Gesù Cristo come Redentore
Abbiamo indagato la questione dell’«essenza del
cristianesimo»: cioè di quella determinazione che fonda
univocamente in sé ciò che è cristiano e con ciò stesso lo
distingue da ogni altra cosa; esprimendoci logicamente,
abbiamo cercato quale sia la categoria del cristiano. La
questione dapprima, corrispondentemente al carattere delle
nostre considerazioni, ha un senso teoretico Essa si
domanda: che cosa determina l’oggetto della conoscenza
cristiana, cioè, parlando scientificamente, della teologia?
Che cosa stabilisce e garantisce il carattere cristiano
dell’oggetto? Qual’è il presupposto per la «nota cristiana»
della sua apprensione e formulazione, che costituisce la
«condizione per la possibilità di enunciazioni cristiane»?
A questa ne precede un’altra più ampia: in che cosa consiste
quella realtà, alla quale fa riferimento in maniera
essenziale l’esistenza cristiana? Il valore che provoca alla
decisione?
Da ultimo la questione accenna alla crisi, che scaturisce da
quanto s’è detto, per il sistema del nostro pensare: crisi
nella quale è sospinto non solamente il pensiero oggettivo
ad opera del primato del personale, ma il pensiero
dell’universo in generale, ad opera della realtà cristiana.
Le considerazioni fatte finora ci hanno poco a poco
introdotto nel nucleo della sostanza cristiana. Soprattutto
ci ha giovato l’esame delle parole di Gv 14, 6 [«Io sono la
Via, la Verità e la Vita»]. Esso ha mostrato che non si
tratta solo di qualche cosa di psicologico o di
didattico-pedagogico, tua della forma secondo la quale ciò
che è cristiano è cristiano. Si può respingere il senso
esposto. Si può anche dichiararlo una stoltezza. In tal caso
o non lo si è inteso ovvero ci si è scandalizzati. Ma non si
può toglierlo dall’insieme della sostanza cristiana e poi
sostenere che il resto sia ancora la sostanza cristiana.
Proseguiamo la nostra indagine. Solo da ciò che s’è detto il
pensiero neotestamentario della Redenzione trae il suo senso
più attivo. Il peccato non è solamente un torto commesso
dall’uomo, che lasci però nel resto intatto il suo essere;
esso ha piuttosto strappato l’uomo e con l’uomo il mondo
dall’ordinazione a Dio ed ha precipitato l’esistenza nella
perdizione. Così la Redenzione non è solamente un
raddrizzamento di mancanze esistenti mediante un
insegnamento e un modello, o un’altra realizzazione
religiosa, che ripara a quello che fino allora era
sbagliato, ma un avanzamento di rango della creazione. Essa
non è nulla di quello che ha corso nel mondo, ma significa
una nuova fondazione dell’esistenza, che poi per conto suo
comprende quali elementi: dottrina, orientamento, modello.
La Redenzione eleva l’intera esistenza ad un nuovo inizio —
il che significa nel contempo che essa la conduce attraverso
un declino.
Cristo personalmente non ha bisogno di alcuna espiazione.
Egli è puro. E non soltanto perché Egli non abbia peccato, o
perché per un mistero della grazia sia stato escluso e
preservato dalla sfera della colpa, ma attivamente,
creativamente. Egli non è l’Uno fra gli altri tutti;
eccezione, ma dinanzi a Dio parimenti parte della totalità —
ma sta, benché veramente uomo, fin dal principio dalla parte
di Dio. Viene da Dio. E «mandato» nel mondo dal Padre in
connessione alla corresponsabilità del peccato. In Giovanni
si dice: «Poiché Dio ha mandato il Figlio suo nel mondo, non
per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per
suo mezzo» (Gv 3, 17); e ancora: «... poiché io sono disceso
dal cielo non per fare la mia volontà, ma per fare la
volontà di chi mi ha mandato» (Gv 6, 38). Lo stesso concetto
si trova già espresso nei Sinottici; così nell’istruzione
agli Apostoli: «Chi mi ha professato dinanzi agli uomini,
per lui mi dichiarerò anch’io dinanzi al Padre mio nei
cieli. Chi mi rinnegherà dinanzi agli uomini, anch’io lo
rinnegherò dinanzi al Padre mio nei cieli ... Chi accoglie
voi accoglie me, e chi accoglie me, accoglie Colui che mi ha
mandato» (Mt 10, 32-33.40). Questo «mandare» importa una
decisione per gli uomini e un destino per Gesù stesso: «Sono
venuto a versar fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse
già acceso! Con un battesimo debbo essere battezzato e come
sono in angustie finché non sia compiuto!» (Lc 12, 49-50).
E: «Da allora Gesù incominciò a mostrare ai suoi discepoli
ch’egli doveva andare a Gerusalemme, e doveva molto soffrire
da parte dei sommi sacerdoti, degli anziani e degli scribi;
che doveva morire e risorgere al terzo giorno» (Mt 16, 21).
Finalmente: «Non doveva forse il Cristo patire tutto questo
e così entrare nella sua gloria?» (Lc 24, 26).
Nell’ultima Cena viene celebrato il ricordo della
liberazione dall’Egitto. Allora era immolato e consumato un
agnello, ma il suo sangue veniva spalmato sugli stipiti
delle porte, perché lo sterminatore passasse oltre. Da
allora in poi il banchetto viene ripetuto ogni anno, e così
fece anche Gesù coi suoi. Questo viene raccontato e poi vien
detto: «E mentre mangiavano, Egli prese del pane, lo
benedisse e lo spezzò e lo diede loro e disse: ‘Prendete,
questo è il mio corpo’» (Mc 14, 22). L’agnello è ucciso, il
suo «corpo» è posto sulla tavola ed è stato mangiato. «Egli
prese un calice, ringraziò, lo diede loro e disse ‘Bevetene
tutti, poiché questo è il mio sangue dell’alleanza, che
viene sparso per molti per la remissione dei peccati’» (Mt
26, 27-28). In Luca l’ultima parola suona: «Questo calice è
il nuovo patto, nel mio sangue, che è sparso per voi» (92,
20). Il procedere, l’idea, l’espressione sono completamente
costruiti sulla categoria della Redenzione: «per voi».
Lo stesso concetto continua nella storia della passione di
Gesù. L’«angoscia» nel Getsemani non significa solo la paura
naturale, ma in essa il Redentore sperimenta già di che si
tratta in quel «per voi». Egli porta come sua la colpa degli
uomini, sente l’orrore della sua terribilità, a Lui solo
completamente palese, e l’esigenza dell’espiazione
inaccessibile a una sensibilità puramente umana. Da questa
coscienza deriva anche l’atteggiamento di Gesù durante la
passione, e non solo presso il «mistico» Giovanni, ma anche
nei Sinottici.
Sarebbe del tutto impossibile inserire con una
considerazione retrospettiva questo senso in una personalità
e nel suo comportamento. Il carattere dell’avvenimento
deriva tutto da quel «per voi». La morte di Gesù non è né
una catastrofe, né un eroismo, né l’impegno del martire per
la convinzione che rappresenta, ma qualche cosa di diverso
per origine e natura. Cosa del genere non potrebbe esser né
pensata né fatta. Dappertutto si tradirebbero le fessure;
qui invece è un’unità di getto. Innumerevoli uomini e tra
essi di quelli li elevatissima religiosità, e non solamente
della più schietta veracità, ma della più lucida
avvedutezza, hanno vissuto di quest’avvenimento, com’esso è
qui raccontato della sostanza spirituale e religiosa che è
in esso. Essi hanno fatto la prova della loro esistenza su
tale avvenimento; hanno «agito e si sono convinti» che essa
era vera. Di fronte a ciò impallidiscono tutti i punti di
vista psicologici e filosofici. Qui c’è una struttura
essenziale che compenetra anche i gesti e la parola e dà una
base all’esistenza per ogni tempo. È il sacrificio redentivo
— a cui, dopo, segue, come possente contraccolpo, la
Risurrezione. «Non era dunque conveniente che Cristo patisse
questo e entrasse nella sua gloria?» (Lc 24, 26).
Paolo sviluppa questa idea con una forza che penetra in
sempre nuove profondità: «Cristo dunque ha incontrato la
morte per noi, al tempo della nostra impotenza, quando
eravamo ancora senza Dio. È difficile che anche per un
giusto uno incontri la morte — però forse qualcuno può
decidersi a morire per un uomo dabbene. [In nessun caso lo
farebbe per un cattivo ed ingiusto] Ma Dio mostra il suo
amore per noi nel fatto che Cristo è morto per noi, e ciò in
un tempo in cui noi eravamo ancora peccatori. Quanto più,
ora che siamo giustificati nel suo sangue, saremo per virtù
della collera. Poiché quando noi eravamo nemici siamo stati
riconciliati con Dio per la morte del suo Figlio, così tanto
più saremo salvi per la sua vita, ora che siamo
riconciliati» (Rm 5, 6-10). E ancora: «... per un uomo venne
il peccato nel mondo, e con il peccato la morte, e cosi la
morte è passata in tutti gli uomini perché tutti hanno
peccato… Mentre [là] per la caduta di uno solo i molti sono
morti, così ora mediante la redenzione a più forte ragione
la grazia di Dio e il dono dell’unico uomo Gesù Cristo si
sono diffusi in pienezza sui molti ... là il giudizio su uno
divenne condanna [di tutti], qui invece il dono della grazia
porta da molte colpe alla giustificazione. Poiché se per la
caduta d’uno solo la morte ha regnato per quell’uno, così a
più forte ragione coloro che hanno ricevuto la pienezza
della grazia e il dono della giustificazione regneranno
nella vita per il solo Gesù Cristo. Come dunque per una
caduta sopravvenne la condanna su tutti gli uomini, così per
un atto di giustizia pervenne la giustificazione della vita
a tutti gli uomini. E come per la disobbedienza di un solo
uomo i molti sono stati costituiti peccatori, così per
l’obbedienza di un solo i molti sono costituiti giusti» (Rm
5, 12-19). La mediazione diventa un inserimento redentivo:
Cristo ha fatto suo ciò che era nostro: il peccato. Così è
diventato nostro ciò che era suo: la vita divina.
Noi siamo cristiani in virtù della Redenzione. Ma la
Redenzione non significa un’azione il cui effetto sia
separabile dalla persona che l’ha compiuta, fosse anche solo
per quel tanto per cui le azioni in generale possono venir
separate dai loro autori e prese per se stesse nel loro
significato e come complesso di effetti. Questa azione ha
invece significato e forza di Redenzione solo come azione di
questo agente. L’agente deve rimaner collegato con l’azione.
Sarà presto chiaro che con ciò s’intende una cosa del tutto
determinata.