Il complesso itinerario della fede
Ciò che abbiamo detto ci ha fatto senza dubbio intuire quanto
sia complesso, e radicalmente enigmatico, questo atto del
nostro spirito nel quale il mistero psicologico dell’uomo
che si autodetermina si somma al mistero metafisico del
rapporto tra la libertà della creatura spirituale e
l’0nnipotenza del Creatore.
Gli interrogativi
Molte domande sono affiorate in noi lungo la nostra
meditazione. Per esempio: l’atto di fede è razionale anche
in chi non pare molto capace di ragionamenti personali? E
come può essere al tempo stesso perfettamente razionale e
perfettamente libero? E se è libero e razionale, come può
essere ritenuto un dono? E se è un dono, è ancora un atto
tipicamente ed essenzialmente nostro, tanto da costituire la
misura della nostra «giustizia» ?
Come si può facilmente capire, tutti questi interrogativi
nascono dall’ indole composita dell’ atto di fede, cioè
dalla simultanea presenza in esso dell’intelligenza, della
volontà e della grazia, nonché dalla loro reciproca
interazione.
Il cammino verso la fede
Noi non possiamo qui affrontarli analiticamente tutti. Ci
limiteremo a delineare una breve descrizione del cammino
ideale con cui l’uomo arriva credere.
Al tempo stesso però dobbiamo anche restare ben persuasi
che, nella concretezza delle sue condizioni interiori ed
esteriori, ogni uomo percorre una strada sua, non
assimilabile a quella degli altri. Come ognuno di noi ha un
volto, così ognuno ha una fisionomia spirituale e un suo
modo di arrivare all’incontro trasformante con Cristo.
Con quel po’ di arbitrarietà che è inevitabile in ogni
presentazione schematica, possiamo distinguere quattro
momenti nel processo logico-psicologico che conduce alla
fede:
1. Un momento iniziale
2. Un momento negativo
3. Un momento positivo
4. Il momento dell’approdo alla fede.
1. Momento iniziale
L’uomo avverte che il principio fondamentale da cui deve
prendere inizio la sua avventura spirituale è quello di non
ritenere se stesso la verità in atto e la misura suprema
della realtà.
Percepisce allora come imperativo morale il dovere di
ricercare la misura suprema e il dovere di essere docile
alla verità assoluta, dovunque essa sia e dovunque gli
capiti di incontrarla.
È un imperativo morale, abbiamo detto. Come tutti gli
imperativi - che sono assimilabili ai primi princìpi - anche
questo è indiscutibile e non ha bisogno di fondazione. Ma,
come tutte le norme morali, è superabile nella pratica.
È teoreticamente infrangibile, ma può essere agevolmente
infranto nel comportamento.
Per chi lo infrange, l’avventura è finita: non arriverà
all’atto di fede. Per chi lo rispetta, l’itinerario
prosegue.
2. Momento negativo
Ogni uomo intellettualmente e moralmente adulto, come
riempie di necessità uno spazio fisico, così occupa di
necessità uno spazio logico e spirituale di fronte al
problema del significato complessivo del suo esistere. La
posizione (che è sempre per forza di natura sintetica e
concreta) può essere diversa (per esempio: scetticismo,
agnosticismo, materialismo ecc.), ma una posizione c’è
sempre.
In questo momento negativo l’uomo, che vuoI continuare a
riflettere, si rende conto dell’inadeguatezza della
posizione da lui occupata. Egli allora va alla ricerca di
altre soluzioni esistenziali, con animo aperto e pronto a
servire la verità; ma senza mai approdare (fino a che non
arriva alla fede) a una visione della realtà che dia senso
plausibile alla sua vita.
Noi sappiamo che queste continue delusioni derivano
oggettivamente dal fatto che, fuori della prospettiva di
fede, non c’è mai soddisfacente corrispondenza tra le
posizioni naturalmente raggiungibili e la realtà che di
fatto esiste, creata dall’ amore del Dio vivo e incentrata
in Cristo Redentore.
3. Momento positivo
I valori morali possono essere percepiti adeguatamente solo
per connaturalità. Il ladro non riuscirà mai a credere
all’onestà degli altri, o quanto meno al suo valore. Un
bugiardo di regola non si fida della sincerità altrui. In
tutti e due i casi manca il «giudizio per connaturalità».
Invece chi ha l’animo nobile e generoso, sa cogliere la
nobiltà e la generosità dei suoi interlocutori, per
connaturalità.
Orbene, l’amore di Dio che vuoI salvare e l’iniziativa
salvifica di Cristo appartengono proprio alla categoria di
quei valori che esigono la connaturalità per essere colti.
L’uomo, che coltiva dentro di sé la passione per la verità
dovunque si trovi, la docilità assoluta verso ciò che gli
appare vero, il rispetto per la regola di giustizia comunque
gli si manifesti, acquista un’interiore affinità con i
valori della Rivelazione e un’interiore attitudine a
percepire i segni della presenza salvifica di Dio nel mondo,
l’impronta nella realtà di Cristo, unico senso
dell’universo, gli indizi della nativa bellezza della
Chiesa, sconcertante ma autentica epifanìa del Logos di Dio
nella storia.
La genialità nelle scienze umane spiega la capacità di
dedurre o di indurre, partendo anche da scarse premesse: a
Newton è bastata una sola mela caduta per arrivare alla
legge di gravità.
Allo stesso modo, la connaturalità di cui s’è parlato fonda
una «genialità religiosa», che quanto più è intensa tanto
meno ha bisogno di una grande abbondanza di ragionamenti e
di prove.
Questa «genialità religiosa» è suscitata nell’uomo (che può
essere dotto o incolto, intelligente o poco dotato: questo
non ha alcuna incidenza) dalla grazia illuminante di Dio in
quanto è liberamente accolta in un animo che non vuoI
peccare contro la luce, ma anzi si arrende alla luce che gli
viene dall’alto.
4. Approdo alla fede
Così, per la potenza soprannaturale della grazia, emerge
nell’uomo un principio conoscitivo proporzionato agli
oggetti soprannaturali da percepire: la Chiesa, vista come
sacramento universale di salvezza e luogo dell’incontro con
Cristo; Cristo, percepito come la Verità e la Giustizia, e
luogo dell’incontro con Dio; Dio, come altissima e
misteriosa sorgente della nostra elevazione allo stato
sovrumano di gioia e di gloria.
A questo punto si ha formalmente l’atto di fede, col quale
l’uomo accetta integralmente l’iniziativa divina nella sua
vita e viene posto in comunione vitale con tutto il mondo
invisibile, che è unificato, espresso e offerto a noi nel
Signore Gesù.
Volontà, ragione e grazia nel cammino di fede
Non è difficile adesso cogliere la simultanea cospirazione e
il vicendevole condizionamento nell’ atto di fede della
volontà, della ragione e della grazia.
a) La volontà accompagna tutto il processo, che perciò
è in ogni suo passaggio un «cammino di libertà». L’uomo è
libero, come s’è visto, di accettare o di infrangere il
primo imperativo morale. Può decidere di cedere alla
stanchezza o alla pigrizia e di sospendere il suo faticoso
pellegrinaggio di delusione in delusione, oppure di
proseguirlo tenacemente fino alla sua positiva conclusione.
Soprattutto è libero di rifiutare dentro di sé i valori
morali, impedendo così alla grazia di creare la necessaria
connaturalità, che sola può dare alla vista umana la
percezione dei motivi che portano all’atto di fede.
Infine la volontà deve sorreggere l’uomo per l’ultimo passo,
cioè per l’atto di fede vero e proprio, che resta fino in
fondo un atto libero (del tipo della libertà umana, che è
un’ autodeterminazione che progressivamente si costruisce).
b) La ragione è chiamata a rendersi conto prima di
tutto della validità teoretica dell’imperativo morale; in
secondo luogo della insostenibilità delle varie posizioni
dell’incredulità, che sono oggettivamente non razionali e
tendono tutte a portare all’assurdo.
Illuminata dalla grazia, liberamente accettata dall’uomo che
si orienta al bene, valuta lucidamente i motivi di
credibilità, che sono oggettivamente efficaci e perciò
indiscutibilmente razionali.
c) La grazia di fatto accompagna tutto il processo
conoscitivo fin dal primo istante, interagendo con la libera
decisione dell’uomo, che essa sempre rispetta. Soprattutto è
presente nell’atto formale di fede, per il quale essa crea
nell’uomo una facoltà nuova (la «virtù» della fede),
proporzionata alla soprannaturalità dell’ oggetto che nell’
atto di fede viene raggiunto.
Le possibili deformazioni psicologiche
Rileviamo che, nell’uomo concreto, le deformazioni della
volontà hanno sempre come contraccolpo quasi simultaneo una
deformazione dell’intelligenza. Perciò nel momento iniziale,
l’uomo che decide di prevaricare si convincerà
di essere lui la norma dell’universo; nel momento negativo
si convincerà dell’ oggettiva validità della sua
posizione sbagliata; di conseguenza il rifiuto a predisporsi
alla sottomissione al disegno di Dio renderà impossibile in
lui l’intuizione della presenza di un Dio che si rivela e
vuol salvare.
È sempre possibile però il caso dell’uomo che sbaglia in
buona fede, che continua a vagare senza colpa o che
addirittura arriva a ritenere conclusa la sua ricerca su un
falso approdo, convinto di aver trovato la verità.
Penso che quest’uomo possa essere ritenuto un «incredulo
apparente»: egli crede di non credere, ma in realtà è già
vicino a Dio, il quale solo potrà giudicare la sua vicenda.
In ogni caso, resta sempre vero che «chi fa la verità, viene
alla luce» (Gv 3,21).