La totalità dell'atto di fede
Duplice integralità
Considerato nella sua nativa ricchezza, l’atto di fede è
connotato da una duplice intrinseca «totalità»: esso è
incontro di tutto l’uomo con il Cristo che è tutto. C’è
dunque una totalità oggettiva: l’oggetto, che è attinto
nell’atto di fede, è l’universalità del reale in quanto è
compendiato in Cristo. E c’è una totalità soggettiva: il
soggetto dell’atto di fede è l’uomo nell’intera sua umanità,
con tutte le sue capacità e con tutte le sue prerogative.
La totalità oggettiva
Colui che viene accolto, conosciuto e riconosciuto nell’atto
di fede è Cristo, vale a dire colui nel quale «tutte le cose
sussistono» (cf Col 1,17). Egli è, per così dire, la
somma di tutti i valori, il compendio ideale di ogni
esistente.
Perciò giustamente si dice che Gesù è la verità, la
bellezza, la giustizia: ogni scintilla di verità, ogni
lampo di bellezza, ogni fremito di giustizia riscontrabili
nell’universo, prima di essere nelle cose sono in lui. In
purezza, in pienezza, in unità, sono in lui tutte le
positività che nel mondo vagano disperse, frammentarie,
contaminate. Quanto esiste, prima di esistere in se stesso,
ha una vita ideale racchiusa entro il mare vasto e
incommensurabile delle perfezioni di Cristo, che a sua volta
ha una vita ideale racchiusa entro l’infinità eterna di Dio.
L’errore dell’estrinsecismo
Se tutte le cose nativamente sono quasi riflessi e risonanze
di Cristo, luce gioiosa e parola esauriente del Padre,
allora appare chiaro che non si dà propriamente parlando
nessuna «secolarità». Se Cristo, come ci insegna la lettera
ai Colossesi (Col 1,12-20), è il «capo» e il
«principio» non solo dell’universo redento ma anche e prima
dell’universo creato, allora è vano cercare dove stia di
casa la «laicità» del mondo di fatto esistente: sta di casa
solo nel regno astratto dei puri possibili.
Non ci sono uomini «laici»; ci sono purtroppo uomini
inconsapevoli dell’ originaria connessione col Redentore; o
addirittura ribelli e quindi in contrasto con la loro vera
natura. Non ci sono realtà «profane»; ci sono realtà
«profanate», cioè asservite e deturpate dal male, che
aspirano con tutte le fibre del loro essere (anche se non
sempre con la loro coscienza) alla liberazione e alla
riconsacrazione.
Questa totalità oggettiva fa sì che l’atto di fede non possa
essere costretto entro un settore più o meno ampio
dell’esistenza umana e confinato entro un campo parziale
della nostra attività. Perciò san Paolo dice che l’uomo
«pneumaticos» (cioè l’uomo che si lascia totalmente permeare
dall’illuminazione dello Spirito, l’uomo che crede nel senso
pieno del termine) «giudica ogni cosa, senza poter essere
giudicato da nessuno» (1 Cor 2,15); da nessuno cioè
che si tenga al di fuori dell’azione dello Spirito,
nell’area dell’incredulità.
Contestare tutto ciò significa cadere nell’errore
dell’estrinsecismo: ritenere cioè che quanto attiene alla
fede sia senza connessione e senza rapporto possibile con le
cose terrene e con la concretezza dell’ esistenza umana;
come se la luce di Dio -la Rivelaziorie - non sia proiettata
anche sull’uomo, sulla sua attività, sulla sua intera
esistenza.
L’errore dell’integrismo
A questo punto uno potrebbe pensare che la fede, essendo già
possesso ideale di colui che è tutto, vanifichi ogni altro
tipo di conoscenza. «Se Cristo è tutto, perché dobbiamo
studiare la matematica?». Ma sarebbe in errore: sarebbe
l’errore dell’integrismo o integralismo.
Ogni creatura, pur essendo organicamente inserita nell’unità
del disegno di Dio, possiede una sua natura inconfondibile e
inalienabile; analogamente ogni disciplina e ogni scienza -
pur avendo ultimamente una connessione oggettiva con la
visione unitaria e totalizzante dell’universo, che è propria
della conoscenza che Cristo ha delle cose - è retta dai suoi
princìpi e dai suoi metodi di ricerca. Il credente non
possiede scorciatoie per arrivare alla scienza; ma
conoscendo il senso ultimo e lo scopo più alto di ogni
essere, in ogni tipo di ricerca è sempre guidato da una luce
superiore, che gli consente di tutte le cose una «lettura»
più profonda e più vera.
Atto di tutto l’uomo
Nell’atto di fede è chiamato in causa l’uomo con tutto il
suo essere e con tutte le sue potenze. L’uomo intero è
coinvolto da questo incontro personale con colui che è
tutto: ogni settorialità è insufficiente, ogni esclusione è
arbitraria.
Questa verità era già contenuta nel nucleo essenziale della
religione ebraica, che è stato da Gesù individuato nel
precetto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» (Me
12,30). Anche san Paolo, quando parla di fede, vuoI sempre
indicare un’ adesione a Cristo di tutta la persona e di
tutta la vita: è sempre «la fede che opera per mezzo della
carità» (Gal5,6);
di quella carità che per lui è totalità e perfezione di
vita per l’uomo rinnovato (cf ad esempio 1 Cor
13,1-13).
Le facoltà che entrano in gioco
Per dare un contenuto a questa totalità soggettiva, tentiamo
una piccola rassegna delle facoltà umane che entrano in
gioco, pur essendo ben consapevoli che ogni scomposizione
dell’unitaria attività dello spirito ha qualcosa di
artificioso e suscita immediatamente una serie di non facili
interrogativi.
a) Poiché l’uomo è primariamente un essere pensante,
l’atto di fede avrà primariamente un’indole conoscitiva e
sarà frutto dell’intelligenza.
Si tratta dell’intelligenza come concretamente è attiva
nell’uomo, e che comporta intuizione e raziocinio, induzione
e deduzione, memoria e capacità critica, naturale affinità
di spirito con la verità e naturale ripugnanza verso
l’assurdo.
b) Già nella conoscenza naturale l’influsso della
volontà è molto più grande di quel che a prima vista non si
direbbe: molto spesso la nostra ragione agisce, per così
dire, su commissione, e in tutti i campi dimostra ciò che le
è assegnato di dimostrare. Nelle ricerche particolarmente
difficili poi non si arriva ad apprezzabili risultati, se
non si è sorretti da una robusta determinazione di riuscire.
Nell’atto di fede l’apporto della volontà è decisivo. Se,
nonostante ogni contraria apparenza, è sempre vero che
capisce solo chi vuol capire, è ancora più vero che crede
solo chi si risolve a credere. Non a caso nel Nuovo
Testamento, a questo proposito, si adopera con insistenza il
verbo «obbedire». L’atto tipico del credente è
essenzialmente una «obbedienza»: alla fede, a Cristo, al
Vangelo, alla verità (l Pt 1,22; Rm 1,5;
6,16-17; 10,16; 15,18; 16,19.26; 2 Cor 10,5-6; 2
Ts 1,8;
Eb5,9).
c) Non si tratta solo di volontà come capacità di
autodeterminarsi, ma anche come amore, inclinazione del
cuore, aspirazione connaturata a ciò che è buono e nobile.
Si tratta del senso estetico e di tutta la ricchezza del
mondo affettivo. Tutto entra a dare consistenza all’atto di
fede.
Atto non solo dell’uomo
Ma la parola di Dio ripetutamente ci ammonisce che, perché
scaturisca il miracolo della fede, è indispensabile
l’intervento della grazia divina, che illumina
l’intelligenza, sospinge la volontà, affascina e persuade di
dentro: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre
che mi ha mandato» (Gv 6,44).
Nell’uomo e con l’uomo, lo Spirito Santo è il grande
protagonista di questa interiore avventura che è l’atto di
fede.
San Paolo ci indica le ragioni organiche di questa necessità
dell’intervento dello Spirito, in un testo famoso che mette
conto di rileggere: «Chi conosce i segreti dell’uomo, se non
lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di
Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di
Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma
lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha
donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio
suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito,
esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo
naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio;
esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle,
perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito.
L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter
essere giudicato da nessuno. "Chi infatti ha conosciuto il
pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?" (Is
40,13). Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (l Cor
2,11-16).