Gesù Cristo come Mediatore
A maggior profondità ci conduce il concetto della «
mediazione», come lo sviluppano particolarmente Paolo e
Giovanni.
L’essenza della mediazione è certo definita nel modo più
preciso dalle proposizioni di Giovanni: «‘Io sono la Via, la
Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per me. Se
voi aveste conosciuto me, avreste conosciuto anche il Padre
mio. D’ora in poi voi lo conoscete (poiché) l’avete visto’.
Allora gli disse Filippo: ‘Signore, mostraci il Padre e ci
basta’. Allora gli disse Gesù: ‘Da tanto tempo sono con voi,
e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo? Chi ha visto me,
ha visto il Padre. Come puoi tu dire: mostraci il Padre? Non
credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole
che io vi dico non le dico da me: ma il Padre che abita in
me, compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il
Padre è in me. Altrimenti, credete almeno a causa delle
opere’» (Gv 14, 6-11). Non si dice dunque: «io vi mostro la
via», ma «io sono la Via». Non «io v’insegno la verità», ma
«io sono la Verità». Non: «io vi apporto la vita», ma «io
sono la Vita». Non: «io ho visto il Padre e racconto del
Padre», ma «chi vede me, vede il Padre». Infatti: «il Padre
è in me»; e questo non solo nel senso dell’inabitazione per
grazia, secondo la parola per cui, chi Ama Cristo, «il Padre
verrà e porrà in lui abitazione» (Gv 14, 23), ma nel senso
di una particolare unità, non paragonabile con nessuna
relazione religiosa di uomo. Il divino «dall’alto» e l’umano
«dalla terra» (Gv 3, 31); l’origine «da Dio» e quella «dalla
carne» (Gv, 1, 13); la «Luce» e il «mondo» rinchiuso nelle
«tenebre» (Gv 1, 9) sono separati. Nessuna strada conduce da
qui a là. Solo nel Mediatore si fa l’unità. Egli è «Via,
Verità e Vita».
Dal punto di vista cristiano non c’è nessuna immediata
relazione dell’uomo con Dio. Il termine «Dio» è qui inteso
nel senso biblico; come nome del «Vivente», che «abita nella
luce inaccessibile» (1Tim 6, 16); del «Santo» che è
sottratto ad ogni avvicinamento umano naturale. «Dio» non
significa quindi «l’Assoluto» o «l’Essere supremo» o
«l’Autore del mondo»; ma colui che è il Giudice; che redime
ed elargisce grazia; e col quale è possibile entrare in
rapporto con la fede e coll’amore. Nei suoi riguardi non ha
luogo nessuna conoscenza e affermazione immediata; nessun
avvicinamento nessun agire di virtù propria; nessuna
partecipazione nessuna acquisizione, nessun possesso da
parte dell’uomo. La relazione con Lui è invece legata al
Mediatore. Tutto ciò che in senso cristiano viene da Dio a
noi — e parimenti tutto ciò che in senso cristiano va da noi
a Dio — deve passare attraverso di Lui. E invero questa
mediazione non significa solo il primo accesso. Essa non
significa che ciò che da Dio viene a noi e da noi va a Dio,
deve essere dapprima scoperto, conquistato, apportato dal
Mediatore; da lui sofferto, osato e provato, per poi avere
via immediatamente libera. La mediazione rappresenta
piuttosto la forma essenziale della relazione cristiana con
Dio e non può mai essere eliminata senza che vada distrutta
la sua essenza stessa.
La «Verità» cristiana ci è così data e rivelata solo nel
Mediatore e per opera di Lui. Così già nei Sinottici: «Tutto
mi è stato affidato dal Padre mio e nessuno conosce il
Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il
Figlio, o colui al quale il Figlio lo vuole rivelare» (Mt
11, 27). Parimenti Giovanni: «Dio nessuno l’ha mai
contemplato. Il Figlio unigenito, che riposa nel seno del
Padre questi ce lo ha fatto conoscere» (Gv 1, 18). Ma dalla
rivelazione del Padre dipende tutto: la Redenzione, il Regno
eterno e la nuova creazione. Ora, questa rivelazione del
Padre attraverso il Cristo non è solamente un primo atto di
comunicazione — come quando uno mi dice qualcosa, io poi
separo quanto è stato detto dalle labbra del narratore, lo
prendo per se stesso e stabilisco una relazione indipendente
con l’oggetto in considerazione. La rivelazione cristiana è
piuttosto una forma, dalla quale il contenuto non può venir
separato; e questo in via essenziale; codesta verità io la
percepisco sempre come rivelazione, come dettami per mezzo
di Cristo. L’essere rivelata rappresenta la struttura
essenziale della verità cristiana — tanto che da qui nasce
il problema logico, in qual maniera la conoscenza teologica
e la sua enunciazione debba venir costruita. E la risposta
suona: non in maniera tale che il conoscente la riferisca
immediatamente all’oggetto, ma attraverso un termine medio;
il quale termine medio però non ha solamente carattere
indicativo e perciò, almeno approssimativamente, tale da
poter venire eliminato, ma è essenziale e quindi rimane
sempre nella conoscenza e nella enunciazione.
L’indicazione della «Via» non significa illustrazione o
descrizione del come la realtà dell’uomo e del mondo sia in
sé costruita, e del come si concreti la situazione
dell’esistenza; nessuna esposizione generale delle norme che
noi dobbiamo osservare e delle azioni che dobbiamo eseguire.
Anche questo; ma solamente dopo che è stato messo in chiaro
il punto decisivo, che cioè «la via» nel senso cristiano è
la persona stessa di Gesù Cristo. Questa via fu aperta con
l’incarnazione del Figlio di Dio e mostrata dal suo amoroso
abitare tra noi. «Via» significa che in Cristo Dio è venuto
tra noi; e inversamente che in Lui la natura umana si è
indirizzata a Dio, nella sua integrità e purezza; che essa è
pervenuta a Lui attraverso la morte espiatrice dell’Uomo-Dio
e sta quindi rispetto al Padre nella posizione del figliuol
prodigo ritornato. «Percorrere la via» non può quindi
significare altro che inserirsi nel Cristo vivente e vivendo
e operando «rimanere in Lui». Ma la strada è stata resa
transitabile, quando Cristo nello Spirito Santo risorse e fu
trasfigurato.
Parimenti la «Vita» non è un regno di valori per se stante;
né una realtà con la quale sia possibile un contatto
indipendente; né una potenzialità di energie o circostanze
alla quale fin da ora sia aperto l’accesso a tutti. Ma «la
Vita» è la vita stessa di Dio che ci si rivela in Cristo,
l’atto vitale di Cristo in persona. Così Egli dice
dell’Eucaristia: «Come il Padre, così chi mi mangia vivrà
per virtù mia» (Gv 6, 57). «Vita» è la vita di Cristo alla
quale ci è promesso che parteciperemo. Ed anche qui sorge un
problema particolare: come sia cioè possibile compiere un
atto di vita che fondamentalmente non è radicato nella
propria personalità, ma in un’«altra»; come questa vita
possa essere propria nel senso più profondo, e tuttavia
contenere in sé quell’altra personalità mediatrice.