La richiesta della sequela da parte di Gesù Cristo

(Estratto da: Romano Guardini, L'Essenza del Cristianesimo, Morcelliana) •  Indice •   • 

È prima di tutto la sua sequela che viene espressamente richiesta. E non solamente come prontezza a riconoscere come esemplare la figura del Maestro, ma la chiamata alla sua sequela viene congiunta con l’ammonizione «di rinnegare se stessi».

La relazione col Maestro significa la rinuncia a ciò che ci è proprio, perché la sua figura e la sua parola hanno un peso decisivo per la salvezza: «Non crediate ch’io sia venuto a portare la pace, ma la spada. Poiché io sono venuto a dividere il figlio dal padre e la madre dalla figlia, e la nuora dalla suocera e i familiari dell’uomo saranno i suoi nemici. Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me. E chi non prende su di se la sua croce e mi segue, non è degno di me» (Mt 10,34-38). E la pretesa si accentua in quella proposizione che va oltre ogni semplice rapporto tra discepolo e maestro: «Chi salva la sua vita, la perderà, e chi perde la sua vita a causa di me, quegli la salverà» (Mt 10,39) – dove il termine yuxh (= «anima») sta nel significato propriamente oscillante di «anima» e di «vita». Marco però rinforza la espressione con una congiunzione piena di significato: «a causa mia e del Vangelo» (8,35).

In questa sequela si attua una decisione religiosa. Gesù richiede che l’uomo si pronunci per lui, internamente ed esternamente, e fa dipendere da questo la salvezza eterna: «Chi mi professerà dinanzi agli uomini, per costui anch’io mi pronunzierò dinanzi al Padre mio nei Cieli. Chi però mi rinnega dinanzi agli uomini, anch’io lo rinnegherò dinanzi al Padre mio nei Cieli» (Mt 10, 32-33). E questa decisione e professione è richiesta proprio nei riguardi di quegli uomini che sono più degni di affetto: «Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10,37).

Le parole dicono che la scelta richiesta non è solo di natura etica, cioè non mira alla norma morale, ma intende la persona di Gesù e significa dono personale di sé, amore. Anche Gesù dal canto suo non ha solo esigenze, ma ama, e la chiamata è già essa amore: «Gesù lo guardò e lo amò», è detto nella storia del giovane ricco (Mc 10,21) – come tutta l’esistenza di Gesù scaturisce dall’amore di Dio per l’uomo perduto: «Dio ha dunque amato il mondo così da sacrificare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). A questo amore deve corrispondere nell’uomo altrettanto amore. Non solo per il «bene» o per «Iddio», ma per il Gesù vivente, ma proprio in questo per il bene e per Iddio: «Se voi mi amate, osservate i miei comandamenti» (Gv 14,15); ma i suoi comandamenti sono quelli del Dio santo. Chi li osserva entra nell’intimità della stessa vita d’amore di Dio: «In quel giorno riconoscerete che io sono nel mio Padre, e voi in me, ed io in voi. Chi possiede i miei comandamenti e li osserva, quegli mi ama; ma chi mi ama sarà amato dal padre mio, ed io lo amerò e gli manifesterò me stesso». E ancora: «Chi mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e porremo la nostra dimora presso di lui» (Gv 14,20-21.23).

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