Gesù Cristo come Mediatore

(Estratto da: Romano Guardini, L'Essenza del Cristianesimo, Morcelliana) •  Indice •   • 

A maggior profondità ci conduce il concetto della « mediazione», come lo sviluppano particolarmente Paolo e Giovanni.

L’essenza della mediazione è certo definita nel modo più preciso dalle proposizioni di Giovanni: «‘Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per me. Se voi aveste conosciuto me, avreste conosciuto anche il Padre mio. D’ora in poi voi lo conoscete (poiché) l’avete visto’. Allora gli disse Filippo: ‘Signore, mostraci il Padre e ci basta’. Allora gli disse Gesù: ‘Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico non le dico da me: ma il Padre che abita in me, compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Altrimenti, credete almeno a causa delle opere’» (Gv 14, 6-11). Non si dice dunque: «io vi mostro la via», ma «io sono la Via». Non «io v’insegno la verità», ma «io sono la Verità». Non: «io vi apporto la vita», ma «io sono la Vita». Non: «io ho visto il Padre e racconto del Padre», ma «chi vede me, vede il Padre». Infatti: «il Padre è in me»; e questo non solo nel senso dell’inabitazione per grazia, secondo la parola per cui, chi Ama Cristo, «il Padre verrà e porrà in lui abitazione» (Gv 14, 23), ma nel senso di una particolare unità, non paragonabile con nessuna relazione religiosa di uomo. Il divino «dall’alto» e l’umano «dalla terra» (Gv 3, 31); l’origine «da Dio» e quella «dalla carne» (Gv, 1, 13); la «Luce» e il «mondo» rinchiuso nelle «tenebre» (Gv 1, 9) sono separati. Nessuna strada conduce da qui a là. Solo nel Mediatore si fa l’unità. Egli è «Via, Verità e Vita».

Dal punto di vista cristiano non c’è nessuna immediata relazione dell’uomo con Dio. Il termine «Dio» è qui inteso nel senso biblico; come nome del «Vivente», che «abita nella luce inaccessibile» (1Tim 6, 16); del «Santo» che è sottratto ad ogni avvicinamento umano naturale. «Dio» non significa quindi «l’Assoluto» o «l’Essere supremo» o «l’Autore del mondo»; ma colui che è il Giudice; che redime ed elargisce grazia; e col quale è possibile entrare in rapporto con la fede e coll’amore. Nei suoi riguardi non ha luogo nessuna conoscenza e affermazione immediata; nessun avvicinamento nessun agire di virtù propria; nessuna partecipazione nessuna acquisizione, nessun possesso da parte dell’uomo. La relazione con Lui è invece legata al Mediatore. Tutto ciò che in senso cristiano viene da Dio a noi — e parimenti tutto ciò che in senso cristiano va da noi a Dio — deve passare attraverso di Lui. E invero questa mediazione non significa solo il primo accesso. Essa non significa che ciò che da Dio viene a noi e da noi va a Dio, deve essere dapprima scoperto, conquistato, apportato dal Mediatore; da lui sofferto, osato e provato, per poi avere via immediatamente libera. La mediazione rappresenta piuttosto la forma essenziale della relazione cristiana con Dio e non può mai essere eliminata senza che vada distrutta la sua essenza stessa.

La «Verità» cristiana ci è così data e rivelata solo nel Mediatore e per opera di Lui. Così già nei Sinottici: «Tutto mi è stato affidato dal Padre mio e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, o colui al quale il Figlio lo vuole rivelare» (Mt 11, 27). Parimenti Giovanni: «Dio nessuno l’ha mai contemplato. Il Figlio unigenito, che riposa nel seno del Padre questi ce lo ha fatto conoscere» (Gv 1, 18). Ma dalla rivelazione del Padre dipende tutto: la Redenzione, il Regno eterno e la nuova creazione. Ora, questa rivelazione del Padre attraverso il Cristo non è solamente un primo atto di comunicazione — come quando uno mi dice qualcosa, io poi separo quanto è stato detto dalle labbra del narratore, lo prendo per se stesso e stabilisco una relazione indipendente con l’oggetto in considerazione. La rivelazione cristiana è piuttosto una forma, dalla quale il contenuto non può venir separato; e questo in via essenziale; codesta verità io la percepisco sempre come rivelazione, come dettami per mezzo di Cristo. L’essere rivelata rappresenta la struttura essenziale della verità cristiana — tanto che da qui nasce il problema logico, in qual maniera la conoscenza teologica e la sua enunciazione debba venir costruita. E la risposta suona: non in maniera tale che il conoscente la riferisca immediatamente all’oggetto, ma attraverso un termine medio; il quale termine medio però non ha solamente carattere indicativo e perciò, almeno approssimativamente, tale da poter venire eliminato, ma è essenziale e quindi rimane sempre nella conoscenza e nella enunciazione.

L’indicazione della «Via» non significa illustrazione o descrizione del come la realtà dell’uomo e del mondo sia in sé costruita, e del come si concreti la situazione dell’esistenza; nessuna esposizione generale delle norme che noi dobbiamo osservare e delle azioni che dobbiamo eseguire.

Anche questo; ma solamente dopo che è stato messo in chiaro il punto decisivo, che cioè «la via» nel senso cristiano è la persona stessa di Gesù Cristo. Questa via fu aperta con l’incarnazione del Figlio di Dio e mostrata dal suo amoroso abitare tra noi. «Via» significa che in Cristo Dio è venuto tra noi; e inversamente che in Lui la natura umana si è indirizzata a Dio, nella sua integrità e purezza; che essa è pervenuta a Lui attraverso la morte espiatrice dell’Uomo-Dio e sta quindi rispetto al Padre nella posizione del figliuol prodigo ritornato. «Percorrere la via» non può quindi significare altro che inserirsi nel Cristo vivente e vivendo e operando «rimanere in Lui». Ma la strada è stata resa transitabile, quando Cristo nello Spirito Santo risorse e fu trasfigurato.

Parimenti la «Vita» non è un regno di valori per se stante; né una realtà con la quale sia possibile un contatto indipendente; né una potenzialità di energie o circostanze alla quale fin da ora sia aperto l’accesso a tutti. Ma «la Vita» è la vita stessa di Dio che ci si rivela in Cristo, l’atto vitale di Cristo in persona. Così Egli dice dell’Eucaristia: «Come il Padre, così chi mi mangia vivrà per virtù mia» (Gv 6, 57). «Vita» è la vita di Cristo alla quale ci è promesso che parteciperemo. Ed anche qui sorge un problema particolare: come sia cioè possibile compiere un atto di vita che fondamentalmente non è radicato nella propria personalità, ma in un’«altra»; come questa vita possa essere propria nel senso più profondo, e tuttavia contenere in sé quell’altra personalità mediatrice.

Torna su