La richiesta della sequela da parte di Gesù Cristo
È prima di tutto la sua sequela che viene espressamente
richiesta. E non solamente come prontezza a riconoscere come
esemplare la figura del Maestro, ma la chiamata alla sua
sequela viene congiunta con l’ammonizione «di rinnegare se
stessi».
La relazione col Maestro significa la
rinuncia a ciò che ci è proprio, perché la sua figura e la
sua parola hanno un peso decisivo per la salvezza: «Non
crediate ch’io sia venuto a portare la pace, ma la spada.
Poiché io sono venuto a dividere il figlio dal padre e la
madre dalla figlia, e la nuora dalla suocera e i familiari
dell’uomo saranno i suoi nemici. Chi ama il padre e la madre
più di me, non è degno di me. E chi non prende su di se la
sua croce e mi segue, non è degno di me» (Mt 10,34-38). E la
pretesa si accentua in quella proposizione che va oltre ogni
semplice rapporto tra discepolo e maestro: «Chi salva la sua
vita, la perderà, e chi perde la sua vita a causa di me,
quegli la salverà» (Mt 10,39) – dove il termine yuxh (=
«anima») sta nel significato propriamente oscillante di
«anima» e di «vita». Marco però rinforza la espressione con
una congiunzione piena di significato: «a causa mia e del
Vangelo» (8,35).
In questa sequela si attua una decisione religiosa. Gesù
richiede che l’uomo si pronunci per lui, internamente ed
esternamente, e fa dipendere da questo la salvezza eterna:
«Chi mi professerà dinanzi agli uomini, per costui anch’io
mi pronunzierò dinanzi al Padre mio nei Cieli. Chi però mi
rinnega dinanzi agli uomini, anch’io lo rinnegherò dinanzi
al Padre mio nei Cieli» (Mt 10, 32-33). E questa decisione e
professione è richiesta proprio nei riguardi di quegli
uomini che sono più degni di affetto: «Chi ama il padre e la
madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la
figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10,37).
Le parole dicono che la scelta richiesta non è solo di natura
etica, cioè non mira alla norma morale, ma intende la
persona di Gesù e significa dono personale di sé, amore.
Anche Gesù dal canto suo non ha solo esigenze, ma ama, e la
chiamata è già essa amore: «Gesù lo guardò e lo amò», è
detto nella storia del giovane ricco (Mc 10,21) – come tutta
l’esistenza di Gesù scaturisce dall’amore di Dio per l’uomo
perduto: «Dio ha dunque amato il mondo così da sacrificare
il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). A questo amore deve
corrispondere nell’uomo altrettanto amore. Non solo per il
«bene» o per «Iddio», ma per il Gesù vivente, ma proprio in
questo per il bene e per Iddio: «Se voi mi amate, osservate
i miei comandamenti» (Gv 14,15); ma i suoi comandamenti sono
quelli del Dio santo. Chi li osserva entra nell’intimità
della stessa vita d’amore di Dio: «In quel giorno
riconoscerete che io sono nel mio Padre, e voi in me, ed io
in voi. Chi possiede i miei comandamenti e li osserva,
quegli mi ama; ma chi mi ama sarà amato dal padre mio, ed io
lo amerò e gli manifesterò me stesso». E ancora: «Chi mi
ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi
verremo a lui e porremo la nostra dimora presso di lui» (Gv
14,20-21.23).