Gesù Cristo come misura e motivo del retto agire
Inoltre vi sono quelle espressioni che fanno apparire Gesù
come la misura e il motivo del retto agire. Così la parola
«per causa mia»: “Beati voi, quando per causa mia vi
scherniscono e vi perseguitano e mentendo dicono ogni male
di voi» (Mt 5,11); «Vi trascineranno dinanzi a governatori e
re per causa mia»; «Sarete odiati da tutti a causa del mio
nome; ma chi persevera fino alla fine, sarà salvato» (Mt 10,
18.22); «Ma chi perde la sua vita per causa mia e del
Vangelo, quegli la salverà» (Mc 8, 35). Non si dice dunque
«per la salvezza», «per la verità», «per Dio» o «per il
Padre», il che sarebbe ovvio in sé e per il contesto del
messaggio di Gesù; ma il motivo vitale che ispira la
condotta religiosa cristiana è Gesù stesso. Lo stesso
significato sta nelle frasi: «Chi non è per me è contro di
me. E chi non raccoglie con me, disperde» (Mt 12, 30).
Ancora più intenso diventa ciò che abbiamo rilevato nelle
parole con cui istruisce gli Apostoli circa la loro
missione: «Chi accoglie voi, accoglie me; e chi accoglie me,
accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40); «chi ascolta
voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me; ma chi
disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,
16). Gesù in persona vive nei suoi discepoli. Siccome è a
Lui che in ultima analisi si dirige il retto od errato
comportamento nei rispetti dei suoi discepoli, questo è ciò
che dà a tale comportamento il suo significato. Quando Gesù
parla della morale dei figli di Dio, della confidenza nel
Padre e dell’amore fraterno dei figli di Dio fra di loro, il
senso di tale atteggiamento si fonda ancora sulla persona di
Gesù: «E chi accoglie un piccolo come questo a causa del mio
nome, accoglie me. Ma se qualcuno dà scandalo a uno di
questi piccoli che credono in me, per costui sarebbe meglio
che si attaccasse al suo collo una pietra da mulino e
venisse immerso nel profondo del mare» (Mt 18, 5-6). Sulla
forma straordinaria che questo pensiero assume nel discorso
del Giudizio, si ritornerà ancora con maggiori particolari
più avanti. Gesù è il nucleo, la giustificazione, la potenza
della comunione religiosa: «Di nuovo vi dico: se due di voi
saranno d’accordo in terra sopra una cosa qualunque, e
pregano per questo, essa sarà attuata loro dal Padre mio nei
Cieli. Poiché dove sono due o tre insieme nel mio nome, io
sono in mezzo a loro» (Mt 18, 19-20) — relazione che viene
sviluppata in quelle argomentazioni delle lettere paoline
sopra il «Cristo in noi», che presto dovremo esaminare.
Uno speciale carattere assumono queste espressioni là dove
vengono congiunte con l’idea del suo nome. Ciò avviene molto
di frequente; richiamo solo alcuni esempi. Già s’è fatta
parola dell’esser odiati a causa del suo nome (per es. Mt
10, 22); l’espressione potrebbe qui essere usata
semplicemente come equivalente di «a causa mia». Più forte
appare il significato nei passi: «E chi accoglie un
fanciullo come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18, 5);
«Poiché chi vi dà un bicchier di acqua per il motivo che
appartenete a Cristo — in verità vi dico, non perderà la sua
ricompensa» (Mc 9, 41). Un tono decisivo riceve la frase in
passi come: «Poiché dove due o tre sono insieme nel mio
nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). «Allora gli
disse Giovanni: ‘Abbiamo visto uno cacciare i demoni nel tuo
nome, e gliel’abbiamo proibito, perché egli non era dei
nostri’» (Mc 9, 38); «Nel suo nome verrà predicata a tutte
le genti la penitenza in remissione dei peccati -
incominciando da Gerusalemme» (Lc 24, 27) ... Nel Vangelo di
san Giovanni il senso viene ancora più rigorosamente
precisato: «A quelli che lo hanno accolto, ha (dato il
potere di diventare figli di Dio — a quelli che credono nel
suo nome» (Gv 1, 12); «Se voi chiederete al Padre qualche
cosa, Egli ve la darà nel mio nome. Chiedete e riceverete,
affinché la vostra gioia sia completa» (Gv 16, 23-24);
«Poiché io me ne vado al Padre; e qualunque cosa poi
chiederete in mio nome, la farò perché il Padre sia
glorificato nel Figlio. Se mi pregherete nel mio nome, la
farò» (Gv 14, 13-14). Anzi è detto addirittura: «Mentr’Egli
stava in Gerusalemme durante le feste di Pasqua, molti credettero nel suo nome, vedendo i prodigi che Egli compiva»
(Gv 2, 23). E: «Chi crede in Lui non vien giudicato; chi non
crede in Lui, è già giudicato, perché non ha creduto nel
nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3, 18). Queste frasi
sono preparate da passi dei Sinottici quali: «Chi accog1ie
uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me stesso. Ma
chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in me, per
lui sarebbe meglio gli fosse appesa al collo una pietra da
mulino e venisse sprofondato nel mare» (Mt 18, 5-6) ... Gli
Atti degli Apostoli dicono: «Questo testificano tutti i
Profeti, che nel Suo nome chiunque creda in Lui, ottiene la
remissione dei peccati» (At 10, 43). Paolo dal canto suo
esprime lo stesso concetto in frasi come queste: «Sia in voi
lo stesso sentire come in Cristo Gesù, il quale essendo
nella forma di Dio, non considerò come un furto l’essere
uguale a Dio, ma spogliò se stesso assumendo la forma di
schiavo e diventando simile all’uomo: e trovato qual un uomo
nella sua figura, si è volontariamente umiliato, facendosi
obbediente fino alla morte, fino alla morte sulla croce.
Perciò Iddio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è
sopra ogni nome, affinché al nome di Gesù ogni ginocchio si
pieghi: di coloro che sono nel cielo e sulla terra e negli
abissi, e ogni lingua professi che Gesù Cristo è il Signore
a gloria di Dio Padre» (Fil 2, 5-11) ... Dietro quest’uso
del concetto di «nome» nel Nuovo Testamento, sta quello che
nell’Antico Testamento fa riferimento al «Nome» in senso
assoluto, cioè al nome di Dio. Il Nome di Dio sta per Dio
stesso. Invocarlo significa invocare la stessa santità di
Dio. Così da tutte quelle espressioni emerge una
rivendicazione assoluta, che pone la persona di Gesù nella
più stretta relazione con Dio.
Da qui una linea retta conduce alle espressioni dei discorsi
polemici: «Se voi non credete che io sono, voi morirete nei
vostri peccati [...] Quando avrete innalzato il Figliuol
dell’Uomo, allora riconoscerete che io sono» (Gv 8, 2428).
Dietro ad esse sta ciò che Dio afferma di se stesso, come in
Is 43, 10-12: «Voi siete i miei testimoni — così parla il
Signore — e siete i miei servi, ch’io ho scelti perché mi
riconosciate e crediate in me e comprendiate che io sono,
prima di me non c e stato altro Dio, e dopo di me nessun
altro ci sarà. Io solo sono il Signore, e fuori di ne non
c’è nessuno che dia aiuto. Io l’ho proclamato e vi ho recato
salvezza e v’ho dato notizia di me quando ancora nessuno dio
straniero era tra voi; e così voi siete miei testimoni —
dice il Signore ed io sono Dio».
Tutto ciò indica qualche cosa di essenzialmente diverso
dall’atteggiamento pedagogico del maestro che, vivendo
esemplarmente, combina il peso della propria persona con
l’autorità della legge morale, per radicare più
profondamente nel cuore degli alunni il sentimento della sua
validità: oppure dalla saggezza di un grande fondatore di
religione che s’insedia personalmente nella coscienza della
comunità da lui fondata, per elevarne così il sentimento
unitario e la forza. Qui c’è anche qualcosa di più dell’atto
ardito che procede dalla sua coscienza di salvatore
religioso, per cui questi si presenta innanzi a Dio accanto
ai suoi — qualcosa di più e di diverso, cioè la pretesa di
Gesù di stare là dove ha le sue radici il «perché»
dell’agire. Retto operare significa in ultima analisi agire
a causa di Cristo o mirando a Cristo; anche quando il motivo
prossimo dell’azione è un qualche valore, o il fine
immediato è qualche uomo. Parimenti è Lui che costituisce la
radice della realtà, il senso centrale e il titolo giuridico
della comunità; ed è di nuovo lui che giustifica
l’approssimarsi religioso a Dio, la preghiera di domanda.