Gesù Cristo come principio e fine di tutte le cose

(Estratto da: Romano Guardini, L'Essenza del Cristianesimo, Morcelliana) •  Indice • 

In ultima analisi non si può risolvere la questione muovendo da presupposti intramondani, terreni. Partendo da questi si potrebbe tutt’al più mostrare che una relazione come quella qui sviluppata è piena di significato ed in un certo modo è preparata da condizioni profane; inoltre che là dove la fede accoglie realmente questi pensieri e cerca di conformarvi la vita, ne risulta un’esistenza della massima significazione e limpidità. Del resto si tratta del nucleo della Rivelazione, che solo nella fede può essere fatto proprio. Una indagine nel senso accennato oltrepasserebbe i limiti di questo saggio e noi dobbiamo riservarla per una «antropologia cristiana» da lungo tempo predisposta. Qui deve porsi un’altra questione: la coscienza cristiana vede i problemi che scaturiscono da queste teorie? E conscia dell’inaudito di ciò che qui è affermato? Sa il Nuovo Testamento che queste dottrine implicano conseguenze di vastissima portata per la persona di Cristo? Se deve essere così, allora si devono potere fare su di essa determinate asserzioni che s’anno al di là d’ogni possibilità terrena. E cosciente di ciò il Nuovo Testamento e fa queste asserzioni?

Attribuisce esso alla figura storica di Gesù Cristo «quella pienezza dell’essere», ch’è necessaria per la relazione qui esposta? Presupposto anche che Gesù con la risurrezione e la glorificazione sia entrato nella condizione spirituale («pneumatica») ed in quella sia capace della descritta relazione — ha Egli realmente anche spazio per tutto ciò che deve inerire a Lui? Possono l’uomo singolo, tutti gli uomini, l’insieme della umanità, l’universo entrare in Lui? Non finiscono in una strettoia? Non perde l’universo il suo carattere di libera totalità? perché ciò non abbia ad accadere, Cristo deve possedere una vera onni-comprensione. E il Nuovo Testamento conscio di questa conseguenza e la trae effettivamente? Sì, espressamente ed in parecchi brani e occasioni.

Ci sono innanzitutto l’introduzione della lettera ai Colossesì e il prologo del Vangelo di Giovanni.
La prima fu già citata; essa dice: «Perciò non cessiamo neppure, dal giorno che ne ricevemmo notizia, di pregare per voi e di chiedere che siate pieni della conoscenza della sua volontà in ogni sapienza e intelligenza spirituale: affinché camminiate in modo degno del Signore, interamente nel suo beneplacito; fècondi in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio, irrobustiti d’ogni forza, secondo la potenza della sua gloria in ogni pazienza e longanimità; con gioia ringraziando il Padre che ci ha resi capaci di aver parte all’eredità dei Santi nella luce. Egli ci ha salvati dalla potenza delle tenebre e trasportati nel regno del Figlio del suo amore, nel quale possediamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione, poiché in Lui tutto è stato creato, ciò ch’è in cielo e sulla terra: il visibile e l’invisibile, Troni e Dominazioni, Principati e Potenze - tutto è stato creato per Lui e da Lui. Ed Egli è in ogni cosa e tutto sussiste in Lui; è anche il Capo del Corpo, della Chiesa; Egli ch’è il principio, il primogenito di tra coloro che risuscitano dai morti, affinché sia il primo. Poiché è piaciuto a Dio che in Lui abiti tutta la pienezza, e per mezzo di Lui tutto venga a Lui riconciliato, stabilendo pace nel sangue della sua croce, riconciliando per mezzo di Lui ciò ch’è sulla terra e ciò ch’è nel cielo» (1, 9-21).

Qui Cristo appare nella sua esistenza celeste, antecedente alla nascita terrena, come il Figlio dell’eterno Padre — e invero solo in quanto il mondo gli si riferisce. Col maggior rilievo è detto che tutto ciò che esiste risale a Lui: esso «è creato in Lui, per mezzo di Lui e per Lui». Egli è «prima di ogni cosa», e «tutto sussiste in Lui». Più oltre si dice che «in Lui abita la pienezza», e che per mezzo di Lui «tutto viene riconciliato col Padre».

Questo gruppo di espressioni si riferisce alla creazione, alla conservazione ed alla redenzione del mondo. Ciò che è, con la sua essenza e realtà risale a Cristo ed ha in Lui la sua consistenza. Poi si parla di Lui stesso e si dice ch’Egli è «l’immagine del Dio invisibile». Il Padre, in sé inaccessibile, si fa manifesto nel Figlio. La pienezza di significato e (l’essenza del Padre diventa manifesta nel Figlio. Noi così non possiamo altro che constatare già qui quel concetto, che poi viene espressamente nominato nel Prologo di Giovanni, cioè del Verbo, che a sua volta presuppone i concetti della parola di Dio veterotestamentaria e dell’idea greca.

Non solo Giovanni, ma già Paolo li impiega a interpretare la realtà del Cristo. Il Figlio eterno sta al creato come l’idea a ciò che essa fonda, come la Parola di Dio alla cosa creata per mezzo suo. Egli è il compendio delle «idee» e delle «parole» di Dio, e contiene con ciò la radice del senso d’ogni essere. Ora Egli, che esiste da prima di ogni tempo, è entrato nel tempo e col fatto della Redenzione ha riconciliato il mondo col Padre. Facendosi uomo, venne nel mondo come essere corporeo, Colui in cui il mondo era fondato fin da principio per la creazione. Così il Gesù Cristo vivente porta in sé l’onnicomprensione, propria del Logos, in forza del quale «Egli ha in tutto il primo posto»; «l’intera pienezza abita in Lui»; Egli può «riconciliare tutto col Padre»; e costituisce «il Capo» del Corpo mistico della Chiesa. Ma Egli stesso, archetipo e parola iniziale del mondo, è l’immagine del Padre. Così idea e parola diventano qualcosa che a sua volta è «fondata» — e questo ci fa ricordare il rapporto nel quale lo scopritore dell’idea, Platone, vede questa come archetipo delle cose, ma parimenti anche come dipendente dal «bene».

Il Prologo di Giovanni dice: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo. Esso era fin dal principio in Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò ch’esiste [...] Egli era nel mondo, e il mondo è stato fatto per opera sua, e il mondo non lo ha conosciuto. Egli venne nella sua proprietà, e i suoi non lo ricevettero [...] Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unigenito, che riposa nel seno del Padre, ce lo ha ivelato» (Gv 1, 1-3.10-11.18).

Se si guarda attentamente, Giovanni non va sostanzialmente oltre ciò ch’è stato detto da Paolo, che è il vero dottore del Logos; Giovanni non v’aggiunge quasi che il nome ... Già Paolo spiega il rapporto dell’eterna divinità di Cristo rispetto a «Dio» con due rappresentazioni: «Dio» è Padre, la divinità di Cristo è il Figlio suo. Quegli è l’eterno archetipo, Cristo la stia immagine altrettanto eterna; Quegli è colui che èsottratto, invisibile, sconosciuto, Cristo è il suo farsi presente, la sua apparizione, la sua proclamazione. Giovanni aggiunge che la rivelazione del recondito ha la forma della Parola: l’immagine è ciò ch’è espresso ... Anche l’intimità nella quale Giovanni vede il Logos; riferito a Colui che lo pronuncia (legon), il Figlio riferito al Padre e che egli esprime con le parole che Egli è ‘pròs tòn Teòn’ («presso Dio»), e con le altre: «riposa nel seno del Padre», si ritrova già in Paolo, dov’egli parla del «Figlio del suo amore». Ambedue parlano del mistero della intimità inaccessibile che si rivela nel fatto che il Logos-Figlio è immagine del Padre. Tanto Paolo che Giovanni accentuano che per mezzo di questi fu fatto il mondo, che esso è sua proprietà, ed Egli è la Luce del inondo — con ciò sottolineano in tutta la sua intera energia la relazione dell’Idea archetipa e della Parola creatrice con le cose. Di questa pienezza del Logos poi Giovanni dice (e con ciò fa sentire un nuovo tono di fronte a Paolo) che Egli nella Incarnazione «venne nel mondo». Il Padre che «nessuno ha mai visto» — Paolo dice: ch’è «invisibile» — diventa manifesto per mezzo di Lui. Così Cristo è nel mondo come l’epifania del Padre. Di qui l’inconcepibilità del come poté avvenire ciò che avvenne: il fatto che «le tenebre non hanno compreso la Luce», «la proprietà» non ha accolto il padrone.

Tanto l’immagine paolina che quella giovannea danno così alla nostra questione una risposta univoca. Tra l’uomo e il mondo da un lato e il Cristo dall’altro può esserci il rapporto della vicendevole «esistenza in», perché Cristo porta in sé la pienezza del Logos che supera in via assoluta ogni possibile creatura.

Si potrebbe ora obiettare che questa immagine dell’onnicomprensione sia una metafisica e una mistica estranea all’essenza del cristianesimo, che i due «teologi» Paolo e Giovanni hanno immesso nel Nuovo Testamento. Tuttavia contro una simile affermazione dovrebbe render cauti già il fatto che Paolo è colui che per primo ha sviluppato quest’immagine —quello stesso Paolo che pure con la sua dottrina della grazia e della giustificazione è stato dichiarato così insistentemente colui che conserva la sostanza cristiana. Ma se si guarda più attentamente il concetto della totalità si ritrova già in rappresentazioni la cui originarietà nel cristianesimo non può esser messa in dubbio.

Prima di tutto in quella del giudizio:
«Ma quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con Lui, allora Egli siederà sul trono della gloria; e dinanzi a Lui si raduneranno tutti i popoli, ed Egli li separerà uno dall’altro, come il pastore separa le pecore dai capri. Ed Egli metterà le pecore alla sua destra, ma i capri alla sua sinistra. Allora il Re dirà a quelli che sono alla sua destra: ‘Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del Regno che vi è stato preparato dal principio del mondo. Poiché io avevo fame, e voi m’avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere; ero nudo e m’avete vestito; ero ammalato ed avete avuto cura di me; ero in carcere e siete venuti a me’. Allora i giusti gli risponderanno e diranno: ‘Signore, quando ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo nutrito, o assetato e ti abbiamo dissetato? Quando ti abbiamo visto come un forestiero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando ti abbiamo visto ammalato e in carcere e siamo venuti a te?’. Ma il Re risponderà loro e dirà: ‘In verità vi dico, ogni volta che voi l’avete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’. Poi dirà a quelli di sinistra: ‘Ritiratevi da me, maledetti, nel fuoco eterno ch’è stato preparato per il demonio ed i suoi angeli. Perché io avevo fame e voi non mi deste da mangiare; avevo sete e voi non mi avete dissetato; ero forestiero e non m’avete accolto; ero nudo e non m’avete vestito; ero ammalato ed in carcere e non avete avuto cura di me’. Allora risponderanno anch’essi e diranno: ‘Signore quando ti abbiamo visto affamato od assetato, o forestiero o nudo, ammalato o in carcere e non ti abbiamo assistito?’. Allora Egli risponderà e dirà: ‘In verità, io vi dico, ogni volta che non avete fatto ciò ad uno di questi più piccoli, non l’avete fatto neppure a me’. E questi entreranno al castigo eterno, i giusti invece nella vita eterna» (Mt 25, 31- 46).

Il giudice che qui viene non è «Dio», ma Cristo. E come giudica Cristo? Il contenuto del giudizio appare riferito all’amore — evidentemente sulla falsariga del «primo e più grande comandamento» — anzi alla misericordia nei riguardi del bisogno altrui. Ma ecco che il Giudice non dice: «voi avete usato misericordia, perciò siate benedetti» e «voi avete mancato contro la misericordia, perciò siate maledetti», tua: «io avevo fame e voi mi avete dato da mangiare». Ogni volta che l’uomo usa carità all’uomo o trascura di farla, egli fa questo a Cristo. Il criterio del giudizio non è perciò «la misericordia», «il valore», la «categoria morale», ma Egli stesso. E non solo in senso pedagogico, in quanto Egli si ponga in un certo modo dietro l’uomo bisognoso d’amore, per appoggiare la sua richiesta con la sua autorità — come si potrebbe ancora sostenere là dove Egli interviene per i fanciulli — ma in modo assoluto, in linea di principio. Ciò che dà all’azione il suo significato per il Regno di Dio non è, in ultima analisi, «il dovere» e «il bene», ma Egli. Egli è la norma; Egli è il bene. Sopra di Lui non c’è nulla d’altro. Il peccato, che impedisce la salvezza, consiste in definitiva in un oltraggio contro di Lui. La buona azione, che pone il fondamento della salvezza, consiste nell’amore per Lui. Ogni azione che abbia un senso cristiano sfocia decisamente in Lui. Egli è il definitivo contenuto e perché dell’agire. Ciò significa, considerato attentamente, la stessa realtà straordinaria, immensa che è affermata nel concetto del Logos. Questo la esprime in modo ontologico-metafìsico, dicendo: Cristo è l’Archetipo prefiguratore e la Parola primitiva creatrice cli tutto ciò che esiste — la rappresentazione del giudizio lo fa in modo etico-pratico, dicendo: Cristo è il contenuto e la misura dell’agire cristiano in senso assoluto. Il bene in ogni azione è Lui. Perciò è solo una conseguenza della coscienza sinottica la derivazione che fa Paolo dell’etica cristiana dall’idea del Corpo di Cristo - la quale dal canto suo afferma che Cristo continua nella storia, come Uomo-Dio glorificato, quel governo di tutto il creato che Egli attua creativamente come Logos (cfr. Rm 7, 6; 12, 5 ss.;1Cor 15, 12 ss.; 20 ss.).

La concezione secondo la quale Cristo nella sua concreta esistenza è riferito alla totalità di ciò ch’è umano, si ripresenta nel fenomeno dell’Eucaristia, ch’è pure indiscutibilmente pertinente all’essenza di ciò che è cristiano. Tanto le narrazioni dei Sinottici (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 15-20) come quella della prima ai Corinti (11, 23-25) culminano nel fatto che Cristo ha dato se stesso ai suoi in cibo e bevanda. Non solamente a modo di similitudine — come sarebbe, poniamo, la sua verità, il suo amore, il suo esempio — ma in realtà, proprio se stesso. Questa realtà viene espressa nei discorso della promessa (Gv 6) con un rigore che rasenta l’insopportabile. L’opposizione che il pensiero doveva suscitare nei sentimento degli uditori, non viene calmata ma spinta all’ultima decisione. Con lo stesso rigore, derivante da un uguale intento, con cui nel Prologo si dice non che il Verbo si è fatto «uomo», ma che s’è fatto «carne», anche qui non si dice, come nei Sinottici: «prendete e mangiate, questo è il mio corpo»~ ma: «se voi non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo .. .» (6, 53).

Questo vuoi dire per la nostra questione che Gesù Cristo ha stabilito se stesso quale alimento della nuova vita, e appunto per ciascun credente. La sua sostanza di vita è il nutrimento dell’esistenza cristiana —il nutrimento per antonomasia, sottolinea Giovanni, senza del quale l’uomo «non ha in sé vita». Di nuovo quindi la stessa realtà inaudita come nelle idee e negli sviluppi precedenti. Gesù si conosce talmente immune da ogni elemento nocivo, negativo, vita così interamente positiva, ch’Egli può dare se stesso in cibo per la più intima appropriazione a coloro che ama e di cui vuoi fondare l’eterna salvezza, senza dover temere di diventare per essi in un qualche senso veleno. E non solamente a questo o a quello, che gli è più particolarmente vicino, per esempio a un Giovanni, che Egli «ama», ma a tutti. La sua forza di nutrimento e di vita, di governo e di ricostruzione è così universale, che Egli può esser cibo per tutti. Per ogni singolo ma anche per l’insieme, perché non solamente il singolo e ciascun singolo deve diventare «un corpo» con Lui, ma la totalità credente. A questo allude l’immagine della vite e dei tralci, che è sviluppata nei discorsi d’addio ed in connessione con l’evento dell’istituzione eucaristica — che Giovanni per conto suo non riferisce. Ma a questo pure allude già prima la connessione che Paolo pone nella prima ai Corinti tra l’Eucaristia e la Chiesa sotto il concetto del «Corpo di Cristo».

Alla fine dell’Apocalisse, che nello stesso tempo costituisce la conclusione di tutta la sacra Scrittura, il fatto della onnicomprensione di Cristo viene espresso ancora una volta come in un possente accordo che compendia tutte le voci della Rivelazione neotestamentaria.

Nelle visioni delle lotte apocalittiche si è realizzata la profezia di Simeone: in Colui che «è stato posto a rovina ed a risurrezione di molti in Israele, e quale segno di contraddizione», si sono definitivamente rivelati «i pensieri dei cuori» (Lc 2, 34-35). Il bene e il male, che nel corso della storia erano inseparabilmente mescolati, risultano ora chiaramente separati. Le immagini degli ultimi terrori che scuotono il mondo nelle sue fondamenta hanno smascherato l’illusione che Dio riposi tranquillamente in se stesso di fronte a esistenza chiuse. E divenuto manifesto che tutta la realtà è reale in funzione del bene, e in tanto si può dire che è, in quanto essa rende onore a Dio. La visione del Giudizio ha alla fine mostrato che tutto, realtà e senso, riceve la sua definitiva determinazione da Cristo, il Giudice.

Ed ora è detto: «Ed egli mi trasportò in spirito sopra un monte grande e alto, e mi mostrò la santa città di Gerusalemme, discendente dal cielo di Dio, adorna della gloria di Dio. Il suo splendore era come della pietra più preziosa, come iaspide cristallino. Essa aveva una grande muraglia e dodici porte, e sulle porte dodici angeli, e dei nomi erano scritti sopra di esse, che sono i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele. Tre porte verso oriente, tre porte verso nord, tre porte verso sud e tre porte verso occidente. E i muri della città avevano dodici pietre basilari e sopra di esse dodici nomi: quelli dei dodici Apostoli dell’Agnello. E quel che parlava con me aveva una canna aurea da misura, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. E la città è quadrangolare, e la sua lunghezza è pari alla sua larghezza. Ed egli misurò la città con la canna: dodicimila stadi. La sua lunghezza, larghezza e altezza sono uguali. Ed egli misurò le sue mura: centoquarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, che è anche la misura dell’angelo. E il muro era costruito di iaspide, e la città era d’oro puro, simile a limpido vetro. Le fondamenta delle mura cittadine erano ornate di pietre preziose di ogni specie: la prima pietra di fondamento era di iaspide, la seconda di zaffiro, la terza di calcedonio, la quarta di smeraldo, la quinta di sardonice, la sesta di sardio, la settima di crisolito, l’ottava di berillo, la nona di topazio, la decima di crisopraso, l’undicesima di giacinto, la dodicesima di ametista. Le dodici porte erano dodici perle: ognuna delle porte era d’una sola perla; e le vie della città erano di oro puro, come il vetro trasparente. Non vi ho visto alcun tempio perché Dio il Signore, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio. E la città non abbisogna del sole né della luna per illuminarla; perché la gloria di Dio la rischiara, e la sua lampada è l’Agnello. E cammineranno i popoli alla sua luce, e i re della terra porteranno in essa la loro magnificenza. E le sue porte non saranno chiuse al termine del giorno; là non c’è notte. Essi vi introdurranno ciò che di più magnifico e di più prezioso hanno le nazioni; e non v’entrerà niente d’impuro, nessun operatore di violenza o di menzogna, ma solamente chi sta scritto nel libro della vita dell’Agnello. Ed egli mi mostrò una corrente di acqua viva, splendente come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. E di qua e di là del fiume, in mezzo tra esso e la strada [della città] c’erano alberi della vita, che fruttificano dodici volte: in ogni mese portano il loro frutto, e le foglie degli alberi sono di salute alle nazioni. E non c’è più nessun anatema. E il trono di Dio e dell’Agnello sta in essa, e i suoi servitori lo servono e contemplano la sua faccia, ed il suo nome sta sulla loro fronte. Non c’è più notte ed essi non abbisognano della luce della fiaccola né della luce del sole, perché Dio il Signore irraggia sopra di essi, ed essi regneranno nei secoli dei secoli» (21, 10—22, 5).

La visione allude ad un’ultima sintesi. L’immagine della città celeste contiene la storia dell’Antico Testamento; la Gerusalemme terrestre che già nella profezia è diventata il simbolo dell’universo trasformato dal Messia; ma contemporaneamente anche la rappresentazione greco-latina della città, come la più pura forma dell’esistenza umana, che nella sua pienezza di determinazione significa la perfezione del cosmo. Questa città celeste è la sintesi del «nuovo cielo e della nuova terra»; della creazione nella sua realtà resa eterna e trasfigurata in gloria. Espressione di questo è la esuberanza della preziosità; la pienezza della vita alimentata dall’albero paradisiaco; e finalmente il fatto che la Luce, che prima «non era stata accolta» dalle tenebre, ora è entrata nel più intimo della creazione, così che non abbisogna più dì lampade.

Al principio del capitolo 21 è poi detto: «Ed io vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non c’è più. E la città santa. la nuova Gerusalemme, vidi io discendere dal cielo, da Dio, preparata come una sposa che si è ornata per il suo sposo. Ed io udii dal trono una voce possente, che diceva: Ecco la tenda di Dio tra gli uomini, ed Egli abiterà con loro, ed essi saranno il suo popolo, e Dio stesso sarà tra loro ed asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, e non ci sarà nè lutto, né grida, né dolore, perché la prima realtà è passata. E parlò Colui che siede sul trono: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose!’» (21, 1-5). Nel nono versetto l’immagine viene ripresa ancora una volta: «E venne uno dei sette Angeli con le sette coppe, piene delle sette ultime piaghe, e mi disse: Vieni, ti mostrerò la Sposa, la consorte dell’Agnello. Ed egli mi portò in spirito sopra un monte grande ed alto e un mostrò la santa città Gerusalemme, discendente dal cielo, da Dio, con la gloria di Dio» (21, 9-11).

La città «scende dall’alto». Non dimentichiamo che si tratta d’una visione, nella quale sono eliminate le leggi immediate della realtà e le immagini come gli eventi obbediscono a un’altra significazione. In questa discesa la creazione entra in movimento e con ciò la sua figura si trasforma: l’immagine della città si muta in quella della sposa; la magnificenza della costruzione elevata sopra pietre preziose si trasforma nella vivente bellezza della donna nel suo ornamento nuziale, che muove incontro al suo sposo. Ma lo sposo è l’Agnello, Cristo nella sua dedizione redentrice.

È il movimento dell’amore. L’eros, che dimora in tutto il creato, diventa palese ed acquista aspetto visibile. Ma nello stesso tempo esso si tramuta, perché il movimento discende «dal cielo, da Dio». Perciò non corrisponde semplicemente all’andito del creato verso il Creatore, ma la maniera, come esso si compie, gli vien data da Dio.

Per poter andare a Dio, si deve già venire da Lui. L’insegnamento dei discorsi polemici giovannei, secondo cui può conoscere ed amare Dio solamente chi è nato da Dio, ritorna qui in una relazione cosmica. Può raggiungere Dio come fine solo quell’essere che ha Lui per origine. Dio diventa l’«omega» e la «fine» solamente là dov’Egli è anche l’«alfa» e il «principio». E che il movimento d’amore sia quello stesso di Dio, emerge chiaramente dal fatto che la parola dell’anelito alla fine del libro è pronunciata contemporaneamente «dalla Sposa» e «dallo Spirito».

Ora la mèta di questo moto d’amore, che porta a compimento il senso d’ogni esistenza, non è «Dio», ma l’«Agnello», quindi Cristo. E affinché ogni dubbio sia tolto che possa trattarsi di una figura mitica, per esempio del «Cristo eterno degli gnostici, l’appello di amore della sposa e dello Spirito si prolunga in quello del veggente: «Amen, vieni, Signore Gesù!» (22, 20). Gesù Cristo che un giorno visse sulla terra, è l’eterno Tu, amato dall’universo; la mèta della sua aspirazione al valore, del suo anelito a conseguire un significato.

Questo pensiero ha quindi un’esatta corrispondenza con quello del Logos. Gesù Cristo è il Logos e il Verbo dell’universo, la Parola originaria, il prototipo d’ogni ente — Egli è anche la risposta all’aspirazione al valore e la mèta del moto d’amore dell’universo. Ogni ente viene da Lui, ha in Lui il suo archetipo e la radice del suo significato — ogni ente torna di nuovo a Lui, diventa per Lui «sposa». Egli è il Logos del mondo e insieme il suo sposo.

Nei luoghi esposti si tratta quindi non di entusiastica predicazione della pienezza di grazia del Cristo, ma di un pensiero chiaramente e rigorosamente inteso, certo superiore ad ogni naturale concepibilità. Ma tale pensiero scaturisce non da una speculazione o esperienza mistica posteriore — che a sua volta si riconnetta al desiderio che prova ogni comunità di dare un valore assoluto al proprio fondatore — ma dal nucleo stesso del cristianesimo: dalla coscienza che Gesù aveva di sé, e dal rapporto che Egli stabilisce tra sé e gli uomini.

Ma questa posizione di Cristo deve intendersi, come già è stato esposto, movendo dal concetto della mediazione (si veda ciò ch’è stato detto supra, pp. 38-40 e 57 ss.). Cristo è l’Uno e il Tutto cristiano — benché procedente dal Padre ed a Lui indirizzato. Egli abbraccia in sé l’intero esistente, ma come Logos del Padre; come Colui nel quale il padre ha creato il mondo; che Egli ha mandato per la Redenzione del mondo; e che instaura il Regno del Padre. In questo senso termini come quello di ordine o prospettiva «cristocentrica» risultano equivoci, fraintendibili. Cristo non è il centro, ma il Mediatore; Colui ch’è mandato in missione e ritorna in patria: «Via, Verità e Vita» nel senso che è stato spiegato.

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