Gesù Cristo come misura e motivo del retto agire

(Estratto da: Romano Guardini, L'Essenza del Cristianesimo, Morcelliana) •  Indice •   • 

Inoltre vi sono quelle espressioni che fanno apparire Gesù come la misura e il motivo del retto agire. Così la parola «per causa mia»: “Beati voi, quando per causa mia vi scherniscono e vi perseguitano e mentendo dicono ogni male di voi» (Mt 5,11); «Vi trascineranno dinanzi a governatori e re per causa mia»; «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevera fino alla fine, sarà salvato» (Mt 10, 18.22); «Ma chi perde la sua vita per causa mia e del Vangelo, quegli la salverà» (Mc 8, 35). Non si dice dunque «per la salvezza», «per la verità», «per Dio» o «per il Padre», il che sarebbe ovvio in sé e per il contesto del messaggio di Gesù; ma il motivo vitale che ispira la condotta religiosa cristiana è Gesù stesso. Lo stesso significato sta nelle frasi: «Chi non è per me è contro di me. E chi non raccoglie con me, disperde» (Mt 12, 30).

Ancora più intenso diventa ciò che abbiamo rilevato nelle parole con cui istruisce gli Apostoli circa la loro missione: «Chi accoglie voi, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40); «chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me; ma chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10, 16). Gesù in persona vive nei suoi discepoli. Siccome è a Lui che in ultima analisi si dirige il retto od errato comportamento nei rispetti dei suoi discepoli, questo è ciò che dà a tale comportamento il suo significato. Quando Gesù parla della morale dei figli di Dio, della confidenza nel Padre e dell’amore fraterno dei figli di Dio fra di loro, il senso di tale atteggiamento si fonda ancora sulla persona di Gesù: «E chi accoglie un piccolo come questo a causa del mio nome, accoglie me. Ma se qualcuno dà scandalo a uno di questi piccoli che credono in me, per costui sarebbe meglio che si attaccasse al suo collo una pietra da mulino e venisse immerso nel profondo del mare» (Mt 18, 5-6). Sulla forma straordinaria che questo pensiero assume nel discorso del Giudizio, si ritornerà ancora con maggiori particolari più avanti. Gesù è il nucleo, la giustificazione, la potenza della comunione religiosa: «Di nuovo vi dico: se due di voi saranno d’accordo in terra sopra una cosa qualunque, e pregano per questo, essa sarà attuata loro dal Padre mio nei Cieli. Poiché dove sono due o tre insieme nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 19-20) — relazione che viene sviluppata in quelle argomentazioni delle lettere paoline sopra il «Cristo in noi», che presto dovremo esaminare.

Uno speciale carattere assumono queste espressioni là dove vengono congiunte con l’idea del suo nome. Ciò avviene molto di frequente; richiamo solo alcuni esempi. Già s’è fatta parola dell’esser odiati a causa del suo nome (per es. Mt 10, 22); l’espressione potrebbe qui essere usata semplicemente come equivalente di «a causa mia». Più forte appare il significato nei passi: «E chi accoglie un fanciullo come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18, 5); «Poiché chi vi dà un bicchier di acqua per il motivo che appartenete a Cristo — in verità vi dico, non perderà la sua ricompensa» (Mc 9, 41). Un tono decisivo riceve la frase in passi come: «Poiché dove due o tre sono insieme nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). «Allora gli disse Giovanni: ‘Abbiamo visto uno cacciare i demoni nel tuo nome, e gliel’abbiamo proibito, perché egli non era dei nostri’» (Mc 9, 38); «Nel suo nome verrà predicata a tutte le genti la penitenza in remissione dei peccati - incominciando da Gerusalemme» (Lc 24, 27) ... Nel Vangelo di san Giovanni il senso viene ancora più rigorosamente precisato: «A quelli che lo hanno accolto, ha (dato il potere di diventare figli di Dio — a quelli che credono nel suo nome» (Gv 1, 12); «Se voi chiederete al Padre qualche cosa, Egli ve la darà nel mio nome. Chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa» (Gv 16, 23-24); «Poiché io me ne vado al Padre; e qualunque cosa poi chiederete in mio nome, la farò perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi pregherete nel mio nome, la farò» (Gv 14, 13-14). Anzi è detto addirittura: «Mentr’Egli stava in Gerusalemme durante le feste di Pasqua, molti credettero nel suo nome, vedendo i prodigi che Egli compiva» (Gv 2, 23). E: «Chi crede in Lui non vien giudicato; chi non crede in Lui, è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3, 18). Queste frasi sono preparate da passi dei Sinottici quali: «Chi accog1ie uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me stesso. Ma chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in me, per lui sarebbe meglio gli fosse appesa al collo una pietra da mulino e venisse sprofondato nel mare» (Mt 18, 5-6) ... Gli Atti degli Apostoli dicono: «Questo testificano tutti i Profeti, che nel Suo nome chiunque creda in Lui, ottiene la remissione dei peccati» (At 10, 43). Paolo dal canto suo esprime lo stesso concetto in frasi come queste: «Sia in voi lo stesso sentire come in Cristo Gesù, il quale essendo nella forma di Dio, non considerò come un furto l’essere uguale a Dio, ma spogliò se stesso assumendo la forma di schiavo e diventando simile all’uomo: e trovato qual un uomo nella sua figura, si è volontariamente umiliato, facendosi obbediente fino alla morte, fino alla morte sulla croce. Perciò Iddio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è sopra ogni nome, affinché al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi: di coloro che sono nel cielo e sulla terra e negli abissi, e ogni lingua professi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre» (Fil 2, 5-11) ... Dietro quest’uso del concetto di «nome» nel Nuovo Testamento, sta quello che nell’Antico Testamento fa riferimento al «Nome» in senso assoluto, cioè al nome di Dio. Il Nome di Dio sta per Dio stesso. Invocarlo significa invocare la stessa santità di Dio. Così da tutte quelle espressioni emerge una rivendicazione assoluta, che pone la persona di Gesù nella più stretta relazione con Dio.

Da qui una linea retta conduce alle espressioni dei discorsi polemici: «Se voi non credete che io sono, voi morirete nei vostri peccati [...] Quando avrete innalzato il Figliuol dell’Uomo, allora riconoscerete che io sono» (Gv 8, 2428). Dietro ad esse sta ciò che Dio afferma di se stesso, come in Is 43, 10-12: «Voi siete i miei testimoni — così parla il Signore — e siete i miei servi, ch’io ho scelti perché mi riconosciate e crediate in me e comprendiate che io sono, prima di me non c e stato altro Dio, e dopo di me nessun altro ci sarà. Io solo sono il Signore, e fuori di ne non c’è nessuno che dia aiuto. Io l’ho proclamato e vi ho recato salvezza e v’ho dato notizia di me quando ancora nessuno dio straniero era tra voi; e così voi siete miei testimoni — dice il Signore ed io sono Dio».

Tutto ciò indica qualche cosa di essenzialmente diverso dall’atteggiamento pedagogico del maestro che, vivendo esemplarmente, combina il peso della propria persona con l’autorità della legge morale, per radicare più profondamente nel cuore degli alunni il sentimento della sua validità: oppure dalla saggezza di un grande fondatore di religione che s’insedia personalmente nella coscienza della comunità da lui fondata, per elevarne così il sentimento unitario e la forza. Qui c’è anche qualcosa di più dell’atto ardito che procede dalla sua coscienza di salvatore religioso, per cui questi si presenta innanzi a Dio accanto ai suoi — qualcosa di più e di diverso, cioè la pretesa di Gesù di stare là dove ha le sue radici il «perché» dell’agire. Retto operare significa in ultima analisi agire a causa di Cristo o mirando a Cristo; anche quando il motivo prossimo dell’azione è un qualche valore, o il fine immediato è qualche uomo. Parimenti è Lui che costituisce la radice della realtà, il senso centrale e il titolo giuridico della comunità; ed è di nuovo lui che giustifica l’approssimarsi religioso a Dio, la preghiera di domanda.

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