La totalità dell'atto di fede

(Estratto da: Giacomo Biffi, L'Atto di fede, ElleDiCi) •  Indice •   • 

Duplice integralità
Considerato nella sua nativa ricchezza, l’atto di fede è connotato da una duplice intrinseca «totalità»: esso è incontro di tutto l’uomo con il Cristo che è tutto. C’è dunque una totalità oggettiva: l’oggetto, che è attinto nell’atto di fede, è l’universalità del reale in quanto è compendiato in Cristo. E c’è una totalità soggettiva: il soggetto dell’atto di fede è l’uomo nell’intera sua umanità, con tutte le sue capacità e con tutte le sue prerogative.

La totalità oggettiva
Colui che viene accolto, conosciuto e riconosciuto nell’atto di fede è Cristo, vale a dire colui nel quale «tutte le cose sussistono» (cf Col 1,17). Egli è, per così dire, la somma di tutti i valori, il compendio ideale di ogni esistente.
Perciò giustamente si dice che Gesù è la verità, la bellezza, la giu­stizia: ogni scintilla di verità, ogni lampo di bellezza, ogni fremito di giustizia riscontrabili nell’universo, prima di essere nelle cose sono in lui. In purezza, in pienezza, in unità, sono in lui tutte le positività che nel mondo vagano disperse, frammentarie, contaminate. Quanto esiste, prima di esistere in se stesso, ha una vita ideale racchiusa entro il mare vasto e incommensurabile delle perfezioni di Cristo, che a sua volta ha una vita ideale racchiusa entro l’infinità eterna di Dio.

L’errore dell’estrinsecismo
Se tutte le cose nativamente sono quasi riflessi e risonanze di Cristo, luce gioiosa e parola esauriente del Padre, allora appare chiaro che non si dà propriamente parlando nessuna «secolarità». Se Cristo, co­me ci insegna la lettera ai Colossesi (Col 1,12-20), è il «capo» e il «principio» non solo dell’universo redento ma anche e prima dell’universo creato, allora è vano cercare dove stia di casa la «laicità» del mondo di fatto esistente: sta di casa solo nel regno astratto dei puri possibili.
Non ci sono uomini «laici»; ci sono purtroppo uomini inconsapevoli dell’ originaria connessione col Redentore; o addirittura ribelli e quindi in contrasto con la loro vera natura. Non ci sono realtà «profane»; ci sono realtà «profanate», cioè asservite e deturpate dal male, che aspirano con tutte le fibre del loro essere (anche se non sempre con la loro coscienza) alla liberazione e alla riconsacrazione.
Questa totalità oggettiva fa sì che l’atto di fede non possa essere costretto entro un settore più o meno ampio dell’esistenza umana e confinato entro un campo parziale della nostra attività. Perciò san Paolo dice che l’uomo «pneumaticos» (cioè l’uomo che si lascia totalmente permeare dall’illuminazione dello Spirito, l’uomo che crede nel senso pieno del termine) «giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1 Cor 2,15); da nessuno cioè che si tenga al di fuori dell’azione dello Spirito, nell’area dell’incredulità.
Contestare tutto ciò significa cadere nell’errore dell’estrinsecismo: ritenere cioè che quanto attiene alla fede sia senza connessione e senza rapporto possibile con le cose terrene e con la concretezza dell’ esistenza umana; come se la luce di Dio -la Rivelaziorie - non sia proiettata anche sull’uomo, sulla sua attività, sulla sua intera esistenza.

L’errore dell’integrismo
A questo punto uno potrebbe pensare che la fede, essendo già possesso ideale di colui che è tutto, vanifichi ogni altro tipo di conoscenza. «Se Cristo è tutto, perché dobbiamo studiare la matematica?». Ma sarebbe in errore: sarebbe l’errore dell’integrismo o integralismo.
Ogni creatura, pur essendo organicamente inserita nell’unità del disegno di Dio, possiede una sua natura inconfondibile e inalienabile; analogamente ogni disciplina e ogni scienza - pur avendo ultimamente una connessione oggettiva con la visione unitaria e totalizzante dell’universo, che è propria della conoscenza che Cristo ha delle cose - è retta dai suoi princìpi e dai suoi metodi di ricerca. Il credente non possiede scorciatoie per arrivare alla scienza; ma conoscendo il senso ul­timo e lo scopo più alto di ogni essere, in ogni tipo di ricerca è sempre guidato da una luce superiore, che gli consente di tutte le cose una «lettura» più profonda e più vera.

Atto di tutto l’uomo
Nell’atto di fede è chiamato in causa l’uomo con tutto il suo essere e con tutte le sue potenze. L’uomo intero è coinvolto da questo incontro personale con colui che è tutto: ogni settorialità è insufficiente, ogni esclusione è arbitraria.
Questa verità era già contenuta nel nucleo essenziale della religione ebraica, che è stato da Gesù individuato nel precetto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» (Me 12,30). Anche san Paolo, quando parla di fede, vuoI sempre indicare un’ adesione a Cristo di tutta la persona e di tutta la vita: è sempre «la fede che opera per mezzo della carità» (Gal5,6); di quella carità che per lui è totalità e perfezione di vita per l’uomo rin­novato (cf ad esempio 1 Cor 13,1-13).

Le facoltà che entrano in gioco
Per dare un contenuto a questa totalità soggettiva, tentiamo una piccola rassegna delle facoltà umane che entrano in gioco, pur essendo ben consapevoli che ogni scomposizione dell’unitaria attività dello spirito ha qualcosa di artificioso e suscita immediatamente una serie di non facili interrogativi.
a) Poiché l’uomo è primariamente un essere pensante, l’atto di fede avrà primariamente un’indole conoscitiva e sarà frutto dell’intelligenza.
Si tratta dell’intelligenza come concretamente è attiva nell’uomo, e che comporta intuizione e raziocinio, induzione e deduzione, memoria e capacità critica, naturale affinità di spirito con la verità e na­turale ripugnanza verso l’assurdo.
b) Già nella conoscenza naturale l’influsso della volontà è molto più grande di quel che a prima vista non si direbbe: molto spesso la nostra ragione agisce, per così dire, su commissione, e in tutti i campi dimostra ciò che le è assegnato di dimostrare. Nelle ricerche particolarmente difficili poi non si arriva ad apprezzabili risultati, se non si è sorretti da una robusta determinazione di riuscire.
Nell’atto di fede l’apporto della volontà è decisivo. Se, nonostante ogni contraria apparenza, è sempre vero che capisce solo chi vuol capire, è ancora più vero che crede solo chi si risolve a credere. Non a caso nel Nuovo Testamento, a questo proposito, si adopera con insistenza il verbo «obbedire». L’atto tipico del credente è essenzialmente una «obbedienza»: alla fede, a Cristo, al Vangelo, alla verità (l Pt 1,22; Rm 1,5; 6,16-17; 10,16; 15,18; 16,19.26; 2 Cor 10,5-6; 2 Ts 1,8; Eb5,9).
c) Non si tratta solo di volontà come capacità di autodeterminarsi, ma anche come amore, inclinazione del cuore, aspirazione connaturata a ciò che è buono e nobile. Si tratta del senso estetico e di tutta la ricchezza del mondo affettivo. Tutto entra a dare consistenza all’atto di fede.

Atto non solo dell’uomo
Ma la parola di Dio ripetutamente ci ammonisce che, perché scaturisca il miracolo della fede, è indispensabile l’intervento della grazia divina, che illumina l’intelligenza, sospinge la volontà, affascina e persuade di dentro: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44).
Nell’uomo e con l’uomo, lo Spirito Santo è il grande protagonista di questa interiore avventura che è l’atto di fede.
San Paolo ci indica le ragioni organiche di questa necessità dell’intervento dello Spirito, in un testo famoso che mette conto di rileggere: «Chi conosce i segreti dell’uomo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. "Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?" (Is 40,13). Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (l Cor 2,11-16).

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