Gesù Cristo presente nel cristiano e nella Chiesa
Così nelle formule di saluto al principio e nella
conclusione; per es. la prima lettera ai Corinti si dirige
«alla comunità di Dio in Corinto, a coloro che sono stati
santificati in Cristo Gesù», e reca l’amore dell’Apostolo «a
tutti coloro che sono in Cristo Gesù». La lettera ai
Filippesi si rivolge «a tutti i santi in Cristo». Di Urbano
si dice nella lettera ai Romani che egli è «collaboratore in
Cristo» (16, 9). Paolo ammonisce i fedeli che devono
«rallegrarsi nel Signore» (Fil 4, 3); egli dice che «essi
hanno assunto il Signore Gesù Cristo» e «devono camminare in
Lui, radicati in Lui, stando nella fede» (Col 2, 6-7). Che
cosa significa questo?
Nella lettera ai Romani, cap. 5, 14-21, si è parlato della
Redenzione. Poi vien detto: «Non sapete che tutti quanti
siamo battezzati [cioè ‘immersi’, n.d.t.] in Cristo Gesù,
siamo stati battezzati [cioè ‘immersi’] nella sua morte? Noi
siamo così stati sepolti con Lui — per il battesimo nella
morte — affinché come Cristo fu resuscitato dai morti per la
gloria del Padre, così anche noi [destati dallo stesso
Padre] abbiamo a camminare nella novità della vita. Poiché
se noi siamo concresciuti [con Cristo] nella somiglianza
della sua morte, lo saremo anche nella resurrezione. Noi
sappiamo dunque che il nostro vecchio uomo è stato
crocifisso con Lui, perché sia annientato il corpo del
peccato. Perché chi è morto è prosciolto dal peccato. Ma se
noi siamo morti con Cristo, così crediamo che anche vivremo
con Lui; poiché noi crediamo che Cristo, dopo che è
risuscitato dai morti, non muore più: la morte non ha più
nessun potere su di lui. Il suo morire infatti fu un morire
al peccato, una volta per tutte; ma la sua vita è una vita
per Dio. Così dovete anche voi considerarvi come morti al
peccato, ma come viventi per Dio in Gesù Cristo» (Rm 6,
3-11).
La Redenzione è un avvenimento che s’è
compiuto nella storia, ma ad opera del Figlio di Dio secondo
la volontà del Padre e con la forza dello Spirito, il che
significa compiuto fin dall’eternità e per mezzo del Risorto
e Trasfigurato nel suo essere spiritualizzato ritornato al
Padre, il che vuoi dire collocato nell’eternità come
perennemente valido, come dice specialmente la lettera agli
Ebrei nel suo possente capitolo nono. La Redenzione è una
realtà compitasi allora, ma fin dall’eternità compresente ad
ogni attimo successivo. Realtà tutta speciale, certo; realtà
pneumatica fondata nello Spirito Santo; ma realtà e
possanza. Essa si sforza ad accogliere in sé l’uomo, anela a
comunicarglisi; cerca di agire su di lui e di trasformarlo.
Quindi credere, venir battezzato, essere cristiano, insieme
con tutto l’agire cristiano significa inserirsi in questo
permanente avvenimento; venirne afferrato ed esserne reso
partecipe; in esso stare innanzi a Dio. Ma come? Ricordando,
comprendendo, venerando, amando emulando? Anche così, ma in
maniera molto superiore. E caratteristico come Paolo nei
passi allegati unisca strettamente il concetto della fede
con quello del battesimo. Ma il battesimo è simbolo della
rinascita, del morire e del risorgere. Non quindi qualche
cosa di psicologico o di etico, ma di pneumaticoreale.
L’inserirsi nell’avvenimento della Redenzione, il che si
compie nella fede, significa un reale inserirsi, vincolarsi
e partecipare. Il fatto riceve luce anche da un altro lato.
Che cosa significa l’avvenimento della Pentecoste per
l’esistenza cristiana? Dapprima Cristo si è presentato con
la sua persona «dinanzi» agli uomini; tra essi e Lui c’era
un abisso. Essi non lo hanno compreso; Egli non è divenuto
qualcosa di «loro».
La situazione si cambia solo per il fatto della Pentecoste.
La Pentecoste fa sì che Cristo, la sua Persona, la sua Vita
e la sua azione redentiva diventino una realtà «loro»
interiore e «dischiusa». Solo ora diventano «cristiani». La
Pentecoste è l’ora natalizia della fede cristiana come un
essere in Cristo; non per una semplice «esperienza
religiosa», ma per un’operazione dello Spirito Santo. Il
concetto dell’«in» cristiano è la categoria pneumatica
fondamentale. Solo allo Spirito di Dio spetta di «scrutare
le profondità della divinità» (1 Cor 2, l0). È lo Spirito
quello in cui, come in un amore fatto persona il Padre e il
Figlio sono una sola cosa. Per Lui anche Cristo riceve il
carattere, in forza del quale Egli può essere intimo
all’uomo e l’uomo a Lui.
L’intero essere e la vita di Gesù costituiscono una tale
realtà pneumatica. Cristo ha vissuto ed è morto allora; ma
tutto ciò che Egli era e che ha fatto è entrato nella sua
esistenza pneumatica ed è vivente adesso. Espressione di
questo sono le parole dell’Apocalisse sull’«Agnello che è
come ucciso», ma vive ed ha il potere di sciogliere i
sigilli (Ap 5, 6). Egli sta in un atto eterno che mantiene
anche la sua intera azione e il suo destino redentore.
Credere ed essere battezzato significa però inserirsi in
questo atto e rispettivamente accoglierlo in sé. Significa
il morire pneumaticoreale dell’uomo vecchio e il risorgere
dell’uomo nuovo, per il fatto che quell’atto della morte e
della risurrezione di Gesù, diventato «eterno», si ricompie
nel tempo con la fede. L’essere e l’operare cristiano è il
compimento con Cristo dell’azione redentiva, continuamente
rinnovato; il continuo «spogliarsi dell’uomo vecchio» (Col
3, 9) e il «farsi» del nuovo.
Così si origina la relazione: noi in Cristo; Cristo in noi.
Il Cristo spirituale-reale è in una «condizione» tale, da
divenire una «sfera di vita», nella quale l’uomo credendo
esiste — una potenza «interiore» rispetto ad ogni essere
creato, la quale senza intaccare la sua naturale compattezza
e dignità, può entrare in esso, essere, operare vivere
nell’uomo.
Per avvertire tutta l’intensità di ciò che è stato detto,
ascoltiamo nella lettera ai Colossesi il parallelo al passo
citato di quella ai Romani: «Poiché in Lui abita la pienezza
della divinità corporalmente. In Lui voi avete la pienezza,
[in lui] che è il Capo di ogni Principato e Potestà, nel
quale anche voi siete stati circoncisi con una circoncisione
non fatta da mano d’uomo; per la deposizione di questo corpo
di carne, per la circoncisione di Cristo, sepolti nel
battesimo con Lui, nel quale siete anche stati risuscitati
alla fede nella forza di Dio, che ha suscitato Lui dai
morti. Anche voi, ch’eravate morti per le trasgressioni e
per la vostra carne incirconcisa, ha vivificati insieme con
Lui, perdonandoci nella grazia tutti i peccati; estinguendo
il documento che [testimoniava] contro di noi con la legge,
che ci era contrario, togliendolo via, attaccandolo alla
croce» (Col 2, 9-14). Il concetto è brevemente riassunto
nella seconda lettera ai Corinti: «Cosi se uno è in Cristo,
è una nuova creatura. Le cose vecchie sono passate, eccole
divenute nuove» (2 Cor 5, 17). «Fede» non indica perciò
nulla di psicologico, non una forma di coscienza, ma un
reale stare in relazione e in connessione. Credere, venir
rinnovati e «segnati» col battesimo indica un avvenimento
mediante il quale l’uomo entra col Redentore nella reciproci
del pneumatico «esistere in»; figura, opera, passione, molte
e risurrezione del Redentore diventano per lui forma e
contenuto di una nuova esistenza.
Due espressioni enunciano in modo particolarmente forte
questa partecipazione vitale. Nella prima lettera ai Corinti
Paolo parla della differenza del nuovo uomo «spirituale»
rispetto all’antico, naturale, «psichico». Quello vive di un
nuovo principio vitale, lo «Spirito che viene da Dio».
Perciò non può essere inteso dall’uomo vecchio. «L’uomo
spirituale giudica tutto, ma non è giudicato da nessuno».
Poi il testo continua: «Poiché chi ha conosciuto la mente
del Signore, così da poterla formulare? Noi però abbiamo il
pensiero di Cristo» (2, 12-16). Nello Spirito di Dio noi
partecipiamo alla Mente (nous) dei Redentore. Il pensiero
del cristiano si svolge in funzione del modo di sentire, di
misurare, di giudicare di Cristo.
L’altra espressione sta al principio della lettera ai
Filippesi e scaturisce tutta da quella intensità di
sentimento, che riempie questo scritto: «Dio mi è testimonio
quanto io aneli a voi tutti — nel cuore di Gesù, del Cristo»
(1, 8). È il parallelo esatto alla «mente di Cristo»: la sua
interiorità, la profonda amorosità del suo cuore. Come chi è
unito al Signore conosce alla luce del conoscere di Cristo,
e così partecipa della sua verità, così egli ama anche
sospinto dal suo amore, e partecipa così ad una pienezza di
cuore, che oltrepassa le possibilità puramente umane.
Questo cristiano «esistere in» ha due lati. Uno individuale:
«Poiché mediante la Legge io sono morto alla legge, affinché
viva per Iddio. Con Cristo sono io crocifisso; non vivo più
come io stesso. Cristo vive in me; per quel tanto che io
vivo ancora nella carne, vivo della fede nel Figlio di Dio,
che mi ha amato ed ha dato se stesso per me» (Gai 2, 19-20).
Il credente deve effettuare con Cristo l’azione redentiva
mediante una vittoria sempre nuova, affinché Cristo «si
formi» in Lui (Gai 4, 19), ed egli così «cresca fin alla
pienezza dell’età di Cristo» (Ef 4,13). La figura della
persona e del destino di Cristo, con la sua vivente pienezza
di forze, viene nuovamente generata in ogni credente, e lo
sospinge a crescere nella sua speciale esistenza e,
progredendo, a realizzare la pienezza delle sue possibilità
... A questa rappresentazione individuale sta di fronte
quella totale: il grande pensiero del «Corpo di Cristo»,
come è sviluppato soprattutto dalle lettere ai Colossesi ed
agli Efesini: «Egli è l’immagine del Dio invisibile, il
primogenito di tutta la creazione, poiché in Lui tutto è
stato creato, ciò che è in cielo e sulla terra: il visibile
e l’invisibile, Troni e Dominazioni, Principati e Potenze —
tutto è stato creato per Lui e da Lui. Ed Egli è in ogni
cosa, tutto sussiste in Lui; è anche il Capo del Corpo,
della Chiesa; Egli ch’è il principio, il primogenito di
coloro che risuscitano dai morti, affinché sia il primo in
ogni cosa. Poiché è piaciuto a Dio che in Lui abiti tutta la
pienezza, e per mezzo di Lui tutto venga a Lui riconciliato,
stabilendo pace nel sangue della sua croce, riconciliando
per mezzo di Lui ciò ch’è sulla terra e ciò ch’è nel cielo»
(Coli, 15-20). La medesima relazione che ha col singolo,
Cristo l’ha col tutto. Egli fa dell’insieme degli uomini la
totalità cristiana, la quale è più della semplice somma dei
singoli. Egli è come la loro entelechia; la loro forma
interiore e la loro forza organizzatrice. Solo così si forma
la Chiesa.
Ciò che così può dirsi della fede del battesimo e della vita
cristiana, vale anche con speciale significato del mistero
dell’Eucarestia. Nella prima lettera ai Corinti si dice:
«Parlo a persone intelligenti; giudicate da voi ciò che
dico. Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non
è forse comunione col sangue nel Cristo? Il pane che
spezziamo, non è forse comunione col corpo del Cristo?
Infatti, poiché esso è un unico pane, anche noi, che siamo
molti, siamo tuttavia solo un corpo; infatti lutti
partecipiamo allo stesso pane» (10, 15-17). E di nuovo:
«Poiché io ho appreso dal Signore ciò che vi ho anche
trasmesso: nella notte in cui venne tradito, il Signore Gesù
prese del pane, lo benedisse, lo spezzò e disse: ‘Questo è
il mio corpo per voi; fate questo in mia memoria’. Parimenti
Egli prese il calice dopo la cena, e disse: ‘Questo calice è
il nuovo patto nei mio sangue, fate questo, ogni volta che
ne bevete, in mia memoria’. Poiché ogni volta che mangiate
di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la
morte dei Signore fino a che Egli venga. Chi perciò
indegnamente mangia il pane o beve del calice, si rende reo
del corpo e del sangue del Signore. Controlli perciò
ciascuno se stesso e poi mangi il pane e beva del calice.
Poiché chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve da sé
il giudizio, non discernendo il corpo [del Signore]» (11,
23-29). Se noi richiamiamo il racconto della Cena dei
Sinottici, di cui si è già fatto parola, che cosa significa
tutto ciò? Con mezzi psicologici e «spirituali» qui non si
può uscirne. Qui non si tratta né di un’esperienza di
appartenenza religiosa, né di un simbolo di comunanza, ma
dell’irrompere d’una realtà particolare, precisamente di
quella del mistero. In esso quello che s’è compiuto una
volta nella storia diventa sovrastorico e permanente; ma
questo sovrastorico-permanente non cessa di rientrare nella
storia, non appena coloro che ne hanno l’incarico
eseguiscono la cerimonia ch’Egli, ch’era «Signore» ed aveva
«ogni potere», istituì quando disse: «fate questo in mia
memoria». Quando si compie l’azione liturgica, Cristo è
presente con la sua vita, morte e risurrezione, in maniera
pneumatico-reale «tra coloro che sono adunati nel suo Nome»;
viene da essi «mangiato» ed è «in loro». È il fenomeno del
culto cristiano.
Già in Paolo è chiaro lo stretto rapporto tra la fede e il
mistero; ancora più chiaro si presenta in Giovanni. Nel
grande discorso a Cafarnao sul pane della vita è detto
dapprima: «Io sono il pane della vita. Chi viene a me, non
avrà più fame» (6, 55). «Pane» è qui Cristo quale vivente
Verità; il pane però viene gustato coll’accogliere
vitalmente nella fede la sua parola e il suo essere. Allora
mormorano gli ascoltatori: come può Egli attribuirsi un
simile significato? Ma Egli rinforza ciò che ha detto, anzi
gli dà un senso nuovo e più sconcertante: «Io sono il pane
della vita [...] Io sono il pane vivo, ch’è disceso dal
cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno. Il
pane che io darò, è la mia carne per la vita del mondo»
(48,5 1). Gli uditori protestano di nuovo e più aspramente;
ma Gesù riconferma la sua asserzione: «In verità, in verità
vi dico, se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo, e
non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi
mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna
[...] Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane
in me ed io in lui [...] Come il padre vivente ha mandato
me, ed io vivo per il Padre, così colui che mangia me, vive
di me» (Gv 6, 53-57). Nello svolgersi del discorso il
concetto del «pane» si è dunque modificato. Prima Egli è la
«verità» e viene mangiato nella fede; poi Gesù è la «carne e
il sangue» e viene mangiato gustando del cibo sacramentale.
Una prova del profondo rapporto in cui sta l’atto della fede
col mistero; di quanto la celebrazione del sacramento è
realizzazione della fede nella forma di una reale comunione
di vita.
Ma i discorsi che si raggruppano attorno alla Cena (Gv
13-17) dischiudono ciò che v’è di più profondo nel mistero
dell’appartenenza tra Redentore e redenti. Così specialmente
nella parabola della vite: «Io sono la vera vite e il Padre
mio è il vignaiolo. Ogni tralcio in me che non reca frutto,
Egli lo taglia e quello che porta frutto, lo pota, affinché
porti frutto più abbondante. Voi siete già mondi per la
parola che io vi ho detta. Rimanete in me ed io [rimarrò] in
voi. Come il tralcio non può portare da sé alcun frutto, se
non rimane nella vite, così neppure voi, se non rimanete in
me. Io sono la Vite, voi siete i tralci. Chi rimane in me ed
io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete
far nulla» (Gv 15, 1-5).
Qui diventa anche chiaro come la relazione si estenda alla
totalità cristiana, alla Chiesa. La Chiesa ha le sue radici
nel mistero e vive di esso.
Questi pensieri culminano con ambito per così dire cosmico
nella dottrina della ricapitolazione che si ritrova già
fondamentalmente nel concetto del «Corpo di Cristo
spirituale».
L’intera creazione viene investita dalla forza operativa del
Redentore, da Lui compenetrata ed elevata. La lettera agli
Efesini dice: «Lodato sia l’Iddio e Padre del nostro Signore
Gesù Cristo, che ci ha benedetti in Cristo con ogni
benedizione spirituale nei cieli! Poiché in Lui Egli ci ha
eletti avanti la creazione del mondo, affinché siamo santi
ed irreprensibili dinanzi a Lui; avendoci predestinati
nell’amore a essere suoi figli per Gesù Cristo presso di
Lui, secondo il beneplacito della sua volontà, a lode della
gloria della sua grazia, con la quale ci ha elargito la
grazia nel [suo] prediletto; nel quale abbiamo la redenzione
in virtù del suo sangue, la remissione dei peccati secondo
la ricchezza della sua grazia, che Egli ha effusa sopra di
noi in ogni sapienza ed intelligenza, poiché ci fece
conoscere il mistero della sua volontà secondo il suo
beneplacito, che Egli preordinò in sé per l’economia della
pienezza dei tempi, [che è quello] di riunire tutto sotto un
capo nel Cristo, ciò che è in cielo e sulla terra. In lui
abbiamo anche ottenuto l’eredità secondo il disegno di Colui
che opera tutto secondo il consiglio della sua volontà» (Ef
1, 3-1 1). E quella ai Colossesi: «Egli ci ha salvati dalla
potenza delle tenebre e trasportati nel regno del Figlio del
suo amore, nel quale possediamo la redenzione, la remissione
dei peccati. Egli è l’immagine del Dio invisibile, il
primogenito di tutta la creazione, poiché in Lui tutto è
stato creato, ciò che è in cielo e sulla terra: il visibile
e l’invisibile, Troni e Dominazioni, Principati e Potenze
tutto è stato creato per Lui e da Lui. Ed Egli è in ogni
cosa, tutto sussiste in Lui; è anche il Capo del Corpo,
della Chiesa; Egli che è il principio, il primogenito di
coloro che risuscitano dai morti, affinché sia il primo in
ogni cosa. Poiché è piaciuto a Dio che in Lui abiti tutta la
pienezza, e per mezzo di Lui tutto venga a Lui riconciliato,
stabilendo pace nel sangue della sua croce, riconciliando
per mezzo di lui ciò ch’è sulla terra e ciò ch’è nel cielo»
(Col 1, 13-21). Il concetto della Chiesa si espande in
quello della nuova creazione. Il Cristo pneumatico si
inserisce nell’universo, e lo solleva, trasformandolo, al
Padre.
La concezione paolina dell’universo redento si completa in
quella giovannea del «nuovo cielo e della nuova terra». Il
mondo è stato creato per mezzo del Logos, secondo il suo
archetipo e la sua forza plasmativa. Il mondo è caduto nel
peccato e si è così strappato dalla connessione col Logos.
Ma il Logos è venuto nel mondo: s’è fatto «carne», e con ciò
la essenziale «Verità» del mondo, la sua «Via» e la sua
«Vita» (Gv 14, 6). Egli s’è fatto il suo «Pane» (Gv 6), la
sua «Luce» (Gv 8, 1), la forma del suo essere ridonato. Così
Egli conduce il mondo, se questo è disposto, ad un nuovo
compimento: il singolo ad essere figlio di Dio; l’intera
creazione all’esistenza del «nuovo cielo e della nuova
terra», di cui parla l’Apocalisse. Ma le visioni finali
dell’Apocalisse sono la espressione di questo mondo riunito
al Redentore, accolto nella comunione della grazia: la
celeste città di Gerusalemme, la creazione tutta trasformata
in gloria, che non ha bisogno di alcuna lampada, perché la
sua lampada è l’Agnello ... In una volta sola si muta
l’immagine, e la «città di Gerusalemme» diventa la «Sposa»,
che va alle nozze con l’Agnello (Ap 21, 1 ss.).