Il complesso itinerario della fede

(Estratto da: Giacomo Biffi, L'Atto di fede, ElleDiCi) •  Indice •   • 

Ciò che abbiamo detto ci ha fatto senza dubbio intuire quanto sia complesso, e radicalmente enigmatico, questo atto del nostro spirito nel quale il mistero psicologico dell’uomo che si autodetermina si somma al mistero metafisico del rapporto tra la libertà della creatura spirituale e l’0nnipotenza del Creatore.

Gli interrogativi
Molte domande sono affiorate in noi lungo la nostra meditazione. Per esempio: l’atto di fede è razionale anche in chi non pare molto capace di ragionamenti personali? E come può essere al tempo stesso perfettamente razionale e perfettamente libero? E se è libero e razionale, come può essere ritenuto un dono? E se è un dono, è ancora un atto tipicamente ed essenzialmente nostro, tanto da costituire la misura della nostra «giustizia» ?
Come si può facilmente capire, tutti questi interrogativi nascono dall’ indole composita dell’ atto di fede, cioè dalla simultanea presenza in esso dell’intelligenza, della volontà e della grazia, nonché dalla loro reciproca interazione.

Il cammino verso la fede
Noi non possiamo qui affrontarli analiticamente tutti. Ci limiteremo a delineare una breve descrizione del cammino ideale con cui l’uomo arriva credere.
Al tempo stesso però dobbiamo anche restare ben persuasi che, nella concretezza delle sue condizioni interiori ed esteriori, ogni uomo percorre una strada sua, non assimilabile a quella degli altri. Come ognuno di noi ha un volto, così ognuno ha una fisionomia spirituale e un suo modo di arrivare all’incontro trasformante con Cristo.
Con quel po’ di arbitrarietà che è inevitabile in ogni presentazione schematica, possiamo distinguere quattro momenti nel processo logico-psicologico che conduce alla fede:
1. Un momento iniziale
2. Un momento negativo
3. Un momento positivo
4. Il momento dell’approdo alla fede.

1. Momento iniziale
L’uomo avverte che il principio fondamentale da cui deve prendere inizio la sua avventura spirituale è quello di non ritenere se stesso la verità in atto e la misura suprema della realtà.
Percepisce allora come imperativo morale il dovere di ricercare la misura suprema e il dovere di essere docile alla verità assoluta, dovunque essa sia e dovunque gli capiti di incontrarla.
È un imperativo morale, abbiamo detto. Come tutti gli imperativi - che sono assimilabili ai primi princìpi - anche questo è indiscutibile e non ha bisogno di fondazione. Ma, come tutte le norme morali, è superabile nella pratica. È teoreticamente infrangibile, ma può essere agevolmente infranto nel comportamento.
Per chi lo infrange, l’avventura è finita: non arriverà all’atto di fede. Per chi lo rispetta, l’itinerario prosegue.

2. Momento negativo
Ogni uomo intellettualmente e moralmente adulto, come riempie di necessità uno spazio fisico, così occupa di necessità uno spazio logico e spirituale di fronte al problema del significato complessivo del suo esistere. La posizione (che è sempre per forza di natura sintetica e concreta) può essere diversa (per esempio: scetticismo, agnosticismo, materialismo ecc.), ma una posizione c’è sempre.
In questo momento negativo l’uomo, che vuoI continuare a riflettere, si rende conto dell’inadeguatezza della posizione da lui occupata. Egli allora va alla ricerca di altre soluzioni esistenziali, con animo aperto e pronto a servire la verità; ma senza mai approdare (fino a che non arriva alla fede) a una visione della realtà che dia senso plausibile alla sua vita.
Noi sappiamo che queste continue delusioni derivano oggettivamente dal fatto che, fuori della prospettiva di fede, non c’è mai soddisfacente corrispondenza tra le posizioni naturalmente raggiungibili e la realtà che di fatto esiste, creata dall’ amore del Dio vivo e incentrata in Cristo Redentore.

3. Momento positivo
I valori morali possono essere percepiti adeguatamente solo per connaturalità. Il ladro non riuscirà mai a credere all’onestà degli altri, o quanto meno al suo valore. Un bugiardo di regola non si fida della sincerità altrui. In tutti e due i casi manca il «giudizio per connaturalità». Invece chi ha l’animo nobile e generoso, sa cogliere la no­biltà e la generosità dei suoi interlocutori, per connaturalità.
Orbene, l’amore di Dio che vuoI salvare e l’iniziativa salvifica di Cristo appartengono proprio alla categoria di quei valori che esigono la connaturalità per essere colti.
L’uomo, che coltiva dentro di sé la passione per la verità dovunque si trovi, la docilità assoluta verso ciò che gli appare vero, il rispetto per la regola di giustizia comunque gli si manifesti, acquista un’interiore affinità con i valori della Rivelazione e un’interiore attitudine a percepire i segni della presenza salvifica di Dio nel mondo, l’impronta nella realtà di Cristo, unico senso dell’universo, gli indizi della nativa bellezza della Chiesa, sconcertante ma autentica epifanìa del Logos di Dio nella storia.
La genialità nelle scienze umane spiega la capacità di dedurre o di indurre, partendo anche da scarse premesse: a Newton è bastata una sola mela caduta per arrivare alla legge di gravità.
Allo stesso modo, la connaturalità di cui s’è parlato fonda una «genialità religiosa», che quanto più è intensa tanto meno ha bisogno di una grande abbondanza di ragionamenti e di prove.
Questa «genialità religiosa» è suscitata nell’uomo (che può essere dotto o incolto, intelligente o poco dotato: questo non ha alcuna incidenza) dalla grazia illuminante di Dio in quanto è liberamente accolta in un animo che non vuoI peccare contro la luce, ma anzi si arrende alla luce che gli viene dall’alto.

4. Approdo alla fede
Così, per la potenza soprannaturale della grazia, emerge nell’uomo un principio conoscitivo proporzionato agli oggetti soprannaturali da percepire: la Chiesa, vista come sacramento universale di salvezza e luogo dell’incontro con Cristo; Cristo, percepito come la Verità e la Giustizia, e luogo dell’incontro con Dio; Dio, come altissima e misteriosa sorgente della nostra elevazione allo stato sovrumano di gioia e di gloria.
A questo punto si ha formalmente l’atto di fede, col quale l’uomo accetta integralmente l’iniziativa divina nella sua vita e viene posto in comunione vitale con tutto il mondo invisibile, che è unificato, espresso e offerto a noi nel Signore Gesù.

Volontà, ragione e grazia nel cammino di fede
Non è difficile adesso cogliere la simultanea cospirazione e il vicendevole condizionamento nell’ atto di fede della volontà, della ragione e della grazia.
a) La volontà accompagna tutto il processo, che perciò è in ogni suo passaggio un «cammino di libertà». L’uomo è libero, come s’è visto, di accettare o di infrangere il primo imperativo morale. Può decidere di cedere alla stanchezza o alla pigrizia e di sospendere il suo faticoso pellegrinaggio di delusione in delusione, oppure di proseguirlo tenacemente fino alla sua positiva conclusione.
Soprattutto è libero di rifiutare dentro di sé i valori morali, impedendo così alla grazia di creare la necessaria connaturalità, che sola può dare alla vista umana la percezione dei motivi che portano all’atto di fede.
Infine la volontà deve sorreggere l’uomo per l’ultimo passo, cioè per l’atto di fede vero e proprio, che resta fino in fondo un atto libero (del tipo della libertà umana, che è un’ autodeterminazione che progressivamente si costruisce).

b) La ragione è chiamata a rendersi conto prima di tutto della validità teoretica dell’imperativo morale; in secondo luogo della insostenibilità delle varie posizioni dell’incredulità, che sono oggettivamente non razionali e tendono tutte a portare all’assurdo.
Illuminata dalla grazia, liberamente accettata dall’uomo che si orienta al bene, valuta lucidamente i motivi di credibilità, che sono oggettivamente efficaci e perciò indiscutibilmente razionali.

c) La grazia di fatto accompagna tutto il processo conoscitivo fin dal primo istante, interagendo con la libera decisione dell’uomo, che essa sempre rispetta. Soprattutto è presente nell’atto formale di fede, per il quale essa crea nell’uomo una facoltà nuova (la «virtù» della fede), proporzionata alla soprannaturalità dell’ oggetto che nell’ atto di fede viene raggiunto.

Le possibili deformazioni psicologiche
Rileviamo che, nell’uomo concreto, le deformazioni della volontà hanno sempre come contraccolpo quasi simultaneo una deformazione dell’intelligenza. Perciò nel momento iniziale, l’uomo che decide di prevaricare si convincerà di essere lui la norma dell’universo; nel momento negativo si convincerà dell’ oggettiva validità della sua posizione sbagliata; di conseguenza il rifiuto a predisporsi alla sottomissione al disegno di Dio renderà impossibile in lui l’intuizione della presenza di un Dio che si rivela e vuol salvare.
È sempre possibile però il caso dell’uomo che sbaglia in buona fede, che continua a vagare senza colpa o che addirittura arriva a ritenere conclusa la sua ricerca su un falso approdo, convinto di aver trovato la verità.
Penso che quest’uomo possa essere ritenuto un «incredulo apparente»: egli crede di non credere, ma in realtà è già vicino a Dio, il quale solo potrà giudicare la sua vicenda. In ogni caso, resta sempre vero che «chi fa la verità, viene alla luce» (Gv 3,21).

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