Gesù Cristo come Redentore

(Estratto da: Romano Guardini, L'Essenza del Cristianesimo, Morcelliana) •  Indice •   • 

Abbiamo indagato la questione dell’«essenza del cristianesimo»: cioè di quella determinazione che fonda univocamente in sé ciò che è cristiano e con ciò stesso lo distingue da ogni altra cosa; esprimendoci logicamente, abbiamo cercato quale sia la categoria del cristiano. La questione dapprima, corrispondentemente al carattere delle nostre considerazioni, ha un senso teoretico Essa si domanda: che cosa determina l’oggetto della conoscenza cristiana, cioè, parlando scientificamente, della teologia? Che cosa stabilisce e garantisce il carattere cristiano dell’oggetto? Qual’è il presupposto per la «nota cristiana» della sua apprensione e formulazione, che costituisce la «condizione per la possibilità di enunciazioni cristiane»?

A questa ne precede un’altra più ampia: in che cosa consiste quella realtà, alla quale fa riferimento in maniera essenziale l’esistenza cristiana? Il valore che provoca alla decisione?

Da ultimo la questione accenna alla crisi, che scaturisce da quanto s’è detto, per il sistema del nostro pensare: crisi nella quale è sospinto non solamente il pensiero oggettivo ad opera del primato del personale, ma il pensiero dell’universo in generale, ad opera della realtà cristiana.

Le considerazioni fatte finora ci hanno poco a poco introdotto nel nucleo della sostanza cristiana. Soprattutto ci ha giovato l’esame delle parole di Gv 14, 6 [«Io sono la Via, la Verità e la Vita»]. Esso ha mostrato che non si tratta solo di qualche cosa di psicologico o di didattico-pedagogico, tua della forma secondo la quale ciò che è cristiano è cristiano. Si può respingere il senso esposto. Si può anche dichiararlo una stoltezza. In tal caso o non lo si è inteso ovvero ci si è scandalizzati. Ma non si può toglierlo dall’insieme della sostanza cristiana e poi sostenere che il resto sia ancora la sostanza cristiana.

Proseguiamo la nostra indagine. Solo da ciò che s’è detto il pensiero neotestamentario della Redenzione trae il suo senso più attivo. Il peccato non è solamente un torto commesso dall’uomo, che lasci però nel resto intatto il suo essere; esso ha piuttosto strappato l’uomo e con l’uomo il mondo dall’ordinazione a Dio ed ha precipitato l’esistenza nella perdizione. Così la Redenzione non è solamente un raddrizzamento di mancanze esistenti mediante un insegnamento e un modello, o un’altra realizzazione religiosa, che ripara a quello che fino allora era sbagliato, ma un avanzamento di rango della creazione. Essa non è nulla di quello che ha corso nel mondo, ma significa una nuova fondazione dell’esistenza, che poi per conto suo comprende quali elementi: dottrina, orientamento, modello. La Redenzione eleva l’intera esistenza ad un nuovo inizio — il che significa nel contempo che essa la conduce attraverso un declino.

Cristo personalmente non ha bisogno di alcuna espiazione. Egli è puro. E non soltanto perché Egli non abbia peccato, o perché per un mistero della grazia sia stato escluso e preservato dalla sfera della colpa, ma attivamente, creativamente. Egli non è l’Uno fra gli altri tutti; eccezione, ma dinanzi a Dio parimenti parte della totalità — ma sta, benché veramente uomo, fin dal principio dalla parte di Dio. Viene da Dio. E «mandato» nel mondo dal Padre in connessione alla corresponsabilità del peccato. In Giovanni si dice: «Poiché Dio ha mandato il Figlio suo nel mondo, non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per suo mezzo» (Gv 3, 17); e ancora: «... poiché io sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma per fare la volontà di chi mi ha mandato» (Gv 6, 38). Lo stesso concetto si trova già espresso nei Sinottici; così nell’istruzione agli Apostoli: «Chi mi ha professato dinanzi agli uomini, per lui mi dichiarerò anch’io dinanzi al Padre mio nei cieli. Chi mi rinnegherà dinanzi agli uomini, anch’io lo rinnegherò dinanzi al Padre mio nei cieli ... Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato» (Mt 10, 32-33.40). Questo «mandare» importa una decisione per gli uomini e un destino per Gesù stesso: «Sono venuto a versar fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! Con un battesimo debbo essere battezzato e come sono in angustie finché non sia compiuto!» (Lc 12, 49-50). E: «Da allora Gesù incominciò a mostrare ai suoi discepoli ch’egli doveva andare a Gerusalemme, e doveva molto soffrire da parte dei sommi sacerdoti, degli anziani e degli scribi; che doveva morire e risorgere al terzo giorno» (Mt 16, 21). Finalmente: «Non doveva forse il Cristo patire tutto questo e così entrare nella sua gloria?» (Lc 24, 26).

Nell’ultima Cena viene celebrato il ricordo della liberazione dall’Egitto. Allora era immolato e consumato un agnello, ma il suo sangue veniva spalmato sugli stipiti delle porte, perché lo sterminatore passasse oltre. Da allora in poi il banchetto viene ripetuto ogni anno, e così fece anche Gesù coi suoi. Questo viene raccontato e poi vien detto: «E mentre mangiavano, Egli prese del pane, lo benedisse e lo spezzò e lo diede loro e disse: ‘Prendete, questo è il mio corpo’» (Mc 14, 22). L’agnello è ucciso, il suo «corpo» è posto sulla tavola ed è stato mangiato. «Egli prese un calice, ringraziò, lo diede loro e disse ‘Bevetene tutti, poiché questo è il mio sangue dell’alleanza, che viene sparso per molti per la remissione dei peccati’» (Mt 26, 27-28). In Luca l’ultima parola suona: «Questo calice è il nuovo patto, nel mio sangue, che è sparso per voi» (92, 20). Il procedere, l’idea, l’espressione sono completamente costruiti sulla categoria della Redenzione: «per voi».

Lo stesso concetto continua nella storia della passione di Gesù. L’«angoscia» nel Getsemani non significa solo la paura naturale, ma in essa il Redentore sperimenta già di che si tratta in quel «per voi». Egli porta come sua la colpa degli uomini, sente l’orrore della sua terribilità, a Lui solo completamente palese, e l’esigenza dell’espiazione inaccessibile a una sensibilità puramente umana. Da questa coscienza deriva anche l’atteggiamento di Gesù durante la passione, e non solo presso il «mistico» Giovanni, ma anche nei Sinottici.

Sarebbe del tutto impossibile inserire con una considerazione retrospettiva questo senso in una personalità e nel suo comportamento. Il carattere dell’avvenimento deriva tutto da quel «per voi». La morte di Gesù non è né una catastrofe, né un eroismo, né l’impegno del martire per la convinzione che rappresenta, ma qualche cosa di diverso per origine e natura. Cosa del genere non potrebbe esser né pensata né fatta. Dappertutto si tradirebbero le fessure; qui invece è un’unità di getto. Innumerevoli uomini e tra essi di quelli li elevatissima religiosità, e non solamente della più schietta veracità, ma della più lucida avvedutezza, hanno vissuto di quest’avvenimento, com’esso è qui raccontato della sostanza spirituale e religiosa che è in esso. Essi hanno fatto la prova della loro esistenza su tale avvenimento; hanno «agito e si sono convinti» che essa era vera. Di fronte a ciò impallidiscono tutti i punti di vista psicologici e filosofici. Qui c’è una struttura essenziale che compenetra anche i gesti e la parola e dà una base all’esistenza per ogni tempo. È il sacrificio redentivo — a cui, dopo, segue, come possente contraccolpo, la Risurrezione. «Non era dunque conveniente che Cristo patisse questo e entrasse nella sua gloria?» (Lc 24, 26).

Paolo sviluppa questa idea con una forza che penetra in sempre nuove profondità: «Cristo dunque ha incontrato la morte per noi, al tempo della nostra impotenza, quando eravamo ancora senza Dio. È difficile che anche per un giusto uno incontri la morte — però forse qualcuno può decidersi a morire per un uomo dabbene. [In nessun caso lo farebbe per un cattivo ed ingiusto] Ma Dio mostra il suo amore per noi nel fatto che Cristo è morto per noi, e ciò in un tempo in cui noi eravamo ancora peccatori. Quanto più, ora che siamo giustificati nel suo sangue, saremo per virtù della collera. Poiché quando noi eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio per la morte del suo Figlio, così tanto più saremo salvi per la sua vita, ora che siamo riconciliati» (Rm 5, 6-10). E ancora: «... per un uomo venne il peccato nel mondo, e con il peccato la morte, e cosi la morte è passata in tutti gli uomini perché tutti hanno peccato… Mentre [là] per la caduta di uno solo i molti sono morti, così ora mediante la redenzione a più forte ragione la grazia di Dio e il dono dell’unico uomo Gesù Cristo si sono diffusi in pienezza sui molti ... là il giudizio su uno divenne condanna [di tutti], qui invece il dono della grazia porta da molte colpe alla giustificazione. Poiché se per la caduta d’uno solo la morte ha regnato per quell’uno, così a più forte ragione coloro che hanno ricevuto la pienezza della grazia e il dono della giustificazione regneranno nella vita per il solo Gesù Cristo. Come dunque per una caduta sopravvenne la condanna su tutti gli uomini, così per un atto di giustizia pervenne la giustificazione della vita a tutti gli uomini. E come per la disobbedienza di un solo uomo i molti sono stati costituiti peccatori, così per l’obbedienza di un solo i molti sono costituiti giusti» (Rm 5, 12-19). La mediazione diventa un inserimento redentivo: Cristo ha fatto suo ciò che era nostro: il peccato. Così è diventato nostro ciò che era suo: la vita divina.

Noi siamo cristiani in virtù della Redenzione. Ma la Redenzione non significa un’azione il cui effetto sia separabile dalla persona che l’ha compiuta, fosse anche solo per quel tanto per cui le azioni in generale possono venir separate dai loro autori e prese per se stesse nel loro significato e come complesso di effetti. Questa azione ha invece significato e forza di Redenzione solo come azione di questo agente. L’agente deve rimaner collegato con l’azione. Sarà presto chiaro che con ciò s’intende una cosa del tutto determinata.

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