dei
fedeli nel Corpo di Cristo. Tuttavia soltanto verso la metà
del nostro medioevo (seconda parte del secolo XII) questo
Corpo di Cristo, che è la Chiesa, comincia a venire
qualificato con l’appellativo di «mistico». Nei secoli
anteriori era l’Eucaristia che veniva cosi qualificata.
D’allora in poi, al contrario, sarà la Chiesa che con questa
denominazione verrà distinta tanto dall’Eucaristia quanto
dal Cristo storico o glorioso.
In genere non si attribuisce a questo epiteto un significato
preciso. Non è sufficiente, infatti, sottolineare che
«mistico» si trova qui in rapporto di opposizione con
«naturale». Il «corpo mistico» è quell’organismo
soprannaturale che ci dobbiamo rappresentare a somiglianza
di un corpo naturale, ma, nel medesimo tempo, in contrasto
con esso. La spiegazione, nella sua genericità, è esatta. È
ovvia. Essa offre l’innegabile vantaggio di riportarci alla
base, a quella analogia del corpo umano da cui san Paolo
aveva preso le mosse e che aveva sviluppato nella prima
Epistola ai Corinzi e nella Epistola ai Romani. San Tommaso,
ispirandosi a san Paolo, la utilizza volentieri: «Tutta la
Chiesa, dice per esempio, è un solo corpo mistico, a
somiglianza del corpo fisico dell’uomo perché ha anch’esso
pluralità di membra con diversità di funzioni», o ancora:
«Il Cristo è chiamato Capo della Chiesa per analogia con il
capo di un corpo fisico»; e, in un secondo tempo, precisa le
differenze essenziali che questa analogia comporta,
L’enciclica Mystici Corporis adotta anch’essa un identico
modo di procedere.
San Paolo non si era però fermato qui; san Tommaso neppure, e,
con lui, nessuno dei testimoni autorizzati della Tradizione
della Chiesa. L’enciclica Mystici Corporis, dopo l’enciclica
Salis cognitum di Leone XIII, non manca di metterei in
guardia contro coloro che sarebbero tentati di fermarcisi.
«La Chiesa, precisa l’enciclica, deve essere definita non un
corpo qualsiasi, ma il corpo di Gesù Cristo»; e un po’ più
avanti: «Se paragoniamo il corpo mistico con quello morale,
è necessario allora notare che la differenza è grande, anzi,
di estrema importanza e gravità».
L’analogia paolina non è dunque soltanto un’allegoria
propriamente detta, né un semplice paragone. Se l’Apostolo
fa uso di una metafora non bisogna concludere che egli
intenda indicare con essa un essere più o meno «metaforico».
L’equivoco non è inaudito. Siccome, per certi spiriti, era
il corpo naturale che si presentava con carattere di solida
realtà, è evidente che un corpo mistico non poteva avere per
essi che la consistenza di un’ombra; se il primo era
«fisico», il secondo non poteva essere che «morale»; se il
primo era reale e vero, il secondo non era corpo che
«misticamente», cioè, secondo il loro modo di vedere,
approssimativamente, per modo di dire, in senso figurato o
simbolico. Non poteva essere un corpo «in senso proprio». Si
tendeva pertanto a non parlare più che del «Corpo mistico
della Chiesa» o della Chiesa in quanto costituisce «un corpo
mistico». Queste espressioni sono, in se stesse, innocenti;
sono esatte anche, ma insufficienti, tanto più oggi, che
questa stessa parola «corpo mistico» ha finito per entrare
persino nel linguaggio dei filosofi. Però se fossero
esclusive diverrebbero gravemente erronee, perché non
farebbero più comprendere che quanti formano questo «corpo
della Chiesa» sono realmente le «membra del Cristo». Non si
tratterebbe più allora, realmente, del Corpo del Cristo, del
suo «Corpo vivente», animato dal suo Spirito come il nostro
corpo carnale è animato dalla nostra anima; non si
tratterebbe più di questo Corpo che è realmente il Cristo;
l’unità di fede non sarebbe nient’altro che una convergenza,
invece di essere la realizzazione dell’unico Spirito.
Perdendo il suo legame interno, la Chiesa perderebbe il suo
essere; non sarebbe più «un tutto vero, reale, un corpo
vivente con i suoi organi», una «immagine vivente del
Salvatore» così realmente unico, benché in modo differente,
quanto il suo corpo individuale; non costituirebbe più in
tutta la sua pienezza, come si esprimevano gli antichi
Padri, «il Mistero del Cristo». Essa apparirebbe soltanto
più o meno come un corpo morale, o «un semplice corpo
politico», i cui membri non avrebbero con il loro Capo «che
un legame esterno». Sarebbe dunque un corpo nel senso in cui
possono esserlo altri gruppi sociali: gruppi che non sono
veri organismi viventi, così come non sono vere persone le
«persone morali». La grande e ricca idea che ce ne dona la
fede tradizionale sfumerebbe «in una semplice
personificazione fittizia». In una simile prospettiva si
potrebbe ancora credere, certo, ad una origine divina della
Chiesa, ma tutto il realismo, tutta la specifica realtà del
Mistero cristiano svanirebbe.
In altre epoche, o in altri ambienti, l’espressione «corpo
mistico» veniva indubbiamente interpretata in un senso
realista. Si intendeva designare con essa un vero organismo
soprannaturale. Ma allora -l’abbiamo già accennato- accadeva
che si tendesse a staccare in vario modo il «corpo mistico»
dalla Chiesa. Alcuni temevano che l’aggiunta di questo
epiteto al sostantivo trasmessoci da san Paolo favorisse nel
«Corpo di Cristo» una ipertrofia dell’aspetto «mistico»,
cioè, secondo la loro traduzione, il carattere invisibile,
interiore, spirituale e nascosto tanto che si era arrivati a
chiedersi se talora «l’aggettivo non avesse divorato, strada
facendo, il sostantivo».
Per sfuggire a questo duplice pericolo -il quale sotto ambedue
gli aspetti era tutt’altro che chimerico- si fece allora
giustamente notare che «mistico» dice di più di «morale» e
che esso comporta un elemento di oscurità, di «mistero», di
cui deve tener conto l’interpretazione dottrinale. Si fece
inoltre osservare che questa parola non deve tuttavia essere
intesa come sinonimo di «invisibile»; ma che si riferisce
piuttosto al segno sensibile d’una realtà divina e nascosta,
e che essa designa, in modo indubbio, quella Chiesa che è,
secondo san Paolo, «il corpo del Cristo». La reazione fu
certamente opportuna. Ma fermandosi qui non si apporterebbe
ancora una spiegazione positiva. Se vogliamo dare alla
espressione «corpo mistico» un senso veramente concreto, se
desideriamo cogliere tutta la ricchezza della sua portata
dottrinale, se infine vogliamo renderci conto come, secondo
un’affermazione dell’enciclica Mystici Corporis, essa
«fiorisce, per così dire, da quanto frequentemente ci
espongono le Sacre Scritture e gli scritti dei Santi Padri»,
sarà utile procedere ad ulteriori precisazioni.
La storia ci apporta queste desiderate precisazioni. Essa ci
permette di eliminare una duplice serie di errori: quello di
coloro che farebbero di «mistico» un semplice equivalente di
«morale» o di «misterioso», inteso in un senso vago; e
quello che tenderebbe a dissociare il corpo mistico dalla
Chiesa visibile. Nello stesso tempo essa ci fornisce un
elemento dottrinale di capitale importanza.
San Paolo costruendo occasionalmente la teoria di ciò che
emerge già con evidenza dalla prassi della Chiesa primitiva,
unisce il mistero eucaristico ed il mistero della comunità
cristiana in un solo mistero: «Il pane che noi spezziamo,
dice, non è la comunione al corpo di Cristo? Poiché non c’è
che un solo pane, noi, pur essendo molti, formiamo un unico
corpo: perché partecipiamo tutti allo stesso Pane». Tutta la
Tradizione fa a gara nel commentare questo testo. Ed è
ancora un commento esatto di questo testo che,
consapevolmente, vogliono dare i primi teologi che parlano
della Chiesa come del corpo mistico del Cristo. Anch’essi ne
parlano in un contesto eucaristico. Ciò che essi intendono
con questa espressione -e non c’è che da leggerli per averne
la prova- non è né un corpo totalmente invisibile, né una
pallida immagine di un corpo reale: è il «corpus in
mysterio», il corpo misticamente significato e prodotto
dall’Eucaristia; in altre parole è l’unità della comunità
cristiana realizzata dai «santi misteri» in un simbolo
efficace. In altri termini ancora, è «l’unione
indissociabilmente spirituale e corporativa dei membri della
Chiesa col Cristo presente nel sacramento». È dunque il
Corpo per eccellenza, il più reale, il più assolutamente
«vero» di tutti. È il Corpo definitivo, in rapporto al quale
lo stesso corpo individuale di Gesù, senza attenuazione
della sua specifica verità, può essere chiamato «corpo
figurativo». In linguaggio scolastico, è questa la
«realtà»del sacramento: res sacramenti. Dopo il signum
tantum (o sacramenti species), dopo la res et signum, questa
è la res tantum, quella che non è più segno di una realtà
ulteriore, perché è l’effetto ultimo del sacramento. Res
ultima.
Tutto ci invita dunque a considerare i rapporti che legano la
Chiesa e l’Eucaristia. Tra l’una e l’altra corre una
reciproca causalità. Ognuna, per cosi dire, è stata affidata
all’altra dal Salvatore. È la Chiesa che fa l’Eucaristia, ma
è anche l’Eucaristia che fa la Chiesa. Nel primo caso si
tratta della Chiesa in senso attivo, nell’esercizio del suo
potere di santificazione; nel secondo caso si tratta della
Chiesa in senso passivo, la Chiesa dei santificati. E
attraverso questa misteriosa interazione, è sempre il Corpo
unico, in fin dei conti, che cresce e si costituisce, nelle
condizioni della vita presente, fino al giorno del suo
compimento.
La Chiesa fa l’Eucaristia. Il suo sacerdozio fu istituito
principalmente per questo scopo. «Fate questo in memoria di
me».
Senza dubbio, in un senso primo e molto profondo, ogni
cristiano è sacerdote, benché se si vogliono evitare
confusioni molto gravi, sia necessario chiarire subito
l’affermazione. Ogni cristiano partecipa all’unico
Sacerdozio di Gesù Cristo. «Nello stesso modo come chiamiamo
cristiani tutti quelli che nel battesimo hanno ricevuto
l’unzione mistica, così dobbiamo chiamare preti tutti quelli
che sono le membra dell’unico Prete». «Nell’unità della fede
e del battesimo, ogni dignità è comune: ...il segno della
croce insignisce di dignità regale tutti coloro che sono
stati rigenerati nel Cristo, e l’unzione dello Spirito Santo
li consacra tutti sacerdoti». Israele era «un regno di
sacerdoti ed una nazione santa». Così è di tutta la Chiesa,
perché tutto Israele si riassume nel Cristo, unico vero
sacerdote, col quale ogni cristiano si identifica.
Il «sacerdozio regale», che san Pietro e san Giovanni
attribuiscono a tutti i cristiani non è affatto una specie
di metafora; e ancora meno si avrà il diritto di dire non
sia altro che «un preteso sacerdozio»:
sacerdotes jure dicimur, quia sancti Spiritus oleo et
chrismatis unctione linimur è una realtà «mistica», realtà
che, nel suo ordine, non può essere sorpassata o accresciuta
da nessuna istituzione o consacrazione sovraggiunta, da
nessun altro sacerdozio. Perché è proprio questo sacerdozio
che del cristiano, membro del Re e Sacerdote eterno, fa un
Cristo. Per comprenderne la dignità, basta ricordare che è
di questo sacerdozio che la Vergine Maria fu eminentemente
rivestita. Non è un sacerdozio declassato, di secondo grado,
un sacerdozio dei soli fedeli: è il sacerdozio di tutta la
Chiesa. La fierezza cristiana del «laico» che ne ha preso
coscienza dovrà forse ben spesso essere illuminata: non
potrà mai essere umiliata.
Questo sacerdozio però è essenzialmente spirituale:
Unusquisque ungitur in sacerdotium, sed est sacerdotium
spiritate. Veramente, questo epiteto non era stato scelto
dapprincipio per opporre l’offerta che il cristiano può fare
di se stesso al sacrificio rituale dell’Eucaristia:
designava il culto del Nuovo Testamento in opposizione al
«culto corporale»che caratterizzava l’Antico; e anche san
Tommaso, quando a sua volta dice che «il sacrificio della
Chiesa è spirituale», intende dire che questo sacrificio, al
contrario di quanto avveniva sotto la Legge di Mosè,
«contiene in se stesso una grazia spirituale», perché non
raffigura più soltanto il «mistero del Cristo», ma lo
rinnova e lo applica.
La distinzione di un duplice sacerdozio non è per questo meno
esplicita fin dall’inizio. Oltre a colui che compie il rito,
vi è un altro che offre a Dio «le ostie immacolate della
pietà sull’altare del cuore». Esso fa sì che ogni cristiano,
come dice Origene, «porti in se stesso il proprio olocausto
ed accenda egli stesso il fuoco»:
Ignorate forse che anche a voi, cioè a tutta la Chiesa di Dio,
a tutto il popolo dei credenti, è stato fatto dono d’un
sacerdozio? Questo vi obbliga ad offrire a Dio un’ostia di
lode, un’ostia di preghiera, di misericordia, di pudica
castità, di giustizia, di santità... Ognuno di noi deve
ornare il proprio corpo con i vestiti sacerdotali, cioè
adornare il proprio spirito con le discipline della
sapienza... Ognuno deve entrare con l’incenso nel Sancta
Sanctorum, mettere lui stesso il fuoco sull’altare del
proprio olocausto, in modo che si consumi ininterrottamente.
Se io rinuncio a tutto ciò che posseggo, se porto la mia croce
e cammino al seguito di Cristo, io ho offerto un sacrificio
sull’altare di Dio. Se offro il mio corpo perché bruci del
fuoco della carità e ottenga la gloria del martirio, io ho
offerto me stesso in olocausto sull’altare di Dio. Se amo i
miei fratelli fino a dare la mia vita per essi; se combatto
per la giustizia e la verità fino alla morte; se mortifico
il mio corpo astenendomi da ogni concupiscenza della carne;
se per me il mondo è crocifisso e io sono crocifisso al
mondo, io ho offerto un olocausto sul1’altare di Dio: io
sono il sacerdote del mio stesso sacrificio.
Ciò non significa, certamente, che tale sacerdozio sia
qualcosa del tutto individuale: al contrario, non si ottiene
e non si esercita che in unione organica con tutta la
comunità. E non significa neppure che esso sia una semplice
espressione metaforica: la comunità cristiana è realmente
una «città sacerdotale»; tutto il popolo cristiano, vero
Israele in mezzo alle nazioni, celebrando il suo «culto
spirituale», svolge veramente una funzione sacerdotale nei
confronti del mondo intero. Ciascun membro è chiamato a
svolgere la propria parte in questa funzione mediatrice,
nella quale Clemente Alessandrino vedeva giustamente la
funzione per eccellenza dello «gnostico» cioè del perfetto
credente, «immagine vivente del Signore». Egli l’esercita
nel «Tempio vero», nel «nuovo Santo dei Santi» che è il
Corpo del Figlio di Dio risuscitato.
Questo sacerdozio del popolo cristiano tuttavia non concerne
la vita liturgica della Chiesa. Non ha un rapporto diretto
con la confezione dell’Eucaristia. All’interno della
«nazione santa», infatti, in vista della sua santificazione,
alcuni uomini sono «separati», con una consacrazione nuova e
di altro ordine. Essi ricevono «l’imposizione delle mani»,
che si trasmette senza interruzione a cominciare dai primi
apostoli di Gesù Cristo. Essi intendono a loro volta la
parola che quelli hanno inteso: «Fate questo in memoria di
me». La Chiesa «gerarchica» fa l’Eucaristia.
Sul piano della partecipazione del cristiano alla grazia del
Cristo, il sacerdozio del vescovo e dei preti che lo
circondano e che formano con lui l’ordo sacerdotalis o
l’ordo ecclesiasticus non è dunque, rigorosamente parlando,
una dignità più alta. Non è, ci si permetta l’espressione,
una specie di super-battesimo, costituente una classe di
super-cristiani, sebbene chi ne è rivestito riceva delle
grazie particolari e sia per ciò stesso chiamato, a nuovo
titolo, alla perfezione della vocazione cristiana: Imitamini
quod tractatis. Il cristianesimo non conosce affatto tra i
suoi membri delle discriminazioni analoghe a quelle che
ponevano le sette degli gnostici o dei manichei: non ci sono
«psichici» e «spirituali» divisi in due classi; non ci sono
«uditori» ed «eletti», «credenti» e «perfetti». Nella
diversità delle loro mansioni e dei loro doveri di stato,
sono tutti guidati, nella sequela dello stesso Cristo, dalla
medesima legge spirituale. Tutti partecipano alla stessa
vita, tutti fruiscono della stessa grazia e degli stessi
sacramenti in vista dello stesso fine; «tutti sono dotati
della medesima grandezza e della stessa nobiltà conferita
dallo stesso Sangue prezioso del Cristo». Tutti fanno
egualmente parte della «fraternità», perché «presso Dio non
c’è nessuna parzialità».
Non sussiste più neppure una distinzione analoga a quella che
regnava nella antica Economia. Allora solo i sacerdoti
avevano abiti sacri che dovevano indossare per le funzioni;
ora, invece, tutti i battezzati hanno rivestito Cristo anzi,
più ancora, hanno ricevuto l’unzione un tempo riservata al
solo sommo sacerdote. E mentre solo questi poteva entrare,
una volta all’anno, nel Santo dei Santi, oggi la fede ce ne
accorda libero accesso tramite il Sangue di Gesù. Mentre
Mosè era salito sul Sinai in una solitudine assoluta, ora
tutti i fedeli di Cristo possono accedere insieme al «monte
di Sion». Mentre allora i soli discepoli di Aronne potevano
cibarsi delle oblazioni sante, ora invece «l’unico corpo
sacerdotale della Chiesa si nutre dell’unico Pane».
Se dunque anche i fedeli possono essere chiamati sacerdoti,
non è soltanto -come hanno pensato alcuni teologi- in virtù
del loro vincolo di subordinazione nei confronti di questo
secondo sacerdozio. Una tale asserzione è in contrasto con
la più sicura tradizione e con la stessa storia della
terminologia cristiana. Non si tratta di un grado superiore
nel «sacerdozio interno», comune a tutti e non sorpassabile,
ma di un «sacerdozio esterno» riservato ad alcuni; si tratta
di un «incarico» conferito ad alcuni in vista del
«sacrificio esteriore». All’interno del «sacerdozio
generale», c’è un «sacerdozio particolare», destinato a
svolgere una particolare funzione, o come dice san Leone
Magno, un «servizio speciale». Chiamandolo «sacerdozio
ministeriale» si esprime ancora lo stesso concetto.
D’altronde, si interpreterebbe male questa espressione se, con
un errore opposto, si volesse concludere che questo
sacerdozio è una specie di emanazione della comunità dei
fedeli. Esso è un potere ricevuto dal Cristo. «Gesù Cristo
solo può fare nel sacerdote ciò che il sacerdote fa ogni
giorno nella Chiesa». I fedeli non possono conferire o
delegare un potere che non hanno. Il sacerdote che consacra
ed offre il sacrificio non è dunque il semplice
rappresentante o il semplice ambasciatore di coloro che
assistono e partecipano, in una certa misura, alla
celebrazione del mistero. È anche questo, certamente, in
alcuni atti; lo è, anzi, «perfino in alcuni atti liturgici,
perché la liturgia comporta tutta una parte di culto che
sale dagli uomini a Dio; ma nelle azioni strettamente
sacramentali della liturgia, e particolarmente nella
consacrazione dei doni eucaristici, il sacerdote celebra
innanzi tutto il culto del Signore ed è, innanzi tutto e
principalmente di Gesù Cristo il ministro ed il
rappresentante sacramentale; egli celebra, dice la
teologia, in persona Christi».
Soltanto la preghiera, sia essa di domanda o di offerta, è
detta a nome di tutti. Il prete allora, secondo una
espressione di Lugo, è l’orator fidelium presso Dio.
All’inizio della messa, la colletta -come esprime il nome
stesso- è la «ricapitolazione» da parte del sacerdote della
preghiera di tutto il popolo. Lo indicano chiaramente tanto
il plurale «quaesumus» o espressioni quali «Ecclesia tua»,
«populus tuus», «familia tua», quanto l’Amen finale
pronunciato dall’assemblea. Parimenti, alla secreta,
l’officiante si presenta davanti a Dio alla testa del suo
popolo, in suo nome e con la sua offerta ed è per questo che
all’inizio dice: «Orate, fratres...». Difatti, la messa non
è soltanto «un movimento discendente da Dio verso l’uomo»,
ma è anche «un’attività dell’uomo che, all’appello di Dio,
si mette in cammino con la sua offerta terrestre per andare
incontro al suo Creatore». L’offerta però non sarebbe che
un «voto» inefficace, l’incontro non si realizzerebbe senza
l’azione sacra; ma questa non spetta affatto alla comunità:
essa suppone la potenza del Cristo e applica i meriti del
Cristo. Nella messa il celebrante parla dunque a nome di
tutta la comunità cristiana, e questo è già sufficiente
perché si possa e debba dire che la messa è «l’unico
sacrificio del capo e delle membra». «Noi tutti offriamo
insieme al sacerdote; diamo il nostro assenso a tutto
quello ch’egli fa e a tutto quello che dice». Ma al momento
essenziale, egli agisce per la virtù del Cristo, o per usare
ancora le formule incisive di san Tommaso d’Aquino, egli
prega e offre «in persona omnium», ma consacra «in persona
Christi».
L’istituzione del sacerdozio e il sacramento dell’Ordine non
creano all’interno della Chiesa due gradi di appartenenza al
Cristo e come due specie di cristiani. È questa una verità
fondamentale della nostra fede. Il sacerdote, per il fatto
della sua ordinazione sacerdotale, non è più cristiano del
semplice fedele. L’Ordine che egli ha ricevuto è per
l’Eucaristia, ma l’Eucaristia è per tutti. Tutti sono
,chiamati alla stessa vita divina e tutti vi sono chiamati
fin da questa terra. Questo fa sì che tutti siano uniti in
una stessa dignità essenziale: quella «dignità del
cristiano», meraviglioso rinnovamento della dignità
dell’uomo, che il grande papa san Leone ha magnificamente
cantata. Tutti la possiedono, qualunque sia la funzione
particolare loro assegnata in questo grande corpo della
Chiesa. E tuttavia, sotto quest’ultimo punto di vista, tra
preti e laici, tra pastori e fedeli, sussiste una
irriducibile differenza di situazione e di potere. Così,
mentre la santità personale non può essere socialmente
determinata o riconosciuta con nessuna regola ogni
tentativo in questo senso sarebbe pretesa intollerabile e
finirebbe col pervertirla -il carattere sacerdotale invece,
anche se è al momento privo di un incarico effettivo, deve
sempre essere altamente onorato. Si, perché coloro che ne
sono rivestiti, qualunque sia il modo umano della loro
designazione, partecipano, in virtù di una delegazione di
Dio stesso, alla missione della Chiesa di generare e di
conservare la vita divina in noi. Gesù Cristo «vero
Sacerdote», unico Sacerdote, li ha scelti come suoi
strumenti per agire sulle anime. A questo scopo Egli ha loro
comunicato qualcosa di ciò che Egli stesso riceve dal Padre.
È soltanto per mezzo loro che si perpetuano quaggiù,
«secondo il mandato del divin Redentore, le funzioni del
Cristo, maestro, re e sacerdote».
La gerarchia cattolica, o l’ordine del sacerdozio, dispone
dunque di un triplice potere in ragione del suo triplice
ministero: funzione di governo, di insegnamento, di
santificazione; potere di giurisdizione, di magistero, e di
ordine, o come diceva Nicola Cusano, «ordo, praesidentia et
cathedra». Ognuno di questi tre ministeri le è egualmente
essenziale; o meglio essi sono i tre elementi di un
ministero in se stesso unico e indissolubile, il cui
principio è già chiaramente affermato fin dal tempo della
fondazione della Chiesa. Tutti e tre derivano infatti
dall’unica missione che Gesù ha ricevuta dal Padre Suo,
missione che lo fa nello stesso tempo maestro, santificatore
e re, e che Egli comunica, in forma subordinata e senza
dividerla, alla sua Chiesa.
Se tuttavia si volesse stabilire tra questi tre elementi una
gradazione e si volesse cercare quale dei tre possa essere
considerato ad un tempo come la radice ed il coronamento
degli altri due, si troverebbe senza dubbio una prima
indicazione nei nomi stessi di «sacerdozio» e di «gerarchia»
che sono correntemente usati per designare il loro insieme.
Analoga indicazione si troverebbe nel nome di «Sommo
Pontefice», l’appellativo più comune di colui che è per
eccellenza quaggiù il Vicario di Gesù Cristo. Questi
termini, infatti, non hanno originariamente alcun rapporto
con una missione di magistero o di comando, ma sono
strettamente connessi al compimento di una funzione sacra.
Diciamo dunque con R. Laurentin, che «la dimensione
liturgica del sacerdozio è la più propriamente e
specificatamente sacerdotale». Del resto, è su di essa che
la Scrittura «centra l’idea del sacerdozio».
Nella Chiesa infatti tutto è ordinato alla «nuova creatura».
In essa tutto si compie in vista della nostra santificazione
che è, nel medesimo tempo, secondo la parola di Gesù, la
nostra «consumazione nell’unità». La gerarchia non insegna e
non governa che a questo fine. «È per la salvezza del genere
umano che Gesù Cristo si è sacrificato, è a questo fine che
ha dato tutti i suoi insegnamenti ed i suoi precetti; e ciò
che Egli ordina alla Chiesa di perseguire nella verità della
dottrina, è di santificare e di salvare gli uomini». Ora il
riconoscimento dell’autorità nella Chiesa è la condizione
prima, indispensabile, senza la quale non si può aver parte
alla sua opera vitale, ma non è ancora che una condizione.
L’unità realizzata in questo modo potrebbe ridursi ad un
semplice legame esteriore, quale esiste nelle società umane;
ora la Chiesa non è stata creata per essere un duplicato dei
poteri di questo mondo, per sostituirli e neppure per
consolidarli; ma è in vista d’un fine più sublime e più
profondo che i pastori ricevono «lo spirito di governo» che
fu conferito dal Padre a Gesù Cristo. Il Pane stesso della
Parola, incessantemente spezzato o distribuito in nutrimento
da coloro che ne sono costituiti testimoni e ministri, non è
ancora sufficiente, da solo, a vivificare le anime. È
necessario che esse si abbeverino alla fonte dei sacramenti
affidata alla Chiesa santificatrice. Bisogna che esse
possano accedere alla sorgente mistica. È indispensabile,
infine, che esse siano tutte fuse, per cosi dire, in quel
crogiuolo dell’unità che è l’Eucaristia, questo «sacramento
dei sacramenti», «il più nobile di tutti», che tutti li
«consuma» ed al quale tutti sono «ordinati». «In questo
sacramento, come dice san Tommaso d’Aquino, è contenuto
tutto il mistero della nostra salvezza».
Tenere in mano l’Eucaristia: tale è dunque la suprema
prerogativa della gerarchia nella Chiesa, di coloro che sono
«i ministri del Cristo ed i dispensatori dei misteri di
Dio». Consacrare il Corpo di Cristo, perpetuare cosi l’opera
della Redenzione, offrire il «sacrificio di lode», il solo
Sacrificio che sia gradito al Signore: ecco «la sua azione
più sacerdotale», il supremo esercizio del suo potere. In
questa azione essa si associa largamente tutto il popolo
cristiano; ed è in questo senso che si può intendere la
parola di san Leone, quando afferma che l’unzione del
Pontefice «raggiunge fino all’estremità tutto il corpo della
Chiesa». Essa la esercita, nel nome di Cristo, con la piena
consapevolezza di assolvere alla «sua principale e più
augusta funzione». Per capire la funzione della gerarchia,
ossia per capire la Chiesa, bisogna dunque contemplarla
nell’atto in cui essa la esercita.
Noi siamo tutti in cammino verso il Santuario celeste, verso
la grande Liturgia dell’Eternità. Il Popolo di Dio è già
adesso una «comunità cultuale». Lo stesso vocabolo Chiesa,
l’abbiamo visto, significa assemblea. Questa grande
assemblea non cessa mai di essere riunita. Non di meno,
secondo la legge della sua natura sacramentale, la sua
invisibile riunione deve essere visibilmente significata e
procurata. Si può dire che la sua ininterrotta esistenza
comporta alcuni momenti .più intensi. Essa non realizza mai
così bene il suo nome, come quando in un luogo prestabilito
il Popolo di Dio si stringe attorno al suo Pastore per la
celebrazione eucaristica. Non è che una cellula del grande
corpo, ma, virtualmente, è presente il corpo intero. La
Chiesa è in diversi luoghi, ma non vi sono diverse Chiese.
La Chiesa è tutta intera in ognuna delle sue parti: in
pluribus una, et in singulis per mysterium tota. Ogni
vescovo fa l’unità del suo gregge: sacerdoti suo plebs
adhaerens, sacramentis caelestibus cohaerens. Il vescovo
stesso a sua volta è «in pace e in comunione» con tutti i
suoi fratelli che celebrano in altri luoghi il medesimo ed
unico Sacrificio e che fanno menzione di lui, come lui fa
menzione di tutti loro; formano tutti insieme un solo
episcopato; e tutti sono ugualmente «in pace e in comunione»
con il vescovo di Roma, successore di Pietro, vincolo ed
espressione visibile dell’unità. Per essi tutti i fedeli
sono uniti. Tutti pregano umilmente il Signore, «Maestro
della pace e della concordia», per la sua Chiesa santa e
cattolica e gli domandano di pacificarla, di custodirla, di
unificarla e di reggerla, su tutta la superficie della
terra. È l’inizio del canone della messa, l’introduzione
all’istante sacro in cui la Chiesa si appresta a fare
l’Eucaristia.
E ciò avviene in questa assemblea solenne al centro di ogni
diocesi, si riproduce, con la stessa pienezza, con gli
stessi effetti, nella più umile messa di un villaggio, o in
quella colma di silenzio del monaco nel suo deserto. Poco
importano le dimensioni o lo sfarzo. Ogni sacerdote
partecipa al potere consacrante del vescovo; ha ricevuto la
comunicazione dello stesso «Spirito»; in qualunque luogo
offici fa sempre parte della di lui «preziosa corona
spirituale». Questo è tutto: il resto ne consegue. Come non
c’è che una sola fede ed un solo battesimo, così non c’è, in
tutta la Chiesa, che un solo Altare. Che sia presente una
folla immensa o, viceversa, un chierichetto suoni per sé
solo il campanello, non fa nulla: la Messa è sempre il
«sacrificio della comunità». Dappertutto si opera la grande
riunione e si tessono i legami dell’unità. Ovunque è
presente tutta la Chiesa per l’offerta del Sacrificio.
Ma se il sacrificio è accettato da Dio, se la preghiera della
Chiesa è esaudita, è perché a sua volta, nel senso più
rigoroso della parola, l’Eucaristia fa la Chiesa. Essa, ci
dice sant’ Agostino, è il sacramento quo in hoc tempore
consociatur Ecclesia: essa compie l’opera che il battesimo
aveva iniziato. «Fummo battezzati in un solo Spirito, per
formare un sol Corpo»; ed ora questo Corpo, in ognuno di
noi, sue membra, riceve lo stesso cibo e la stessa bevanda,
per conservare la sua vita e per perfezionare la sua unità.
Perficiamur in corpore. Non c’è infatti che «una sola
Eucaristia». Il corpo sociale della Chiesa, corpus
christianorum, riunito attorno ai suoi pastori visibili per
il «pasto del Signore», diviene realmente il Corpo mistico
di Cristo. È il Cristo che se lo assimila. La Chiesa,
allora, è veramente «corpus Christi ef/ecta». Gesù viene in
mezzo ai suoi, si fa Egli stesso loro alimento, ed ognuno,
unendosi a Lui, si trova per ciò stesso unito a tutti
coloro che, come lui, Lo ricevono. Il Capo fa l’unità del
Corpo. Così, il mysterium fidei è anche per eccellenza il
mysterium Ecclesiae.
Nel corso di questi ultimi anni, è stato così spesso
rivalorizzato il simbolismo delle specie eucaristiche, sono
state citate così frequentemente le meravigliose formule
della Liturgia ed i testi dei Padri che le commentano, è
stata richiamata così sovente la dottrina teologica del
frutto ultimo, del sacrificio e del sacramento, che non
occorre dilungarci su questo punto. «Il fine di Nostro
Signore nella moltiplicazione del suo corpo» è di fare «di
tutto il mondo una sola Chiesa, di tutti gli uomini un solo
Religioso, di tutte le loro voci una sola lode, di tutti i
loro cuori una sola Vittima in Lui».
Nel linguaggio tipico della «Scuola francese» del secolo XVII
queste parole dell’Olier esprimono magnificamente
l’insegnamento tradizionale ricevuto da san Paolo e
richiamato più volte dal magistero della Chiesa.
L’Eucaristia è il segno efficace del sacrificio spirituale
offerto a Dio dal Christus totus: «Questo, infatti, è il
sacrificio dei cristiani, che tutti, pur essendo molti,
siano un solo corpo nel Cristo». Mediante la celebrazione
del mistero la Chiesa costruisce realmente se stessa. La
Chiesa santa e santificante costruisce la Chiesa dei santi.
li mistero di comunicazione si consuma in un mistero di
comunione.., ed è questo il senso della parola, antica e
sempre attuale, di comunione, con la quale questo sacramento
è abitualmente designato. La Chiesa terrena si incorpora
alla Chiesa celeste; la gerarchia ministeriale prepara così
il regno di Sacerdoti che Gesù Cristo vuol fare di noi per
la gloria del Padre suo; nell’esercizio della sua funzione
più sacra, è quindi ancora tutta al servizio della
gerarchia della santità.
O signum unitatis! O vinculum caritatis!. Per chi lo riceve in
spirito di fede e si sforza di prolungarlo, o meglio, di
realizzarlo nella sua vita personale e cosciente, un tale
mistero è certamente entusiasmante. Di qui il lirismo con
cui ne parla, per esempio, sant’Agostino. Non bisogna
tuttavia ingannarsi sulla sua natura. «Certamente -scriveva
Simone Weil- c’è una ebbrezza nel sentirsi membri del Corpo
mistico del Cristo. Ma, oggi, molti altri corpi mistici, che
non hanno per capo il Cristo, procurano ai loro membri delle
ebbrezze, a mio parere, di uguale natura.». Queste righe,
nella loro incomprensione del mistero di fede, possono
costituire per noi un avvertimento. Nei confortanti
tentativi, oggi così frequenti, di giungere ad una
celebrazione liturgica più «comunitaria» e più vivente,
nulla sarebbe più nocivo che il lasciarsi suggestionare dai
successi di certe feste profane, ottenuti grazie alle
risorse combinate della tecnica e del ricorso alle potenze
della carne e del sangue. Come realizza Gesù Cristo l’unità
tra di noi? Non con una specie di frenesia collettiva né,
tanto meno, con una qualche oscura magia. l fedeli riuniti
per il Memoriale del Signore non sono una assemblea di
iniziati venuti a partecipare ad un segreto che li
separerebbe dal volgo: non si tratta neppure di una folla da
cui si debba far sprigionare un’anima comune attraverso
l’esaltazione delle caratteristiche, delle risorse, dei
valori, dei settarismi anche, delle potenze di illusione e,
persino, delle forze demoniache che vi si trovan latenti. La
Liturgia cattolica rimane luminosa anche nel suo mistero,
sobria e pacata pur nella sua magnificenza. Tutto in essa è
ordinato: anche quello che tocca più direttamente la nostra
sensibilità, non ha valore che in virtù della fede. Porta
dei frutti di gioia, ma impartisce una lezione austera. Il
Sacrificio che ne è il centro «è una figura ed una
rappresentazione della Passione del Signore», è il
sacramento del suo Sacrificio e la memoria della sua Morte;
con la comunione che la completa ci nutre e ci disseta della
sua Croce, e non avrebbe alcun valore se non suscitasse in
ogni partecipante il sacrificio interiore. La «vita unanime»
della Chiesa non è un fatto naturale: essa è vissuta nella
fede, e la nostra unità è frutto del Calvario. Essa ci
deriva dall’ applicazione dei meriti della Passione che si
compie nella messa in vista della liberazione finale.
Quoties hostiae commemoratio celebratur, opus nostrae
redemptionis exercetur. Ecco, definito dalla stessa
liturgia, il senso dell’azione liturgica. Solo associando ci
dal profondo dell’anima a quest’opera redentrice ed
accogliendo liberamente in noi la «remissione dei peccati»,
primo frutto del sangue sparso, solo morendo in tal modo a
noi stessi e rinunciando al male che ci divide, noi possiamo
partecipare al dono dell’unità. Senza queste realtà
essenzialmente interiori, non si avrà mai che una caricatura
della comunità a cui aspiriamo. Non dimentichiamo dunque mai
che il mistero eucaristico è un continuo riferimento -anzi,
più che un riferimento- al mistero della croce. Mortem
Domini annuntiabitis, donec veniat.
Come l’Eucaristia, anche la Chiesa è un mistero di unità; ed è
ancora lo stesso mistero di inesauribile ricchezza. L’una e
l’altra sono il Corpo di Cristo; e sono ancora lo stesso
identico Corpo. Se vogliamo essere fedeli all’insegnamento
della Scrittura, così come lo ha inteso la Tradizione, se
non vogliamo lasciare perdere nulla della sua ricchezza
essenziale, dobbiamo evitare di ammettere tra l’una e
l’altra il benché minimo distacco. A maggior ragione nel
simbolismo ecclesiale dell’Eucaristia non dobbiamo vedere un
semplice «senso secondario» a, come diceva il Cardo du
Perron, una «intelligenza morale e accessoria», una
«dottrina obliqua e collaterale», una «eco di risuono».
Nelle spiegazioni che ce ne danno i Padri, non bisogna
vedere, come facevano gli autori della Perpetuità, un
semplice discorso «morale», tendente soltanto ad
«incrementare la pietà dell’uditorio» già d’altronde
«istruito nelle cose essenziali della fede. Bisogna invece
comprendere i due misteri alla luce l’uno dell’altro e
cogliere in profondità il punto della loro unità.
Non possiamo dunque limitarci a parlare di un corpo «fisico»
del Cristo, presente nella Eucaristia, e poi di un altro
corpo, «mistico» questo, contentandoci, in seguito, di
raccordarli tra di loro più o meno strettamente. «Non è
certamente questo l’atteggiamento dell’Apostolo. Per lui non
c’è che un corpo di Cristo: la sua umanità risuscitata. Ma
la Chiesa, esistendo soltanto in virtù della sua
partecipazione a questa umanità di Gesù, fatto “Spirito
vivificante”, che le viene offerta nell’Eucaristia, non è
altro, a sua volta, che la pienezza di Colui che nel tutto
completa pienamente se stesso». È «nella Cena che la formula
“corpo di Cristo” ha ricevuto l’impronta che ne fa una
espressione caratteristica». Tra il Cristo e la sua Chiesa
vi è, secondo san Paolo, «identificazione mistica», ed il
realismo della presenza eucaristica è garanzia del realismo
«mistico» della Chiesa, come, del resto, questo realismo
mistico dovunque affermato nella fede cristiana, può, a sua
volta, certificare il realismo della presenza eucaristica.
Infatti, come potrebbe la Chiesa essere realmente edificata,
come potrebbero tutti i suoi membri essere riuniti in un
organismo realmente unitario e vivente, per mezzo di un rito
che non contenesse che in simbolo Colui di cui essa deve
diventare il Corpo e che, solo può costituirne l’unità
vivente?
Comunque è certamente in questo senso che la Liturgia
eucaristica intende le cose: «Ut inter eius membra
numeremur, cuius corpori communicamus et sanguini».
Ascoltiamo ancora Teodoro di Mopsuestia che, nella sua
seconda omelia sulla messa, commenta insieme il testo
liturgico e l’insegnamento della prima Epistola ai Corinzi:
«Se ci nutriamo tutti dello stesso Corpo di Nostro Signore,
diventiamo tutti l’unico corpo di Cristo». San Leone -e in
lui sentiamo la voce di tutti i grandi dottori cattolici-
diceva la stessa cosa con la sua abituale forza e pienezza:
«Non aliud agit participatio corporis et sanguinis Christi,
quam ut in id quod sumimus, transeamus». Il Capo e le membra
non fanno che un solo corpo. Lo Sposo e la Sposa sono «una
sola carne». Non ci sono due Cristi dei quali uno personale
e l’altro «mistico». Certo il Capo ed i membri non si
confondono, i cristiani non sono il corpo «fisico» (o
eucaristico) del Cristo; la Sposa non è lo Sposo. Tutte le
distinzioni sussistono. Distinzioni però, non discontinuità.
Così la Chiesa non è un corpo qualunque; essa è il Corpo del
Cristo.
Ciò che Dio stesso ha unito, l’uomo non lo divida: «non divida
quindi la Chiesa del Signore!».
Come c’è una intelligenza spirituale della Scrittura che non
elimina né si sovrappone al senso letterale ma lo compie,
gli conferisce la sua pienezza, ne scopre la profondità e ne
sviluppa i prolungamenti oggettivi, così è anche
dell’Eucaristia. Attraverso questa «fractio spiritualis» si
svela il «mistero del Pane»: e noi scopriamo allora il suo
senso ecclesiale133. Ce lo dice, riassumendo la fede di
tutti i secoli, Algero di Liegi: Non conficitur ibi Christus
ubi non conficitur universus. In termini un po’ diversi
l’aveva già detto prima di lui papa Pelagio: «Coloro che non
vogliono essere nell’unità e non possiedono quindi lo
Spirito che abita il Corpo di Cristo, non possono avere il
Sacrificio»; e san Gregorio Magno: «Nella sola Chiesa
cattolica è immolata la vera ostia del Redentore». E ancora
l’antico predicatore, ispirandosi a Origene per celebrare la
Pasqua diceva: «La Vittima non viene portata fuori dalla
Casa santa». Queste affermazioni, e moltissime altre
analoghe , non significano che non ci possa essere
consacrazione valida nello scisma: il problema che esse
considerano non è quello di una presenza oggettiva, ma
quello di un frutto spirituale. Esse significano invece che
il mistero eucaristico si prolunga necessariamente in quello
della Chiesa, e che il mistero della Chiesa è indispensabile
al compimento del mistero eucaristico: Non est Christi
corpus quod schismaticus conficit... Divisum ah unitate
altare veritatem Christi corporis non palesI congregare. «Si
compie il mistero del corpo di Gesù Cristo quando tutti i
suoi membri si uniscono per offrirsi in Lui e con Lui».
Effettivamente, «è nell’Eucaristia che l’essenza misteriosa
della Chiesa riceve una espressione perfetta», e,
correlativamente, è nella Chiesa, nella sua cattolica unità,
che matura in frutti concreti il significato nascosto
dell’Eucaristia. Se la Chiesa così è la «pienezza» del
Cristo, il Cristo, nella sua Eucaristia, è veramente il
cuore della Chiesa.