Gesù Cristo presente nel cristiano e nella Chiesa

(Estratto da: Romano Guardini, L'Essenza del Cristianesimo, Morcelliana) •  Indice •   • 

Così nelle formule di saluto al principio e nella conclusione; per es. la prima lettera ai Corinti si dirige «alla comunità di Dio in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù», e reca l’amore dell’Apostolo «a tutti coloro che sono in Cristo Gesù». La lettera ai Filippesi si rivolge «a tutti i santi in Cristo». Di Urbano si dice nella lettera ai Romani che egli è «collaboratore in Cristo» (16, 9). Paolo ammonisce i fedeli che devono «rallegrarsi nel Signore» (Fil 4, 3); egli dice che «essi hanno assunto il Signore Gesù Cristo» e «devono camminare in Lui, radicati in Lui, stando nella fede» (Col 2, 6-7). Che cosa significa questo?

Nella lettera ai Romani, cap. 5, 14-21, si è parlato della Redenzione. Poi vien detto: «Non sapete che tutti quanti siamo battezzati [cioè ‘immersi’, n.d.t.] in Cristo Gesù, siamo stati battezzati [cioè ‘immersi’] nella sua morte? Noi siamo così stati sepolti con Lui — per il battesimo nella morte — affinché come Cristo fu resuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi [destati dallo stesso Padre] abbiamo a camminare nella novità della vita. Poiché se noi siamo concresciuti [con Cristo] nella somiglianza della sua morte, lo saremo anche nella resurrezione. Noi sappiamo dunque che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con Lui, perché sia annientato il corpo del peccato. Perché chi è morto è prosciolto dal peccato. Ma se noi siamo morti con Cristo, così crediamo che anche vivremo con Lui; poiché noi crediamo che Cristo, dopo che è risuscitato dai morti, non muore più: la morte non ha più nessun potere su di lui. Il suo morire infatti fu un morire al peccato, una volta per tutte; ma la sua vita è una vita per Dio. Così dovete anche voi considerarvi come morti al peccato, ma come viventi per Dio in Gesù Cristo» (Rm 6, 3-11).

La Redenzione è un avvenimento che s’è compiuto nella storia, ma ad opera del Figlio di Dio secondo la volontà del Padre e con la forza dello Spirito, il che significa compiuto fin dall’eternità e per mezzo del Risorto e Trasfigurato nel suo essere spiritualizzato ritornato al Padre, il che vuoi dire collocato nell’eternità come perennemente valido, come dice specialmente la lettera agli Ebrei nel suo possente capitolo nono. La Redenzione è una realtà compitasi allora, ma fin dall’eternità compresente ad ogni attimo successivo. Realtà tutta speciale, certo; realtà pneumatica fondata nello Spirito Santo; ma realtà e possanza. Essa si sforza ad accogliere in sé l’uomo, anela a comunicarglisi; cerca di agire su di lui e di trasformarlo. Quindi credere, venir battezzato, essere cristiano, insieme con tutto l’agire cristiano significa inserirsi in questo permanente avvenimento; venirne afferrato ed esserne reso partecipe; in esso stare innanzi a Dio. Ma come? Ricordando, comprendendo, venerando, amando emulando? Anche così, ma in maniera molto superiore. E caratteristico come Paolo nei passi allegati unisca strettamente il concetto della fede con quello del battesimo. Ma il battesimo è simbolo della rinascita, del morire e del risorgere. Non quindi qualche cosa di psicologico o di etico, ma di pneumaticoreale. L’inserirsi nell’avvenimento della Redenzione, il che si compie nella fede, significa un reale inserirsi, vincolarsi e partecipare. Il fatto riceve luce anche da un altro lato. Che cosa significa l’avvenimento della Pentecoste per l’esistenza cristiana? Dapprima Cristo si è presentato con la sua persona «dinanzi» agli uomini; tra essi e Lui c’era un abisso. Essi non lo hanno compreso; Egli non è divenuto qualcosa di «loro».

La situazione si cambia solo per il fatto della Pentecoste. La Pentecoste fa sì che Cristo, la sua Persona, la sua Vita e la sua azione redentiva diventino una realtà «loro» interiore e «dischiusa». Solo ora diventano «cristiani». La Pentecoste è l’ora natalizia della fede cristiana come un essere in Cristo; non per una semplice «esperienza religiosa», ma per un’operazione dello Spirito Santo. Il concetto dell’«in» cristiano è la categoria pneumatica fondamentale. Solo allo Spirito di Dio spetta di «scrutare le profondità della divinità» (1 Cor 2, l0). È lo Spirito quello in cui, come in un amore fatto persona il Padre e il Figlio sono una sola cosa. Per Lui anche Cristo riceve il carattere, in forza del quale Egli può essere intimo all’uomo e l’uomo a Lui.

L’intero essere e la vita di Gesù costituiscono una tale realtà pneumatica. Cristo ha vissuto ed è morto allora; ma tutto ciò che Egli era e che ha fatto è entrato nella sua esistenza pneumatica ed è vivente adesso. Espressione di questo sono le parole dell’Apocalisse sull’«Agnello che è come ucciso», ma vive ed ha il potere di sciogliere i sigilli (Ap 5, 6). Egli sta in un atto eterno che mantiene anche la sua intera azione e il suo destino redentore. Credere ed essere battezzato significa però inserirsi in questo atto e rispettivamente accoglierlo in sé. Significa il morire pneumaticoreale dell’uomo vecchio e il risorgere dell’uomo nuovo, per il fatto che quell’atto della morte e della risurrezione di Gesù, diventato «eterno», si ricompie nel tempo con la fede. L’essere e l’operare cristiano è il compimento con Cristo dell’azione redentiva, continuamente rinnovato; il continuo «spogliarsi dell’uomo vecchio» (Col 3, 9) e il «farsi» del nuovo.

Così si origina la relazione: noi in Cristo; Cristo in noi. Il Cristo spirituale-reale è in una «condizione» tale, da divenire una «sfera di vita», nella quale l’uomo credendo esiste — una potenza «interiore» rispetto ad ogni essere creato, la quale senza intaccare la sua naturale compattezza e dignità, può entrare in esso, essere, operare vivere nell’uomo.

Per avvertire tutta l’intensità di ciò che è stato detto, ascoltiamo nella lettera ai Colossesi il parallelo al passo citato di quella ai Romani: «Poiché in Lui abita la pienezza della divinità corporalmente. In Lui voi avete la pienezza, [in lui] che è il Capo di ogni Principato e Potestà, nel quale anche voi siete stati circoncisi con una circoncisione non fatta da mano d’uomo; per la deposizione di questo corpo di carne, per la circoncisione di Cristo, sepolti nel battesimo con Lui, nel quale siete anche stati risuscitati alla fede nella forza di Dio, che ha suscitato Lui dai morti. Anche voi, ch’eravate morti per le trasgressioni e per la vostra carne incirconcisa, ha vivificati insieme con Lui, perdonandoci nella grazia tutti i peccati; estinguendo il documento che [testimoniava] contro di noi con la legge, che ci era contrario, togliendolo via, attaccandolo alla croce» (Col 2, 9-14). Il concetto è brevemente riassunto nella seconda lettera ai Corinti: «Cosi se uno è in Cristo, è una nuova creatura. Le cose vecchie sono passate, eccole divenute nuove» (2 Cor 5, 17). «Fede» non indica perciò nulla di psicologico, non una forma di coscienza, ma un reale stare in relazione e in connessione. Credere, venir rinnovati e «segnati» col battesimo indica un avvenimento mediante il quale l’uomo entra col Redentore nella reciproci del pneumatico «esistere in»; figura, opera, passione, molte e risurrezione del Redentore diventano per lui forma e contenuto di una nuova esistenza.

Due espressioni enunciano in modo particolarmente forte questa partecipazione vitale. Nella prima lettera ai Corinti Paolo parla della differenza del nuovo uomo «spirituale» rispetto all’antico, naturale, «psichico». Quello vive di un nuovo principio vitale, lo «Spirito che viene da Dio». Perciò non può essere inteso dall’uomo vecchio. «L’uomo spirituale giudica tutto, ma non è giudicato da nessuno». Poi il testo continua: «Poiché chi ha conosciuto la mente del Signore, così da poterla formulare? Noi però abbiamo il pensiero di Cristo» (2, 12-16). Nello Spirito di Dio noi partecipiamo alla Mente (nous) dei Redentore. Il pensiero del cristiano si svolge in funzione del modo di sentire, di misurare, di giudicare di Cristo.

L’altra espressione sta al principio della lettera ai Filippesi e scaturisce tutta da quella intensità di sentimento, che riempie questo scritto: «Dio mi è testimonio quanto io aneli a voi tutti — nel cuore di Gesù, del Cristo» (1, 8). È il parallelo esatto alla «mente di Cristo»: la sua interiorità, la profonda amorosità del suo cuore. Come chi è unito al Signore conosce alla luce del conoscere di Cristo, e così partecipa della sua verità, così egli ama anche sospinto dal suo amore, e partecipa così ad una pienezza di cuore, che oltrepassa le possibilità puramente umane.

Questo cristiano «esistere in» ha due lati. Uno individuale: «Poiché mediante la Legge io sono morto alla legge, affinché viva per Iddio. Con Cristo sono io crocifisso; non vivo più come io stesso. Cristo vive in me; per quel tanto che io vivo ancora nella carne, vivo della fede nel Figlio di Dio, che mi ha amato ed ha dato se stesso per me» (Gai 2, 19-20). Il credente deve effettuare con Cristo l’azione redentiva mediante una vittoria sempre nuova, affinché Cristo «si formi» in Lui (Gai 4, 19), ed egli così «cresca fin alla pienezza dell’età di Cristo» (Ef 4,13). La figura della persona e del destino di Cristo, con la sua vivente pienezza di forze, viene nuovamente generata in ogni credente, e lo sospinge a crescere nella sua speciale esistenza e, progredendo, a realizzare la pienezza delle sue possibilità ... A questa rappresentazione individuale sta di fronte quella totale: il grande pensiero del «Corpo di Cristo», come è sviluppato soprattutto dalle lettere ai Colossesi ed agli Efesini: «Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione, poiché in Lui tutto è stato creato, ciò che è in cielo e sulla terra: il visibile e l’invisibile, Troni e Dominazioni, Principati e Potenze — tutto è stato creato per Lui e da Lui. Ed Egli è in ogni cosa, tutto sussiste in Lui; è anche il Capo del Corpo, della Chiesa; Egli ch’è il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, affinché sia il primo in ogni cosa. Poiché è piaciuto a Dio che in Lui abiti tutta la pienezza, e per mezzo di Lui tutto venga a Lui riconciliato, stabilendo pace nel sangue della sua croce, riconciliando per mezzo di Lui ciò ch’è sulla terra e ciò ch’è nel cielo» (Coli, 15-20). La medesima relazione che ha col singolo, Cristo l’ha col tutto. Egli fa dell’insieme degli uomini la totalità cristiana, la quale è più della semplice somma dei singoli. Egli è come la loro entelechia; la loro forma interiore e la loro forza organizzatrice. Solo così si forma la Chiesa.

Ciò che così può dirsi della fede del battesimo e della vita cristiana, vale anche con speciale significato del mistero dell’Eucarestia. Nella prima lettera ai Corinti si dice: «Parlo a persone intelligenti; giudicate da voi ciò che dico. Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse comunione col sangue nel Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse comunione col corpo del Cristo? Infatti, poiché esso è un unico pane, anche noi, che siamo molti, siamo tuttavia solo un corpo; infatti lutti partecipiamo allo stesso pane» (10, 15-17). E di nuovo: «Poiché io ho appreso dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: nella notte in cui venne tradito, il Signore Gesù prese del pane, lo benedisse, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo per voi; fate questo in mia memoria’. Parimenti Egli prese il calice dopo la cena, e disse: ‘Questo calice è il nuovo patto nei mio sangue, fate questo, ogni volta che ne bevete, in mia memoria’. Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte dei Signore fino a che Egli venga. Chi perciò indegnamente mangia il pane o beve del calice, si rende reo del corpo e del sangue del Signore. Controlli perciò ciascuno se stesso e poi mangi il pane e beva del calice. Poiché chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve da sé il giudizio, non discernendo il corpo [del Signore]» (11, 23-29). Se noi richiamiamo il racconto della Cena dei Sinottici, di cui si è già fatto parola, che cosa significa tutto ciò? Con mezzi psicologici e «spirituali» qui non si può uscirne. Qui non si tratta né di un’esperienza di appartenenza religiosa, né di un simbolo di comunanza, ma dell’irrompere d’una realtà particolare, precisamente di quella del mistero. In esso quello che s’è compiuto una volta nella storia diventa sovrastorico e permanente; ma questo sovrastorico-permanente non cessa di rientrare nella storia, non appena coloro che ne hanno l’incarico eseguiscono la cerimonia ch’Egli, ch’era «Signore» ed aveva «ogni potere», istituì quando disse: «fate questo in mia memoria». Quando si compie l’azione liturgica, Cristo è presente con la sua vita, morte e risurrezione, in maniera pneumatico-reale «tra coloro che sono adunati nel suo Nome»; viene da essi «mangiato» ed è «in loro». È il fenomeno del culto cristiano.

Già in Paolo è chiaro lo stretto rapporto tra la fede e il mistero; ancora più chiaro si presenta in Giovanni. Nel grande discorso a Cafarnao sul pane della vita è detto dapprima: «Io sono il pane della vita. Chi viene a me, non avrà più fame» (6, 55). «Pane» è qui Cristo quale vivente Verità; il pane però viene gustato coll’accogliere vitalmente nella fede la sua parola e il suo essere. Allora mormorano gli ascoltatori: come può Egli attribuirsi un simile significato? Ma Egli rinforza ciò che ha detto, anzi gli dà un senso nuovo e più sconcertante: «Io sono il pane della vita [...] Io sono il pane vivo, ch’è disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno. Il pane che io darò, è la mia carne per la vita del mondo» (48,5 1). Gli uditori protestano di nuovo e più aspramente; ma Gesù riconferma la sua asserzione: «In verità, in verità vi dico, se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo, e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna [...] Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in lui [...] Come il padre vivente ha mandato me, ed io vivo per il Padre, così colui che mangia me, vive di me» (Gv 6, 53-57). Nello svolgersi del discorso il concetto del «pane» si è dunque modificato. Prima Egli è la «verità» e viene mangiato nella fede; poi Gesù è la «carne e il sangue» e viene mangiato gustando del cibo sacramentale. Una prova del profondo rapporto in cui sta l’atto della fede col mistero; di quanto la celebrazione del sacramento è realizzazione della fede nella forma di una reale comunione di vita.

Ma i discorsi che si raggruppano attorno alla Cena (Gv 13-17) dischiudono ciò che v’è di più profondo nel mistero dell’appartenenza tra Redentore e redenti. Così specialmente nella parabola della vite: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio in me che non reca frutto, Egli lo taglia e quello che porta frutto, lo pota, affinché porti frutto più abbondante. Voi siete già mondi per la parola che io vi ho detta. Rimanete in me ed io [rimarrò] in voi. Come il tralcio non può portare da sé alcun frutto, se non rimane nella vite, così neppure voi, se non rimanete in me. Io sono la Vite, voi siete i tralci. Chi rimane in me ed io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 1-5).

Qui diventa anche chiaro come la relazione si estenda alla totalità cristiana, alla Chiesa. La Chiesa ha le sue radici nel mistero e vive di esso.

Questi pensieri culminano con ambito per così dire cosmico nella dottrina della ricapitolazione che si ritrova già fondamentalmente nel concetto del «Corpo di Cristo spirituale».

L’intera creazione viene investita dalla forza operativa del Redentore, da Lui compenetrata ed elevata. La lettera agli Efesini dice: «Lodato sia l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti in Cristo con ogni benedizione spirituale nei cieli! Poiché in Lui Egli ci ha eletti avanti la creazione del mondo, affinché siamo santi ed irreprensibili dinanzi a Lui; avendoci predestinati nell’amore a essere suoi figli per Gesù Cristo presso di Lui, secondo il beneplacito della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, con la quale ci ha elargito la grazia nel [suo] prediletto; nel quale abbiamo la redenzione in virtù del suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia, che Egli ha effusa sopra di noi in ogni sapienza ed intelligenza, poiché ci fece conoscere il mistero della sua volontà secondo il suo beneplacito, che Egli preordinò in sé per l’economia della pienezza dei tempi, [che è quello] di riunire tutto sotto un capo nel Cristo, ciò che è in cielo e sulla terra. In lui abbiamo anche ottenuto l’eredità secondo il disegno di Colui che opera tutto secondo il consiglio della sua volontà» (Ef 1, 3-1 1). E quella ai Colossesi: «Egli ci ha salvati dalla potenza delle tenebre e trasportati nel regno del Figlio del suo amore, nel quale possediamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione, poiché in Lui tutto è stato creato, ciò che è in cielo e sulla terra: il visibile e l’invisibile, Troni e Dominazioni, Principati e Potenze tutto è stato creato per Lui e da Lui. Ed Egli è in ogni cosa, tutto sussiste in Lui; è anche il Capo del Corpo, della Chiesa; Egli che è il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, affinché sia il primo in ogni cosa. Poiché è piaciuto a Dio che in Lui abiti tutta la pienezza, e per mezzo di Lui tutto venga a Lui riconciliato, stabilendo pace nel sangue della sua croce, riconciliando per mezzo di lui ciò ch’è sulla terra e ciò ch’è nel cielo» (Col 1, 13-21). Il concetto della Chiesa si espande in quello della nuova creazione. Il Cristo pneumatico si inserisce nell’universo, e lo solleva, trasformandolo, al Padre.

La concezione paolina dell’universo redento si completa in quella giovannea del «nuovo cielo e della nuova terra». Il mondo è stato creato per mezzo del Logos, secondo il suo archetipo e la sua forza plasmativa. Il mondo è caduto nel peccato e si è così strappato dalla connessione col Logos. Ma il Logos è venuto nel mondo: s’è fatto «carne», e con ciò la essenziale «Verità» del mondo, la sua «Via» e la sua «Vita» (Gv 14, 6). Egli s’è fatto il suo «Pane» (Gv 6), la sua «Luce» (Gv 8, 1), la forma del suo essere ridonato. Così Egli conduce il mondo, se questo è disposto, ad un nuovo compimento: il singolo ad essere figlio di Dio; l’intera creazione all’esistenza del «nuovo cielo e della nuova terra», di cui parla l’Apocalisse. Ma le visioni finali dell’Apocalisse sono la espressione di questo mondo riunito al Redentore, accolto nella comunione della grazia: la celeste città di Gerusalemme, la creazione tutta trasformata in gloria, che non ha bisogno di alcuna lampada, perché la sua lampada è l’Agnello ... In una volta sola si muta l’immagine, e la «città di Gerusalemme» diventa la «Sposa», che va alle nozze con l’Agnello (Ap 21, 1 ss.).

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